La scomparsa dell’Italia industriale

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Il tracollo catastrofico della chimica italiana: “Trattative triangolari occulte, tra finanza politica e industria, condotte a suon di tangenti per concordare alleanze e fusioni, acquisizioni e salvataggi, che hanno distorto in un vastissimo raggio i comportamenti e la mentalità di persone, imprese e istituzioni. Centinaia di chilometri quadrati di splendidi litorali e di ottime superfici agricole in molte regioni italiane sacrificati per costruire stabilimenti condannati ad arrugginire dopo pochi anni perché nati obsoleti o perché ne duplicavano inutilmente altri, o erano balordamente sovradimensionati. Migliaia di vittime, oggi sofferenti oppure defunte, a causa degli elevati tassi di inquinamento di atmosfera, acqua e terra da parte di innumeri sostanze nocive che i poli chimici hanno per decenni spensieratamente diffuso attorno a sé, da Gela a Brindisi, da Ravenna a Porto Marghera, da Augusta Priolo a Mantova.” Così, in poche righe, Luciano Gallino condensa una vicenda esemplare della parabola industriale italiana.

Incominciamo la nostra ricognizione sull’attuale situazione economica italiana con un breve saggio scritto alcuni anni fa da un grande sociologo italiano, Luciano Gallino, La scomparsa dell’Italia industriale (Torino 2003).
G. vi richiama l’attenzione su una pericolosa tendenza, quella che porta alla trasformazione dell’Italia in un paese senza industria nei settori-chiave della produzione (informatica, chimica, elettromeccanica, industria farmaceutica, elettronica di consumo) e quindi in una sorta di colonia. E miopi, se non forse intenzionalmente fuorvianti, sono le idee di coloro che giustificano questo smantellamento con l’avvento di un’epoca post-industriale.
Occorre invece riconoscere ancora l’importanza della grande industria, soprattutto per la sua capacità di sviluppare la ricerca necessaria all’innovazione tecnologica. I distretti industriali italiani rischiano infatti di soccombere di fronte alle sfide lanciate dal mercato globalizzato, perché mancano prodotti ad alta intensità di conoscenza.
Questa situazione è l’esito di una serie di errori e di insuccessi dovuti all’incapacità strategica ed imprenditoriale delle élites politiche ed economiche italiane: progetti ed investimenti dissennati; privatizzazioni irragionevoli di aziende leaders mondiali nei loro settori, cedute a società straniere; managers inseriti in posti per i quali non avevano competenze – sulla base dell’idea sbagliata della loro intercambiabilità -; ricorso a forza lavoro poco qualificata; scarso incentivo alla ricerca; preferenza per la soluzione finanziaria di problemi industriali ricercata attraverso commistioni non trasparenti con i vertici della politica.
Il risultato di tutto ciò è stato il rapido declino dell’industria italiana nella seconda metà  del ‘900, che annoverava molte eccellenze in vari settori produttivi. G. racconta quindi la parabola di grandi imprese, cominciando con la Olivetti, che a metà degli anni ‘50 era leader mondiale nelle macchine per ufficio. L’azienda di Ivrea proprio in quel periodo era assolutamente all’altezza degli altri competitors del settore nella costruzione di prototipi di grandi calcolatori elettronici e, nonostante le prime difficoltà degli anni ‘60, era ancora in grado di presentare nel 1965-66 il primo, anche se ancora rudimentale rispetto agli standards cui siamo abituati, apparecchio definibile come personal computer. Le difficoltà dell’Olivetti portarono, dopo un primo salvataggio finanziario italiano, alla sua cessione agli americani, senza che le élites del paese comprendessero la necessità della difesa del settore. Emblematica, dopo gli ultimi sussulti degli anni ‘80, è l’estinzione finanziaria dell’Olivetti, divenuta un contenitore vuoto per le grandi operazioni di acquisizione della Telecom della seconda metà degli anni ‘90: nel 2003 Tronchetti Provera ha eliminato il marchio per semplificare la catena di società attraverso la quale controlla la Telecom.
In questo come in altri settori (aeronautica, chimica, elettronica di consumo) si è tenuta quindi una condotta contraria al rafforzamento imprenditoriale e industriale, che oltre a causare il fallimento di molte aziende ha comportato la dissipazione di molte competenze umane, tecniche ed organizzative. E questo secondo G. perché “la classe politica italiana ha sempre avuto idee vaghe su ciò che significhi essere un imprenditore, il tipo che si assume un rischio collegando tra loro diversi fattori di produzione”.
Rimandando al libro per la presentazione di molti casi eloquenti, facciamo un breve cenno alla questione Fiat: il libro di G., che dedica l’ultimo capitolo al gruppo automobilistico, è stato infatti scritto nel momento di più profonda crisi della maggiore industria italiana; G. indicava il madornale errore commesso dalla dirigenza del gruppo: quello della diversificazione delle sue attività, che presuppone un malinteso circa la stessa natura dell’industria automobilistica che, per la sua complessità, richiede la concentrazione di forze ed investimenti intorno alla produzione dell’auto. E in fondo questa indicazione, che appare piuttosto elementare, proprio quella che ha portato in brevissimo tempo la Fiat a recuperare gran parte del terreno perduto.

Proprio il caso positivo della Fiat mostra l’urgenza di non dissipare un capitale industriale che, per quanto disastrato, conta ancora su molte componenti valide, costituite soprattutto da quegli uomini con alte competenze tecniche formatisi nei periodi migliori dell’industria italiana. Sembra monotono il dirlo, ma ancora una volta la responsabilità maggiore è quella delle élites politiche italiane che, come mostrano ad es. i catastrofici casi Parmalat e Cirio, non hanno promosso l’aspetto produttivo – fatto normale in altri paesi -, ma hanno favorito soluzioni finanziarie o industriali sbagliate, che permettevano loro di consolidare la loro rete di consensi.
Torneremo ancora a inframezzare periodicamente ai nostri post sulla globalizzazione l’esposizione di letture dedicate all’economia italiana, posta di fronte alle sfide del mercato mondiale.
E. R.

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One Response to “La scomparsa dell’Italia industriale”

  1. massimiliano Says:

    Il caso della chimica italiana, citato da Eugenio, ha sempre suscitato in me grande curiosità e lo ritengo un tassello fondamentale per ricostruire il puzzle della ns. industria. Le dinamiche di un fenomeno di quella portata ha delle cause che non si possono retribuire a solo un piccolo gruppo di persone ma esprime il malessere di una società intera tutti ne siamo responsabili per non esssere intervenuti. L’industria tecnologica (intesa come industria ad alto contenuto di conoscenza) è l’anima che sostiene lo sviluppo di un paese e non deve essere distrutta per interessi personali. Fiat Telecom ENI (per citarne alcune) non vanno difesi perchè altrimenti perdono lavoro molte persone ma vanno presi da esempio per lo sviluppo di altre realtà di quella portata. Proprio in R&S ricordo di aver presentato il problema della fuga dei cervelli, dobbiamo fermarla è uno dei primi obiettivi per animare con nuove forze la ns industria. Non siamo certo forvieri di grandi realtà industriali per problemi sociali, politici e industriali ma possiamo ovviare riunendo le forze di realtà industriali di picccola media portata, questo è un dovere perchè solo così potremmo sopravvivere al mercato globale.

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