Lo specchio della casta
“Non è nemmeno necessario che l’informazione sia tutta servile e sistematicamente ossequiosa (cosa peraltro probabilmente impossibile in una società e in un apparato di potere complesso, articolato e persino sconnesso come quello italiano). È sufficiente che la gran parte delle porzioni e dei segmenti del sistema informativo – a cominciare da quelli più importanti e autorevoli – facciano parte integrante del sistema di potere, siano intrinseci a una qualche sua importante componente o anche solo a un suo marginale frammento, servano interessi comunque consolidati, appoggino strategie in ogni caso interne alle dinamiche del Potere, perseguano obiettivi organici allo status quo anche se in termini di alternanza, ma mai di alternativa. In questo quadro è consentita persino la rappresentazione ripetitiva e scandalizzata di una situazione istituzionale sgangherata e di una corruzione diffusa, ma a patto di non illuminare adeguatamente vie d’uscita che siano estranee al gioco degli interessi in concorrenza all’interno dello stesso sistema, o comunque capaci di far saltare il tappo del senso d’impotenza o dell’assuefazione della massa.â€
Recensiamo un altro libro di denuncia sulle degenerazioni della politica e della società italiana, La casta dei giornali (Viterbo-Roma 2007), scritto dal giornalista ed esperto di stampa ed editoria Beppe Lopez.
Nel suo saggio L. descrive la situazione “scandalosa†della stampa italiana, che gode di grandi aiuti pubblici (‘provvidenze’) in una misura che travalica qualsiasi logica di positivo sostegno alle attività di informazione. Da questo stato di cose risulta seriamente danneggiata la stessa vita democratica del paese, in quanto non si configura una situazione di indipendenza dei giornali dal potere politico.
Se non fosse stato per un’inchiesta della trasmissione “Reportâ€, andata in onda nell’aprile del 2006, i cittadini saprebbero ben poco di questa vicenda, nei cui confronti parecchi organi di informazione, a cominciare proprio dai più importanti quotidiani, si mostrano ovviamente molto reticenti. Una vicenda che in realtà si radica nel passato della società italiana, in cui vi è stata una perdurante tradizione di controllo e di dipendenza dell’informazione dal potere politico (e non solo durante il fascismo).
Tuttavia, è proprio nella storia più recente della Repubblica che si sono verificate alcune gravi distorsioni, generate da un groviglio di norme inestricabile. Sicuramente risulta fondamentale, per comprendere questo quadro, la legge 416 del 5 agosto 1981, con cui si cercava di razionalizzare i rapsodici interventi assistenziali dei decenni precedenti attraverso un sistema di contributi, facilitazioni, rimborsi e sostegni per l’innovazione, che avrebbero dovuto sorreggere le testate medio-piccole. Un sistema temporaneo, che sarebbe rimasto in funzione per cinque anni, un arco di tempo ritenuto sufficiente per il decollo delle iniziative editoriali.
Da subito vi furono però altri interventi normativi che corressero e distorsero le buone intenzioni del legislatore: intenzioni che forse miravano anche al contrasto di eventuali forme di controllo non democratiche dei mezzi informativi, quali quelle prospettate dai piani della P2, scoperti proprio nel marzo del 1981. Tra questi provvedimenti è certamente rilevante la legge 250 del 1990: essa consentiva in sostanza l’istituzione di un organo di informazione sulla base della costituzione di un movimento politico, per cui era sufficiente la firma di due parlamentari. È così che nacquero tantissimi movimenti, che diedero vita a giornali largamente sostenuti finanziariamente dallo stato: ad es. La Convezione per la giustizia, Le ragioni del socialismo, Il movimento mediterraneo. Alla crescita esponenziale di movimenti e soprattutto di testate sovvenzionate cercò di portare un correttivo il governo Amato nella finanziaria del 2000; ma la forza degli interessi in gioco spinse di fatto ad una sanatoria per i giornali che già godevano dei contributi e degli altri vantaggi: per usufruire dei benefici gli organi dei movimenti avrebbero dovuto costituirsi in cooperative.
L. tiene tuttavia a sottolineare che 1) la parte più consistente degli ‘aiuti di stato’ non riguarda i giornali di partito e che 2) lo scandalo più grande non sta nelle ‘cooperative fasulle’. I maggiori beneficiari delle ‘provvidenze’ sono infatti i grandi gruppi editoriali, che sono già quelli che raccolgono la maggior parte della pubblicità che il sistema italiano dei media, sbilanciato sulla televisione, concede alla carta stampata.
