Un mondo diverso è possibile

“Un altro mondo è possibile”. Queste poche parole devono diventare una convinzione radicata di tutti coloro che non accettano le ingiustizie causate dai processi di mondializzazione che vanno sotto il nome di globalizzazione. Tali processi non sono inevitabili, non sono decisi dal fato, ma sono il frutto di scelte di élites politiche, economiche e culturali.
Ecco il nocciolo del pensiero di J. E. Stiglitz, che con le sue alte competenze in ambito economico illustra il fallimento di una politica neoliberista sconsiderata e spesso criminale, fortemente voluta dagli USA negli anni ‘90. Questa politica deve essere sostituita da una nuova linea progettuale mondiale, decisa quanto più possibile in maniera democratica e volta a garantire giustizia ed equità per tutti i popoli attraverso la ridistribuzione delle ricchezze. Non si tratta di una utopia, ma di riforme concrete che secondo Stiglitz si possono fare.
Introduciamo l’area tematica del blog ‘la globalizzazione per noi’ presentando un libro recentemente pubblicato, La globalizzazione che funziona (Torino 2006), da J. E. Stiglitz, economista della Columbia University, già premio Nobel nel 2001.
In questo saggio S. offre una chiara descrizione dei grandi problemi emersi durante i recenti processi economici globali ed avanza una serie di proposte di riforma, che si caratterizzano tanto per la duttilità, quanto per il deciso perseguimento del fine dell’equità , cioè di una giustizia derivante da scambi di beni, servizi, capitali e manodopera, tra soggetti posti in condizione di godere di pari diritti. L’equità costituisce il fulcro di ‘un altro mondo‘, cioè di un’alternativa alle tendenze negative degli ultimi anni.
L’altro mondo di S. è il frutto della consapevolezza di un fallimento, quello di una politica economica mondiale, caratterizzata dal ‘fondamentalismo del mercato‘, che si è imposta negli anni ‘90 ed è nota come ‘Washington Consensus’. Il governo USA e due organi internazionali da quello strettamente controllati, la Banca Mondiale e soprattutto il Fondo Monetario Internazionale (FMI), più l’Organizzazione Mondiale del Commercio (OMC o WTO), costituita proprio in quegli anni (1995), sono riusciti ad imporre una politica di liberalizzazioni parziali, riguardanti soprattutto i capitali, che hanno messo in seria difficoltà i paesi in via di sviluppo, perché le conseguenti speculazioni hanno aggravato la loro situazione economica complessiva.
S. ripercorre in breve le grandi crisi degli ultimi anni: quella russa, quella argentina, quella africana e quella asiatica, mostrando i danni apportati da una politica di apertura ai mercati condotta a tutto vantaggio dei paesi avanzati e le ingiustizie sociali create in quelli più poveri. L’attenzione di S. si appunta però anche sulla reazione dei paesi asiatici alla crisi, i quali sono stati in grado di risollevarsi, svincolandosi dalle direttive del FMI. E questa lezione è stata appresa pure dall’Argentina, capace di rinegoziare autonomamente il debito che l’ha portata al collasso, riuscendo al contempo a rilanciare la propria economia senza essere ’soffocata’ dai dettami degli organi internazionali.
S. invita quindi a una duplice presa di coscienza da cui si può avviare una riforma dell’economia globale: 1) il riconoscimento del carattere positivo dell’intervento statale in ambito economico, in quanto il mercato – che non risponde mai alle condizioni ideali dei suoi fautori – non riesce da solo a creare situazioni stabili, ma finisce per aumentare lo squilibrio, portando al paradosso di paesi ricchi pieni di gente povera; 2) l’esigenza di costituire nuove istituzioni internazionali, che consentano di controllare efficacemente i processi economici, garantendo al contempo il maggior grado possibile di democraticità e trasparenza nelle decisioni.
Dunque non è la globalizzazione ad essere sotto accusa, ma una particolare piega che essa ha preso negli ultimi quindici anni; una piega che ha un suo segno emblematico nella crescente importanza politica assunta dal PIL nella valutazione dello stato di un’economia.
S. denuncia concretamente le distorsioni attuali: le liberalizzazioni asimmetriche – ad es. le sovvenzioni all’agricoltura dei paesi occidentali che soffocano la produzione dei paesi poveri; oppure le forme di protezionismo mascherato -; il controllo dei brevetti, specie farmaceutici, che nega l’accesso a conoscenze fondamentali ai paesi poveri, peraltro depredati dalle multinazionali delle proprie tradizioni terapeutiche (biopirateria); il saccheggio delle risorse dei paesi in via di sviluppo a beneficio di quelli industrializzati e di ristrette élites politiche locali, spesso non democratiche.
