Fine delle trasmissioni

tvrest“Con il progressivo avanzamento di nuove generazioni abituate a maneggiare le possibilità offerte dalla convergenza [degli strumenti mediali], la televisione, come la conosciamo noi, è condannata. Non si tratta di saper manipolare tecnologie in forma intuitiva, come pensano i genitori che chiamano i figli ad “accomodare” il computer o a rimettere i canali sul telecomando del televisore. Si tratta di plasmare la propria socializzazione in modo completamente nuovo, attraverso i siti di presentazione di sé, di social networking, di gioco e simulazione, di archiviazione  e condivisione di musica, fotografie, video, i blog, la possibilità di costituire nicchie plurime di interesse e di scopo, l’attitudine a fare con i media sempre più cose contemporaneamente, in una filosofia totalmente multitasking.”

Torniamo ad occuparci del sistema dei media nel nostro paese presentando Fine delle trasmissioni. Da Pippo Baudo a You Tube (Bologna 2007), un libro scritto da Enrico Menduni, professore di Culture e formati della televisione e della radio presso l’Università di Roma Tre.
M. descrive le vicende degli ultimi trent’anni nella televisione italiana, concentrandosi sul grande impatto avuto dalle trasformazioni tecnologiche e culturali verificatesi a partire dalla metà degli anni ’90.