È in realtà molto difficile determinare con precisione l’ammontare di queste forme di sostegno proprio per il groviglio legislativo che vi sta alla base. Secondo L. le ‘provvidenze’ si aggirano intorno ai 700 milioni e sono principalmente costitute da rimborsi per la carta utilizzata, per le spese postali, per le comunicazioni telefoniche; da forme di credito di imposta (cioè un credito di cui è titolare il contribuente nei confronti dello stato) e di credito agevolato per le innovazioni tecnologiche; da fondi per la mobilità dei giornalisti; da aliquote fiscali agevolate per la vendita di molti prodotti (ad es. libri e videocassette). A ciò si aggiungono i contributi per alcune radio e televisioni e varie forme di convenzioni per lo svolgimento di servizi di pubblico interesse: ad es. Radio Radicale riceve consistenti contributi per il servizio di trasmissione delle dirette parlamentari. Sempre da questa anomala situazione deriva tra l’altro il fatto che in Italia vi sono ben dieci agenzie di stampa – cosa che, a detta di Lopez, non si verifica in altri paesi. E proprio in ragione delle ‘convenzioni’ esse sono comunque dipendenti dal potere politico.
Da questi presupposti, più o meno recenti, si è costituito un sistema dell’informazione e, in particolare, della stampa, che non pensa in maniera prioritaria a fornire un prodotto che possa essere accattivante per il lettore. In tal senso non è un caso che a questa anomala situazione corrisponda in Italia una percentuale di vendita di quotidiani molto bassa: i prodotti commercializzati non sono infatti abbastanza attraenti, o sufficientemente vicini agli interessi dei lettori. D’altra parte, i grandi gruppi editoriali finiscono per soffocare o fagocitare i piccoli giornali locali (regionali e interregionali), restringendo così l’offerta sul mercato; e la stessa tendenza sta accadendo nei giornali free press, distribuiti nelle grandi città . Un’ovvia conseguenza di questa situazione è l’omologazione informativa: un effetto contrario a quel pluralismo che le leggi di sostegno all’editoria e alla stampa avrebbero dovuto promuovere. Queste concentrazioni di potere informativo influenzano fortemente la vita del paese, tanto che i gruppi che controllano i più grandi giornali, specie in questa fase di debolezza dell’élite partitica italiana, hanno preso espressamente posizione nell’agone politico (è il caso tanto del “Corriere della seraâ€, quanto de “La Repubblica”); in questo modo hanno portato all’estremo la tradizione di politicizzazione della stampa del nostro paese, poco propensa a distinguere nelle sue linee editoriali tra fatti e opinioni (si veda al riguardo il post La scomparsa dei fatti).
Quale migliore specchio dunque per la casta della politica che una casta dei giornali? Il problema della situazione denunciata da L. non risiede tanto negli sprechi, che pure risultano così insopportabili in un frangente economico difficile quale quello presente: ad es. migliaia di copie sovvenzionate dallo stato vengono regalate, cedute al prezzo simbolico di un centesimo o addirittura mandate direttamente al macero, perché assolutamente invendibili sul mercato, ma necessarie per i contributi. L’aspetto più grave della situazione consiste piuttosto nel condizionamento del normale svolgimento della vita democratica, in quanto è difficile immaginare che un’editoria così assistita possa essere libera.
Le grandi difficoltà di riordinare il settore si sono palesate negli ultimi tre anni, quando si è tentato di elaborare una normativa che cercasse di semplificare la selva di leggi con cui si alimentano le casse dei giornali, anche di quelli che non avrebbero bisogno. Come hanno mostrato, nel 2007, le travagliate vicende della riforma sull’editoria elaborata dal sottosegretario alla presidenza del consiglio del governo Prodi, Ricardo Franco Levi, il rischio è non solo quello che i nuovi interventi non facciano chiarezza, ma che con essi si cerchino di controllare anche le forme alternative di informazione supportate dal web, quali i blog. Un controllo da esercitare in futuro con opportuni soffocamenti, burocratizzazioni e, magari, sovvenzioni.
Cercheremo di tornare nei prossimi mesi su quest’ultimo argomento, visto che per ottobre si prospetta l’intervento del nuovo governo sulla questione in assoluta continuità con quelli precedenti.
E.R.
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