Le risorse andrebbero infatti gestite su scala planetaria, con progetti complessivi,penalizzando coloro che si comportano in maniera scorretta – sostenendo ad es. le inefficienze del proprio sistemaindustriale attraverso la mancata adesione al protocollo di Kyoto – e incentivando coloro che adottano comportamenti virtuosi, ad es. la protezione delle foreste dal disboscamento.
E’ necessario quindi sottoporre a pressione le multinazionali, creando le condizioni perché maturi un’etica della responsabilità sociale di quelle imprese. Il sistema economico andrebbe quindi ulteriormente stabilizzato attraverso una gestione migliore dei prestiti, tale da non ’strozzare’ la crescita dei paesi più poveri, e anche attraverso un rafforzamento delle riserve, magari costituite con una nuova banconota universale. Questo permetterebbe di non ricorrere più al dollaro come principale moneta costitutiva delle riserve, circostanza che ha ingenerato una complessa interdipendenza tra USA e paesi in via di sviluppo, tale che questi ultimi finiscono per sostenere con flussi di denaro e risorse l’economia e la società americane, sempre più indebitate, ma abituate anche a vivere al di sopra delle proprie possibilità . E S. profetizza per gli Stati Uniti un ‘giorno della resa dei conti’.
Il discorso di S. sugli USA vale in gran parte anche per l’Europa: pure noi stiamo vivendo al di sopra delle nostre possibilità. E se non si vogliono fronteggiare crisi politiche ed economiche sempre più pericolose, bisogna mettersi nell’ordine di idee di distribuire ad altri popoli una parte della nostra ricchezza. L’altra parte invece va invece meglio ripartita all’interno, dove tanti lavoratori stanno sempre peggio.
La politica statale negativa descritta da S. corrisponde proprio a quella perseguita in Italia negli ultimi anni: imposte regressive (cioè in diminuzione per i ricchi), indebolimento degli ammortizzatori sociali, diminuzione degli investimenti nella ricerca, scarso incentivo ai laureati nelle discipline scientifico-tecnologiche. Bisogna riformulare attraverso una volontà politica democratica, che si rafforza per S. solo attraverso l’informazione dei cittadini, le basi di una convivenza comunitaria, nazionale e internazionale fondata sui principi di equità.
Al PIL occorre sostituire altri indici, come il PNNV (Prodotto Nazionale Netto Verde), che tiene conto dei costi sociali e ambientali, oppure inserire tra i criteri di valutazione economica elementi come la qualità del tempo libero, il numero dei libri letti e dei concerti ascoltati, il tempo trascorso con i figli o dedicato alla comunità.
Torneremo su alcuni di questi aspetti, specie sulle conseguenze sociali della globalizzazione, con un saggio di Bauman, in una prossima tappa del nostro percorso.
E.R.
Tags: democrazia, economia, giustizia, mercato, riforme
novembre 30th, 2007 at 3:04 pm
Il quadro delineato in questo profilo rispecchia completamente la sensazione personale ma il problema che si delinea al momento è di tipo applicativo. Ogni tentativo di presa di posizione organica che sia G8 o altro è sempre stato fallimentare sia per conflitto di interesse che per rapporto di forze in gioco. L’ultima parole spetta sempre alle superpotenze mondiali che al momento non ci forniscono nè un senso di sicurezza che di equità . Gli interessi in gioco sono grandi e gli esempi riportati riportati ne sono emblematici, qui si parla di futuro di un paese e quindi milioni di persone. Volevo concludere chiedendo quale fossero le prospettive e i ruoli dell’ Italia in questo contento specifico, cioè che cosa come Italia e italiani possiamo fare….
dicembre 5th, 2007 at 2:06 pm
Una breve intervista a Stiglitz, che era in Italia durante lo scorso weekend, è stata pubblicata sul Sole-24 Ore di venerdì 30 novembre a cura di Mario Margiocco. Stiglitz vi ribadisce innanzi tutto il suo giudizio sui limiti del governo mondiale dell’economia. Appaiono necessari un ripensamento e una riforma delle istituzioni internazionali che al momento sono impediti dall’amministrazione Bush. L’economista tratteggia quindi la situazione di grave indebitamento degli USA, i cui margini di manovra nel rilancio dei consumi interni sono ristretti dai costi delle campagne militari. L’intervista si chiude con un richiamo alle conseguenze più gravi del corso attuale del processo di globalizzazione: la la disuguaglianza dei redditi, l’instabilità finanziaria, lo sfruttamento dei paesi arretrati. Ringrazio Domenico C. per la segnalazione.