L’autore descrive la storia del declino della televisione generalista nostrana, su cui convergevano, vent’anni or sono, ingenti risorse, superiori – e secondo M. eccessive – rispetto a quelle impegnate in proporzione da altri paesi. Questa situazione ha da un lato pregiudicato l’iniziale sviluppo di altre piattaforme di erogazione di prodotti audiovisivi – in sostanza la tv a pagamento via cavo –; e, dall’altro, è valsa a preservare più a lungo l’anomalo duopolio televisivo Rai-Mediaset, che, al di là dei differenti (in certi casi assolutamente divergenti) orientamenti politici, culturali ed educativi, stava bene a tutte le parti in causa.
Nonostante la resistenza opposta da questo diffuso atteggiamento conservatore, qualcosa stava però già cambiando su un piano più profondo, quello della mentalità del telespettatore. Ne era dimostrazione il successo di alcuni format televisivi, che M. riconduce a due filoni: 1) la tv realtà (si pensi a un Giorno in pretura o ai programmi di infotainment di Santoro, Costanzo e Funari, i quali svolsero funzioni di supplenza politica durante Tangentopoli) e 2) i reality show (che si concentravano sull’intrattenimento nei programmi di emotainment condotti da Castagna, Cucuzza, Foschini, De Filippi, Carrà; per non parlare del Grande fratello).
Si trattava dell’esito di una più generale tendenza alla popolarizzazione della Tv, in cui era la gente comune a diventare protagonista; e si annunciava così l’ulteriore passaggio dalla figura del semplice fruitore di programmi televisivi a quella del prosumer, cioè del produttore e consumatore insieme. Un passaggio che, temporaneamente ostacolato dalla persistente egemonia dei media istituzionali nella diffusione (broadcast), si sarebbe poi compiuto solo nel primo decennio di questo secolo grazie all’ausilio di mezzi personali di produzione e di diffusione dei testi multimediali.
Il fattore di trasformazione decisivo per il nostro paese è stato, secondo M., la liberalizzazione dei settori dei media e delle comunicazioni imposta dall’Unione Europea dalla metà degli anni ’90. Si è trattato per l’Italia di un determinante sblocco politico della situazione, che ha permesso la diffusione pervasiva di fondamentali innovazioni tecnologiche. Ecco allora affacciarsi negli anni immediatamente precedenti al 2000 la televisione satellitare – per la quale in quegli anni si erano create le infrastrutture con Eutelsat, da una parte, e Astra di Rupert Murdoch, dall’altra –, i telefoni cellulari e soprattutto internet, il cui decollo risale al 1997.
L’onda continua delle innovazioni, coniugata con la liberalizzazione dei mercati, ha quindi in pochi anni scardinato alcune fondamenta del sistema dei media. Pur tralasciando in questo post gli aspetti relativi alle telecomunicazioni – che M. tratta ampiamente –, si deve comunque ricordare l’impatto avuto dai telefoni digitali, in particolare dai videofonini, che hanno dotato gli individui di strumenti personali e mobili di fruizione e produzione di testi multimediali; tanto che la comunicazione vocale è ormai da anni divenuta un aspetto tra gli altri nell’uso di questi apparecchi elettronici. Ma anche strumenti quali l’iPod e il computer portatile hanno permesso al singolo di avere sempre con sé grandi librerie di filmati e di musica o di potervi accedere via web. Tutto ciò ha contribuito al fondamentale fenomeno di convergenza tra le diverse piattaforme, che consente la fruizione trasversale dei contenuti, i quali sono peraltro sempre più il prodotto degli stessi utenti (user generated contents).
Allo stesso modo si è assistito negli ultimi anni, all’incirca a partire dal 2001, alla piena affermazione della tv a pagamento, con abbonamento o con richiesta di singoli prodotti (pay per view). In tale contesto Sky è riuscita nel giro di pochi anni ad acquisire una vasta platea di telespettatori, arrivando ad essere un competitor alla pari degli altri due e rompendo così di fatto il duopolio presente nella tv generalista in chiaro.
È evidente che queste trasformazioni necessiterebbero di una nuova regolamentazione, ma la classe politica italiana non ha perso purtroppo la tendenza a garantire le proprie posizioni e a non risolvere le situazioni problematiche, quali il conflitto di interessi che riguarda Silvio Berlusconi. La legge Gasparri (2004) risulta in questo senso particolarmente significativa, in quanto ha soprattutto cercato di evitare l’oscuramento di Retequattro, e, conseguentemente, quello di RaiTre.
In realtà, i temi affrontati da questo testo legislativo sono ben più ampi. Tuttavia, emblematicamente, alcuni problemi hanno ricevuto solo una pseudo soluzione, mentre altre questioni si sono lasciate completamente cadere. Ad esempio una soluzione apparente è stata quella di cancellare il duopolio Rai-Mediaset mediante una moltiplicazione del numero delle reti televisive nazionali consentita dal ricorso alla tecnologia del digitale terrestre: è chiaro però che si tratta solo di una fittizia diluizione, di cui ha anzi approfittato proprio Mediaset impiantando una nuova offerta di programmi a pagamento, Premium. Insomma, un aggravamento del conflitto di interessi, reso peraltro evidente 1) dai recenti scontri dei governi con Sky, penalizzata da decisioni politiche tutt’altro che trasparenti; 2) dalla procedura di infrazione aperta dalla UE contro il nostro paese per l’eccessivo favore che la legge accorda agli operatori già esistenti sull’analogico. Inattuata è invece rimasta la prevista privatizzazione della Rai, che è stata fatta arenare in silenzio: sarebbe stato certo un ‘guaio’ se l’azienda pubblica si fosse sottratta al controllo della politica; e questo, ancora una volta, per entrambe le parti, centro-destra e centro-sinistra.
Purtroppo tralascio molte altre interessanti ricostruzioni dello scenario politico e mediale italiano compiute da M. nel suo libro e dedico le ultime considerazioni alla descrizione di fenomeni e processi di portata più generale. Il declino della televisione generalista ha fatto sì che non ci sia più una fruizione corale di tale mezzo: in precedenza, infatti, tutti più o meno guardavano le stesse cose; l’ampliarsi dell’offerta attraverso nuovi canali e nuove piattaforme ha invece destrutturato la soggettività unica dello spettatore e ha dato spazio ad una pluralità di identità e di culture decisamente postmoderna. Questo processo è andato di pari passo con la già accennata individualizzazione dei prodotti televisivi che è l’approdo attuale di quella popolarizzazione già in atto da fine anni ’80: i video girati da gente comune, in particolare con i telefonini, sono ormai diventati parte consistente del nostro panorama mediale, tanto da rispondere, nonostante le loro imperfezioni rispetto agli standard tradizionali, ad una nuova estetica iperrealistica. E qui si può inserire un’ulteriore considerazione di M., secondo cui la nostra relazione con lo strumento video è diventata più stretta, mentre il nostro rapporto con la televisione tradizionale si sta progressivamente perdendo. M. riconosce però l’importante ruolo che può ancora rivestire la televisione generalista pubblica come mediatrice istituzionale di certi contenuti, che garantiscano e promuovano – sintetizzo io – i valori democratici.

