Per un diritto globale all’informazione

shutup

“La libertà di parola è sia un fine in sé – un diritto inalienabile che i governi non possono togliere alla cittadinanza – sia un mezzo per raggiungere obiettivi altrettanto fondamentali. La libertà di parola garantisce un controllo necessario sul governo: una stampa libera non solo rende meno probabili gli abusi di governo, ma accresce la probabilità che vengano soddisfatti i bisogni sociali basilari. […] Voglio spingermi ancora più in là e affermare che nelle società democratiche esiste il diritto fondamentale a sapere, a essere informati su ciò che il governo fa e sul perché lo fa. […] La segretezza dà ai governanti un controllo esclusivo su alcune aree di conoscenza e perciò ne incrementa il potere, rendendo ancora più difficile il suo controllo anche da parte di una stampa libera.”

Il percorso di riflessione sui diritti di cittadinanza globale prosegue presentando il testo di una conferenza tenuta dall’economista Joseph Stiglitz ad Oxford, dal titolo La libertà, il diritto all’informazione e il dibattito pubblico: il ruolo della trasparenza nella vita pubblica, pubblicato nella più volte citata raccolta La debolezza del più forte. Globalizzazione e diritti umani (Milano 2004), pp. 147-196.
In questo contributo S. presenta una serie di considerazioni sul diritto dei cittadini all’informazione nell’ambito della sfera pubblica a partire dalle sue esperienze professionali nelle istituzioni economiche internazionali e nel governo americano. Egli muove così una critica circostanziata alle reticenze e ai silenzi di politici e funzionari, che sono incompatibili non solo con i valori della democrazia, ma anche, conseguentemente, con un governo efficace ispirato da tali valori.

