Clima Estremo

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“Molti vorrebbero che i meteorologi assomigliassero a certi medici che, ascoltati i sintomi al telefono, prescrivono gli esami di laboratorio, sperando di accorciare i tempi per arrivare alla verità. In meteorologia, però, esistono solo cause prossime per certi fenomeni, mentre la connessione fra questi fenomeni e il passato climatico è uno dei problemi più controversi che esistano.” Preso atto di questi limiti della meteorologia, è possibile dunque attribuire il caldo registrato nel 2003 semplicemente all’aumento del livello di anidride carbonica e degli altri gas serra negli ultimi anni?

Parliamo di clima e d’impatto ambientale, recensendo Clima estremo. Un’introduzione al tempo che ci aspetta (Milano 2005), un libro scritto da Guido Visconti, professore ordinario di Fisica dell’atmosfera e Oceanografia all’Università degli Studi dell’Aquila e dal 2001 direttore del Centro di eccellenza per la previsione di eventi meteo severi (Cetemps). V. presenta un affascinante viaggio nel passato climatico della Terra, che ci mostra un quadro relativamente stabile da oltre 10.000 anni, preceduto tuttavia da un periodo caratterizzato da eventi molto repentini. Oggi le cose stanno cambiando e, anche se la scienza per mancanza di mezzi e di quantità di dati da elaborare non può fornirci delle risposte inconfutabili, è evidente che dobbiamo intervenire. La variazione delle correnti dell’oceano insieme alla riduzione dell’estensione dei ghiacciai artici ci rivela quanto possano essere pesanti gli effetti umani sull’ambiente come l’emissione di anidride carbonica e di polveri sottili.

Il termine tempo nella lingua italiana induce spesso confusione poiché la stessa parola indica sia il tempo cronologico sia il tempo meteorologico. Questa coincidenza causa poi equivoci fra “clima” e “tempo”. Innanzitutto dobbiamo ricordare che si parla di clima per indicare quello che ci aspettiamo in previsioni a medio e lungo termine: clima estivo, invernale, etc.; si parla invece di tempo quando ci si rivolge alla successione di eventi atmosferici come pioggia, neve, etc. Possiamo sintetizzare la differenza citando Lorentz, uno dei più grandi meteorologi contemporanei, il quale sostiene che: “il clima è quello che ti aspetti, il tempo è quello che ti becchi”. Pur essendo strettamente interconessi, il tempo e il clima dipendono da cause spesso molto differenti: infatti, se il tempo è influenzato dalla variabilità del sistema atmosfera-oceani e biosfera, il clima è strettamente collegato a cause esterne al sistema Terra-atmosfera. Le cause esterne più comuni sono: l’aumento del gas serra (ex: anidride carbonica), la variazione dell’energia che viene dal Sole, le eruzioni vulcaniche.
V. ripercorre la storia della Terra partendo dalla sua nascita, che risale a 5 miliardi di anni fa, fino ai nostri giorni ed evidenziando gli eventi più drammatici per il clima, come la glaciazione preistorica, i cataclismi naturali del medioevo e la deforestazione dell’epoca industriale. Analisi della concentrazione dell’isotopo dell’ossigeno 16 e dell’isotopo 18 nelle acque delle calotte polari e nei carbonati dei fossili dei crostacei, hanno messo in luce l’esistenza di diversi episodi di glaciazione 100.000, 40.000 e 22.000 anni fa. Un attento studio ha collegato questa periodicità rispettivamente alla variazione dell’eccentricità dell’orbita terrestre, all’inclinazione dell’asse e alla precessione degli equinozi. Scoperte recenti hanno permesso una ricostruzione accurata delle temperature medie dell’emisfero nord della Terra; si è rilevata così un’inversione tendenziale dei valori: dopo un aumento progressivo che va dall’anno 1000 fino verso il 1300 si è constatata una progressiva diminuzione delle temperature che ha raggiunto il suo minimo storico nel 1800.
L’importanza di questi dati è fondamentale per costruire un quadro più chiaro degli sviluppi futuri del nostro clima, fornendo un metro di verifica dell’attendibilità dei modelli di simulazione. La natura caotica di questi eventi ci permette una valutazione scientifica di tipo probabilistico. Risulta così evidente che non si è in grado di rispondere al quesito fondamentale della discussione, cioè se si può riconoscere nell’emissione di anidride carbonica la causa scatenante delle temperature record dell’estate del 2003; si può però sicuramente rilevare un andamento crescente delle temperature medie e un incremento dell’incidenza dei fenomeni “estremi” (si definiscono estremi quei fenomeni che sono caratterizzati da rarità, grande intensità e severità in termini di impatto socio-economico, come alluvioni, uragani, tornado, El Nino etc). In altri temini, i limiti scientifici non ci permettono di confutare o sostenere tesi atte a determinare relazioni precise di causa ed effetto tra il clima di oggi e l’azione umana; ma la tendenza al riscaldamento, insieme ad altri fenomeni concomitanti, ci pone di fronte ad un cambiamento in atto che necessita in primis di un intervento politico finalizzato a proteggere la popolazione e le infrastrutture attraverso l’eliminazione delle nostre vulnerabilità. Concentrarsi soltanto sulle capacità predittive dei modelli di previsione è riduttivo dal momento che le condizioni climatiche non sono l’unica causa di aumento dell’incidenza distruttiva di questi eventi, ma vi concorrono altri fenomeni come la crescita demografica e l’antropizzazione dell’ambiente.

Considerato tutto ciò, vale la pena spendere due parole sul trattato di Kyoto. I dati relativi alla crescita della temperatura media globale degli ultimi 130 anni indicano un aumento di 0,5-1 °C e quelli relativi all’innalzamento medio del livello dei mari rientrano nell’ordine di grandezza del mm (2mm per la precisione). È evidente che si tratta di dati discutibilissimi, visti i metodi di misura della temperatura di 100 anni fa e l’inesattezza dei modelli di deformazione dei bacini oceanici e della crosta terrestre. L’aspetto ancora più sorprendente è che i dati sono in completo contrasto con i modelli di previsione usati per studiare il clima di domani, che vengono elaborati aggiungendo fattori di correzione legati all’inquinamento della bassa atmosfera (ad es. le polveri sottili che tendono a raffreddare il sistema). Si parla di un calcolo degli errori che può portare anche a valori enormi, addirittura il 200%, rendendo talvolta inattendibile qualsiasi valutazione predittiva.
Questa incertezza non deve però giustificare la mancanza di interventi: l’unica politica logica è quella “no regret” (evitare qualsiasi rimorso postumo), con cui si deve porre fine a questo spalleggiamento duplice tra politica e scienza. I politici strumentalizzano infatti l’inefficienza dei modelli per giustificare i loro provvedimenti-non interventi (ad es. la carbon tax) e gli scienziati, invece, fanno lo stesso solo per chiedere ulteriori fondi di ricerca. Purtroppo resta il fatto che le riduzioni efficaci sono dell’ordine del 20-30%, mentre il provvedimento di Kyoto coinvolge solo il 5% dei Paesi che producono il 50% della produzione di anidride carbonica (percentuale, quest’ultilma, in continua diminuzione visto il ruolo dai paesi emergenti). Come testimoniano i mezzi di comunicazione,  questa strada è però molto complessa per i conflitti internazionali che ne derivano e per la discordanza dimostrata dai paesi più industrializzati come gli USA.

M. T.

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