Ciò appare fondamentale perché, per parafrasare in sede di commento le ultime parole di M., la ristrutturazione dei tempi e degli spazi sottesa a queste trasformazioni si inserisce nell’alveo di una ridefinizione dei confini tra sfera pubblica e sfera privata. O meglio, va nella direzione di una fusione delle due sfere dagli effetti imperscrutabili; un macro-processo, questo, che abbiamo avuto modo di intravedere più volte nelle riflessioni sviluppate in questi due anni sul blog. Un fenomeno postmoderno, insomma, che apre nuove possibilità e forme di vita, ma che fa aleggiare lo spettro di nuove gerarchie signorili; una preoccupazione, quest’ultima, suscitata da certi comportamenti o linee politico-economiche, che sembrano dettati dall’intenzione di imporre, grazie a una posizione di forza, prelievi delle risorse dei cittadini. Si pensi soltanto al recentissimo scontro tra Google e Murdoch sulla visione gratuita delle informazioni sul web: in un campo nuovo, finora aperto ad una libera fruizione di tutti, che agevola così il diritto all’informazione del cittadino globale, si vuole imporre una sorta di prelievo della cui liceità bisognerebbe per lo meno discutere democraticamente.
Purtroppo casi analoghi si rilevano anche in Italia, che mostra in questo campo una peculiarità paradossale già incontrata in molti altri ambiti. Il ritardo nel settore dei media – ritardo che garantiva, di fronte ad innovazioni in grado di alterare gli equilibri di potere, chi aveva già posizioni di forza – ha costretto a bruschi ed affannosi adeguamenti, che hanno spesso avuto conseguenze non positive. La grave paradossalità dell’attuale situazione italiana risiede però nel fatto che le spinte liberalizzatrici degli anni ’90 si stanno inflettendo, su scala globale, negativamente, e favoriscono così la costituzione di nuovi potentati socio-politici contrari ai valori democratici. Ragion per cui le antiche logiche padronali e di rango delle élite italiane, dopo qualche difficoltà, hanno trovato terreno fertile in alcune tendenze postmoderne della costruzione del potere, cosicché è per loro possibile, con nuovi mezzi, continuare a limitare l’esercizio della cittadinanza.

E. R.

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One Response to “Fine delle trasmissioni”

  1. eugenio Says:

    Segnalo a proposito la guerra in corso tra Mediaset e Sky che, come detto, aggrava il conflitto di interessi. A Mediaset, che già attraverso la sua agenzia pubblicitaria ha negato senza giustificazione di accogliere gli spot di Sky, farà sicuramente molto comodo che il governo, guidato dal suo proprietario, abbia approntato un decreto Legge il tetto massimo della pubblicità nella pay Tv dal 18 al 12%. Questo provvedimento colpirebbe solo parzialmente Mediaset Premium, che ha già una pubblicità inferiore al 12%, ma direttamente Sky, che nel 2008 ha raccolto più pubblicità dell’azienda dei Berlusconi. E sembra anche il governo si sia arrogato le competenze in materia di autorizzazione di ingresso di nuove realtà tv: e con ciò si cercherebbe di ritardare l’ingresso di Sky nel digitale terreste.
    Mi sembra che in una democrazia moderna (ma forse anche in un’antica) questo quadro sia già sufficiente per farsi un’idea chiara della grave situazione in cui versiamo.

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