Archive for gennaio, 2011

I sogni infranti di Obama

sabato, gennaio 29th, 2011

©uncleobama“[…] non c’è dubbio che rispetto ad altri anni, e ad altre temperie politiche, il tema del declino americano riemerge molto più spesso nelle conversazioni e soprattutto è vissuto collettivamente. […] Essere superati dalla Cina è una prospettiva vissuta ormai con una certa fatalità. Ma per l’osservatore straniero quel che desta più preoccupazione non è tanto il nuovo primato economico (e in prospettiva tecnologico) cinese che si profila. È che il modello politico-economico cinese stia diventando egemonico. E che cioè i tanti capitalismi Usa non siano disposti a riformare il sistema in senso più egualitario […], ma che almeno alcuni di essi stiano gingillandosi con la possibilità di prosperare in un regime alla cinese, cioè con tutta la libertà dello stalinismo e con tutta l’uguaglianza dell’America di oggi, insomma il migliore dei mondi possibili.” (altro…)

La rivoluzione dell’iPod

giovedì, gennaio 20th, 2011

©iPod4
‘Ipod non rappresenta soltanto un lettore musicale ma bensì è l’artefice di una vera e propria rivoluzione del modo di concepire la musica.
La storia dell’Ipod ha inizio nel gennaio del 2001 quando dalle radici di napster nasce iTunes il primo jukebox digitale; e soltanto dopo qualche mese, precisamente nell’ottobre dello stesso anno, Steve Jobs presenta con la sua solita enfasi comunicativa l’Ipod. Dopo una lunga introduzione che ha tenuto tutti con il fiato sospeso, il genio della Apple tira fuori dalle tasche l’iPod un lettore musicale capace di contenere 1000 canzoni in formato pocket.
Non era sicuramente il momento propizio per uscire sul mercato: erano infatti appena state abbattute le torri gemelle; e non era sicuramente il migliore lettore musicale; ma la volontà di rendere semplice e affascinante l’ascolto della musica in digitale ha dato origine a una vera rivoluzione. (altro…)

A centocinquant’anni dall’unificazione dell’Italia

martedì, gennaio 11th, 2011

©layers“L’Italia da circa mezzo secolo s’agita, si travaglia per divenire un sol popolo e farsi nazione. Ha riacquistato il suo territorio in gran parte. La lotta collo straniero è portata in buon porto, ma non è questa la difficoltà maggiore. La maggiore, la vera, quella che mantien tutto incerto, tutto in forse è la lotta interna. I più pericolosi nemici d’Italia non sono i Tedeschi, sono gl’Italiani. E perché? Per la ragione che gl’Italiani hanno voluto far un’Italia nuova, e loro rimanere gl’Italiani vecchi di prima, colle dappocaggini e le miserie morali che furono ab antico la loro rovina; perché pensano a riformare l’Italia, e nessuno s’accorge che per riuscirci bisogna, pria, che si riformino loro, perché l’Italia, come tutt’i popoli, non potrà divenir nazione, non potrà esser ordinata, ben amministrata, forte così contro lo straniero come contro i settari dell’interno, libera e di propria ragione, finché grandi e piccoli mezzani, ognuno nella sua sfera non faccia il suo dovere, e non lo faccia bene, od almeno il meglio che può. Ma a fare il proprio dovere, il più delle volte fastidioso, volgare, ignorato, ci vuol forza di volontà e persuasione che il dovere si deve adempiere non perché diverte o frutta, ma perché è dovere; e questa forza di volontà, questa persuasione, è quella preziosa dote che con un solo vocabolo si chiama carattere, onde, per dirla in una parola sola, il primo bisogno d’Italia è che si formino Italiani che sappiano adempiere al loro dovere; quindi che si formino alti e forti caratteri. E pur troppo si va ogni giorno più verso il polo opposto.” (Massimo D’Azeglio, I miei ricordi, a cura di S. Spellanzon, Milano 1956, pp. 17-18). (altro…)

Orientamento – Storie del piccolo paese nel grande mondo

martedì, gennaio 11th, 2011

©island

I piccoli portinai del piccolo paese. “C’era una volta un piccolo paese. Nel piccolo paese” c’era una cooperativa di piccoli portinai: alcuni erano vecchi, altri giovani; alcuni indigeni, altri stranieri; ma soprattutto alcuni erano capi e altri erano sottoposti. Tra i piccoli portinai ce n’era uno più vecchio: questi beneficiava di un contratto che gli consentiva di avere uno stipendio dignitoso per il tempo dedicato allo svolgimento delle sue mansioni. I capi non sopportavano affatto questa situazione antica, perché ormai per i giovani che venivano assunti erano preparati contratti nuovi di zecca, con cui gli stipendi ammontavano alla metà di quelli del vecchio portinaio. I capi si adoperavano quindi per mandarlo in pensione, o comunque per ridurre il suo orario al minimo, sostituendolo per il restante monte-ore con uno dei giovani portinai. I capi scelsero allora una giovane piccola portinaia per fare il lavoro del vecchio collega. La giovane, però, non era contenta; con la sua formazione da cittadina non ancora del tutto sopita pensava e diceva: ‘Il contratto e lo stipendio del vecchio portinaio sono giusti e dignitosi. E li dovremmo avere tutti noi!’. Tuttavia, gli altri membri della cooperativa, compresi alcuni giovani portinai, persino quelli che avevano la stessa formazione della loro collega, l’accusavano di essere un’idealista e aggiungevano: ‘Non è giusto che esista ancora un portinaio che prenda uno stipendio dignitoso. Bisogna essere tutti uguali e ricevere tutti la stessa miserevole paga!’. Ironia della sorte (o perfida malignità), i capi fecero comunicare la riduzione di orario al vecchio portinaio dalla giovane portinaia. La collega avrebbe sottratto all’anziano collega tante ore fino al punto che in alcuni giorni avrebbe dovuto lavorarne dieci e talvolta persino undici o dodici. Questo monte-ore le ricordò allora una vecchia storia – e di storie lei ne sapeva, visto che in un altro mondo sarebbe stata proprio un’insegnante di storia –: nelle lotte dei lavoratori una delle prime conquiste fu la riduzione dell’orario delle donne e dei bambini a dieci ore. Ora tale storia era molto antica, molto più antica dell’antico contratto del vecchio portinaio: risaliva ad oltre centocinquant’anni prima, proprio al culmine finale di un’epoca definita delle Rivoluzioni. Questa parola le balenò per un attimo nella mente assonnata, prima di iniziare il lungo turno di lavoro in una città sempre più grigia. Era questo un fenomeno strano, ma sempre più diffuso: nonostante i capi e nonostante i giovani convinti masochisticamente a ritenere giusta la riduzione della dignità del proprio lavoro dagli stessi capi, dai politici, dalla televisione, nel piccolo paese c’erano sempre più persone attraversate da questi baleni, che presi tutt’insieme formavano un variopinto arcobaleno. Era l’annuncio esile che il sole sarebbe prima o poi tornato. (altro…)


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