Le trasformazioni della scienza e le sue forme di comunicazione
“I comunicatori della scienza non sono più figure facili da definire o da formare, perché non fanno più cose lineari e in luoghi precisi. Il comunicatore della scienza non è più una persona che fa un solo mestiere (ad esempio, il giornalista scientifico televisivo o l’educatore della scienza), ma spesso è una persona che, così come i suoi giovani colleghi scienziati, ha un lavoro flessibile, complicato, con più padroni e più referenti di un tempo, diviso fra esigenze e pressioni sociali differenti, obbligato a imparare a decodificare e parlare linguaggi diversi in momenti diversi.”
Ci occupiamo dello statuto sociale della scienza, presentando Come si comunica la scienza? (Roma-Bari 2007), breve saggio scritto a quattro mani da Yurij Castelfranchi, fisico teorico e giornalista scientifico, e Nico Pitrelli, responsabile del Master in Comunicazione della Scienza della SISSA di Trieste.
C. & P. si concentrano in particolare sulla comunicazione delle conoscenze scientifiche, che, aspetto da sempre importante in questo ambito del sapere, risulta più che mai fondamentale proprio in seguito alle trasformazioni che la scienza ha conosciuto negli ultimi decenni.
Secondo i due autori la scienza è ormai una parte fondamentale della nostra cultura quotidiana, ma il suo significato è spesso ambivalente: essa è considerata allo stesso tempo vicina e lontana, familiare ed inquietante, razionale e magica, carica di promesse e minacciosa. Inoltre, il nostro immaginario della scienza è ulteriormente condizionato da un luogo comune che la vuole materializzata soprattutto in oggetti tecnologici di cui ci serviamo ogni giorno. Questi ed altri stereotipi non permettono tuttavia di cogliere pienamente né i caratteri della scienza moderna, né quelli che essa ha assunto recentemente e di cui abbiamo una percezione forte benché ancora confusa. Una scienza “quest’ultima” che alcuni sociologi definiscono “post-accademica” o “post-normale”.
Per illustrare questa evoluzione della scienza C. & P. portano ad esempio la figura di John Craig Venter, famoso genetista, che allo stesso tempo è studioso, tecnologo, imprenditore e manager. Craig Venter si trova perfettamente a suo agio nelle forme sempre più mediatizzate della comunicazione scientifica contemporanea; e il notevole impatto che queste nuove figure ibride hanno sulle pratiche consolidate delle comunità di studiosi è ben esemplificato dalla determinazione con cui il genetista statunitense ha cercato di imporre l’attendibilità di ricerche di cui non si rendevano però accessibili tutti i dati e procedimenti sperimentali. Un fatto che contraddice uno dei valori-cardine della scienza moderna: l’intersoggettività .
Si tratta in realtà solo di uno degli aspetti di una nuova configurazione dei rapporti tra comunità scientifica, industria e stato, che ha profondamente modificato il quadro venutosi a costituire dalla fine dell’Ottocento e poi dominante sin dopo la fine della seconda guerra mondiale. Tale nuova configurazione, come è a tutti noto, si caratterizza per il ruolo preponderante giocato dal mercato, tanto che si parla anche di capitalismo accademico.
Questa trasformazione della scienza, che è chiaramente connessa ad un più ampio cambiamento della società moderna nella seconda metà del Novecento, ha dato vita a quello che alcuni hanno definito un Modo 2 della ricerca. Se nel Modo 1 le direttrici dell’attività scientifica vengono determinate prevalentemente dagli interessi dei gruppi di studiosi, che sono relativamente indipendenti rispetto alle altre istituzioni e la cui gerarchia è determinata idealmente in base al merito scientifico, nel Modo 2, come accennato, le cose vanno ben diversamente. La scienza, divenuta transdisciplinare ed eterogenea, si orienta prevalentemente sulle applicazioni e la valutazione delle ricerche avviene così secondo criteri di qualità ed efficienza produttiva che si discostano dal giudizio dei pari (peer review).
In questo mutato contesto molti ricercatori e “imprenditori accademici”, specie giovani, accettano posizioni lavorative sempre più precarie, che dipendono dall’andamento del mercato. Si costituiscono inoltre nuove forme di rapporti sociali che non coinvolgono solo gli scienziati, ma anche figure di non esperti che svolgono soprattutto funzioni di tipo manageriale. L’attività scientifica, divenuta più porosa verso l’esterno, è quindi costretta ad essere più aperta al dialogo con altre componenti sociali e ad assumersi maggiori responsabilità verso la società civile (socially accountable).