Prendendo spunto dalla crisi economica del sud-est asiatico (1997-1998), S. mette in evidenza la grande importanza assunta dalla trasparenza per un corretto funzionamento dei sistemi economici e politici. Nel caso del tumultuoso sviluppo delle ‘tigri asiatiche’ la mancanza di informazioni a più livelli ha infatti creato le condizioni fondamentali per la formazione di un pernicioso capitalismo clientelare, costituito da istituzioni finanziarie ed industriali deboli.
Tali problemi non hanno però investito solo quell’area, ma sono da tempo annidati in vari settori della società mondiale. Proprio sulla base della sua esperienza di ‘economista del settore pubblico’, S. ha non di rado affrontato la questione della trasparenza nel sistema di tassazione e soprattutto nel sistema bancario, le cui pratiche opache si sono spesso rivelate contrarie ai diritti dei cittadini.
Alla trasparenza si oppone la segretezza, termine generale con cui si indicano una serie di pratiche che minano la democrazia, in quanto implicano una fondamentale mancanza di fiducia tra governanti e governati. Secondo S. la partecipazione significativa al processo democratico esige infatti che i cittadini siano informati, potendo così conoscere le alternative disponibili per effettuare consapevolmente le scelte. E i cittadini sono assolutamente in diritto di sapere ciò che riguarda la sfera pubblica, in quanto le informazioni che la costituiscono sono di loro proprietà. Non è quindi ammissibile che politici e funzionari pubblici possano avere segreti nei confronti di quelli che sono da ultimo i loro “datori di lavoro”. Tanto più che l’uso improprio delle informazioni rende il governo meno efficace rispetto ai valori e ai fini della democrazia.
S. vaglia quindi i motivi che spingono le persone responsabili di incarichi pubblici a ricorrere alla segretezza. E, purtroppo, ciò dipende innanzi tutto dal fatto che essi non credono ai processi democratici centrati sulla partecipazione e sulla discussione. Inoltre, politici e funzionari dell’amministrazione ricorrono alla segretezza per proteggersi di fronte alle possibili accuse di aver commesso errori o omissioni; si innesca in tal modo un circolo vizioso per cui la segretezza si autoalimenta per garantire posizioni di potere che, se si possedessero informazioni sufficientemente complete, non sarebbero più legittimate.
E sempre in direzione della difesa della propria posizione va anche il fatto che la mancata diffusione di informazioni costituisce un ostacolo al ricambio delle élite: infatti, i rivali possono essere resi meno sicuri nei loro programmi dalla mancata conoscenza della situazione interna delle istituzioni; possono cioè non sapere se sia possibile produrre effettivi miglioramenti. E questa circostanza potrebbe indurre i cittadini, al momento delle elezioni, a ritenere che affidare governo e amministrazione a persone che non sono addentro ai meccanismi possa avere un costo elevato in termini di tempo e risorse: “la mancanza di informazioni degli outsider fa crescere i costi dell’avvicendamento al potere, e rende più dispendioso (per la società) cambiare le squadre di governo”.
Tuttavia, secondo S., vi sono effetti ancora più perniciosi della segretezza: innanzi tutto, aumenta la discrezionalità dei detentori del potere pubblico, che si sottraggono così ai controlli; inoltre, essa crea un mercato perverso delle notizie, in quanto alcuni politici o funzionari tendono a divulgare una parte delle informazioni a certa stampa dietro corresponsione di compensi; infine, la segretezza consente ad interessi privati di esercitare una forte influenza sulla vita pubblica attraverso la corruzione: una minaccia permanente alla fiducia nella democrazia.
Insomma, i processi di potere che si avvalgono della segretezza concorrono a diminuire la qualità del processo decisionale democratico perché scoraggiano la partecipazione dei cittadini e dei gruppi della società civile. Con un ulteriore effetto perverso: lo spazio del dibattito politico si restringe per i problemi rilevanti nel governo della comunità e si amplia invece per le questioni di principio (di fatto irresolubili), su cui non è necessario possedere molte informazioni per sentirsi in grado di esprimere un’opinione: l’aborto, la fecondazione assistita, gli immigrati. A questo effetto politico negativo si aggiungono anche conseguenze economiche svantaggiose: non garantire l’accessibilità delle informazioni e la loro tempestività impedisce infatti di usufruire di risorse più valide ed efficaci.
Le ragioni che vengono accampate per giustificare la segretezza non sono, nella maggior parte dei casi, consistenti in un’ottica democratica. Certamente, è ben fondata la segretezza connessa con la privacy, ma essa è confinata ad ambiti per lo più privati che non riguardano la sfera pubblica. Più discutibili sono le ampie aree di segretezza motivate da questioni di sicurezza nazionale o da preoccupazioni per eventuali effetti di instabilità istituzionale: in questi casi – ammette S. – può essere opportuna una certa riservatezza nella fase iniziale, ma poi le scelte prese e le motivazioni che sono alla loro base devono essere assolutamente divulgate. In tal modo i cittadini possono giudicare le istituzioni che non devono – come qualcuno vorrebbe – essere giudicate infallibili; sottoposte infatti al dibattito pubblico non ne sarebbero indebolite, ma piuttosto rafforzate in un’ottica democratica aperta e pluralista.
In tal senso occorre per S. creare una cultura dell’accessibilità, per cui il pubblico deve essere informato e partecipare a tutte le decisioni collettive; le informazioni che detengono politici e funzionari dell’amministrazione appartengono infatti ai cittadini e non possono essere oggetto di indebite appropriazioni. Perché questa cultura dell’accessibilità sia garantita è però necessario che siano sane le istituzioni in grado di produrre informazione e contro-informazione: una stampa libera, un’opposizione politica determinata e fortemente critica, i gruppi della società civile. È solo in un contesto del genere che si può sviluppare una buona governance democratica.

Dalle riflessioni generali di S. su trasparenza e segretezza è dunque facile ritenere grave – purtroppo ancora una volta – la situazione in cui versa la democrazia italiana. Il tradizionale controllo dei mezzi di informazione da parte delle élite politico-economica del nostro paese si è trasformato negli ultimi quindici anni in una pericolosa tendenza al monopolio concentrato nelle mani dell’attuale premier e del suo entourage. Questa situazione accentua notevolmente gli effetti distorsivi della segretezza (già forti in Italia), delle fughe di notizie, dei silenzi, che vanno nella direzione ultima di creare un consenso plebiscitario intorno al leader, di cui si esaltano le decisioni e si nascondono le responsabilità politiche e morali. Ovviamente la ricerca di un consenso assoluto va di pari passo con la compressione degli spazi di informazione antagonista, anche in rete.
Ci occuperemo presto di come questi elementi si inseriscano in un più complesso modello degenerato di democrazia, elaborato nel Novecento, che schiaccia i valori di libertà, uguaglianza, solidarietà e partecipazione.

E.R.

Tags: , ,

Leave a Reply

You must be logged in to post a comment.