E’ allora chiaro che questo nuovo modo di fare scienza ha posto in discussione una distinzione fondamentale nel campo scientifico, ancora fortemente sostenuta subito dopo la guerra: quella tra ricerca di base e ricerca applicata, tra scienza accademica e scienza industriale. Anche se l’intreccio tra istituzioni politiche, accademiche e economia è sempre stato presente, i legami tra le varie parti si sono fatti più stretti e diretti: la scienza si è sempre più adeguata alle esigenze commerciali ed è molto spesso divenuta un bene da vendere. Un esito che ha suscitato non poche resistenze contro la privatizzazione del sapere scientifico e campagne per l’open access.
Questa evoluzione si intreccia con la mediatizzazione della nostra società, che investe dunque anche l’attività scientifica. I ricercatori devono infatti tener conto che il passaggio delle loro conoscenze nei media non comporta tanto una semplificazione, quanto piuttosto una trasformazione. Si ridefinisce così profondamente l’importante aspetto della comunicazione, che sin dai secoli XVI e XVII, è parte costitutiva dell’attività degli scienziati: infatti, una volta che la ricerca risulta proiettata sul mercato, la diffusione delle informazioni è sempre più spesso orientata da strategie di marketing. E non a caso l’aspetto delle pubbliche relazioni ha assunto una tale importanza che non di rado gruppi di ricerca istituiscono dei veri e propri uffici stampa.
Ma in realtà non c’è solo il lato delle trasformazioni mediatiche della scienza. Anche i rapporti con la politica si sono fatti più stretti in un duplice senso: 1) da una parte, si è verificata una maggiore compenetrazione tra attività scientifica e governo della comunità, tanto che è sempre più frequente la presenza di scienziati che partecipano ai dibattiti pubblici, ricercatori che politicizzano le proprie direttrici di indagine, studiosi che scendono in piazza per difendere i propri settori di sperimentazione, i propri finanziamenti, i propri posti di lavoro; 2) dall’altra, tanto i politici quanto i cittadini hanno cominciato ad esercitare forme di pressione molto forti sulla policy della ricerca.
La policy, cioè l’individuazione delle linee generali dell’attività scientifica da parte della società, determina la distribuzione dei finanziamenti e quindi anche gli ambiti di ricerca: emblematico è ad es. il fallito progetto di costruzione dell’acceleratore molecolare statunitense (Super Conducting Collider), che fu abbandonato perchè non più rispondente alle esigenze dell’élite politica dopo la fine della guerra fredda.
Questa decisione presa dal governo Clinton, che spostò i fondi sulla genetica, rispondeva anche all’esigenza di ottenere il consenso del pubblico, che secondo C. & P. è sempre più partecipe non solo nel condizionamento, ma addirittura nella produzione dell’attività scientifica. Occorre rendersi conto che il modello classico di una scienza ordinatamente distinta in discipline, riservata a gruppi ristretti di studiosi, che poi divulgano in maniera unidirezionale le conoscenze semplificandole, è ormai anacronistico. La scienza è infatti la risultante di una negoziazione sociale complessa, costituita da molteplici flussi di relazioni sociali.
Secondo gli autori, i protagonisti della comunicazione scientifica e, più in generale, del nuovo modo di far scienza non sono solo i ricercatori, sempre più precari (e quindi deboli), e la scuola, ma i media, i musei e le collezioni private che svolgono azione di edutainment (si mette in rilievo l’esempio della Villa del Balì nel piccolo comune marchigiano di Saltara), le corporations, le narrazioni romanzesche e cinematografiche che alimentano un immaginario rinnovato, e infine i gruppi organizzati della società civile. Questi ultimi “composti da ambientalisti, consumatori e soprattutto pazienti” non solo costituiscono reti di informazione scientifica alternativa a quella accademica, ma giungono addirittura a produrla, facendola accettare allo stesso mondo istituzionale degli studiosi. Si tratta di un fenomeno di contro-informazione scientifica, che illumina ambiti di studio lasciati da parte, più o meno intenzionalmente, dalla scienza ufficiale (si pensi, al di là dei risultati, all’attività promossa dal blog di Beppe Grillo sulle nanoparticelle).
A questo punto, nella prospettiva del nostro blog, si pone il problema della democratizzazione della policy nell’ambito di un’attività scientifica così complessa per numero di attori e di scenari, più o meno istituzionalizzati. C. & P. non approfondiscono purtroppo la questione, ma, pur auspicando una sempre maggiore partecipazione, si limitano a delineare da un lato le difficoltà concrete che implica l’intervento dei cittadini nei processi decisionali “i problemi di empowerment delle consensus conferences, cui si accennava nel recente post sul libro di Paul Ginsborg” e, dall’altro, il rischio che la mediatizzazione della vita sociale e politica porti a forme di “populismo tecno-scientifico”, che inibiscano la libertà della ricerca.
Il caso recente dei referendum sulla fecondazione assistita (2005), con tutte le implicazioni riguardanti embrioni e cellule staminali, come pure quello attuale del ritorno all’energia nucleare, testimoniano proprio le insidie di questa nuova forma di populismo.
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