L’uccellino e le ‘Bastiglie’: la lenta conquista dei diritti umani

senzatitolo (T. Watanabe).jpg“Indubbiamente, nonostante i suoi limiti, essa [La dichiarazione dei Diritti Umani] resta un punto fermo di grande importanza per l’impulso che ha dato alla protezione internazionale dei diritti dell’uomo. Essa ebbe tra l’altro il merito di formulare un concetto unitario e universalmente riconosciuto dei valori che dovevano essere difesi da tutti gli Stati nei loro ordinamenti interni. Non si rivolse solo ai membri dell’ONU, ma a tutti gli Stati della comunità mondiale (è per questo che, su proposta della Francia, a un certo punto si cambiò la denominazione della Dichiarazione, da ‘internazionale’ in ‘universale’). Grazie a essa la società degli Stati si è sforzata di uscire gradualmente dagli anni bui in cui solo il dominio e la forza (gli eserciti, i cannoni e le navi da guerra) costituivano il parametro per giudicare l’importanza degli stati. La Dichiarazione ha favorito l’emergere – anche se tenue e impacciato – dell’individuo, all’interno di uno spazio prima riservato esclusivamente agli Stati sovrani. Essa ha messo in moto un processo irreversibile”.

Quest’anno ricorre non solo il sessantesimo anniversario della Costituzione italiana, ma anche quello dell’approvazione della Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo. Cogliamo quindi l’occasione per introdurre l’argomento presentando il libro di un giurista esperto di diritto internazionale, Antonio Cassese: I diritti umani oggi (Roma-Bari 2005). C. vi ripercorre i processi e le vicende che condussero a tale conquista in seno alla neonata Organizzazione delle Nazioni Unite (ONU) nell’immediato dopoguerra e illustra diffusamente il funzionamento delle istituzioni internazionali deputate alla salvaguardia dei diritti, le principali violazioni dei diritti umani (genocidio, tortura, terrorismo), i limiti e le prospettive di espansione dei valori connessi con la dignità umana sul piano mondiale e su quello regionale.

Proprio questi valori, che si erano in parte già tradotti in diritti durante la Rivoluzione americana e durante quella francese alla fine del ‘700, sono stati giuridicamente definiti nella Dichiarazione del 1948. Pur frutto di tanti compromessi tra tendenze e ideologie opposte – iniziava proprio allora il confronto politico e militare tra Occidente e blocco socialista, la ‘Guerra fredda’ –, la Dichiarazione sanciva l’emergere sul piano del diritto internazionale dell’individuo, che fino ad allora non vi aveva contato nulla o quasi.
I diritti affermati in questo testo sono molteplici: ci sono innanzi tutto (1) quelli strettamente connaturati alla persona (diritto alla vita, all’uguaglianza, alla libertà, alla sicurezza); poi (2) quelli riguardanti l’individuo nei suoi gruppi di riferimento significativi (diritto alla vita familiare e alla sua riservatezza, quello alla nazionalità, quello alla proprietà, quello alla libertà religiosa); quindi (3) quelli relativi ai diritti politici (diritto alla libertà di pensiero e di riunione, diritto alla partecipazione attiva alle elezioni, al governo e all’amministrazione); infine (4) i diritti connessi con gli ambiti economici e sociali (diritto al lavoro e ad un’equa retribuzione, diritto al riposo, diritto all’educazione, diritto all’assistenza sanitaria).
Questo ampio ventaglio di diritti fondamentali, appartenenti a tutti gli uomini, era così affermato per la prima volta, ma la loro realizzazione era cosa ben diversa: non a caso si scelse il termine ‘dichiarazione’ e non quello di ‘convenzione’, in quanto si assumeva un impegno a conseguire tali valori senza costringersi in nessun vincolo giuridico forte. Ci vollero quasi venti anni (1966), perché dalla Dichiarazione del 1948 fossero elaborate due convenzioni, una riguardante i diritti civili e politici e l’altra i diritti economici e sociali, che impegnavano maggiormente gli stati contraenti. Già, perché sono gli stati le istituzioni che tuttora possono fare di più per dare consistenza ai diritti umani: e ciò si concretizza nell’autolimitazione, in quanto, paradossalmente, sono gli stessi stati la minaccia più grave ai diritti umani. E questo non è vero solo per quelli retti da regimi autoritari o dittatoriali, ma anche per quelli democratici: è infatti la stessa struttura complessa delle formazioni politiche statuali a produrre come effetto più o meno intenzionale una compressione dei diritti degli individui.
Gli organi internazionali deputati alla sorveglianza, alla tutela dei diritti umani e all’eventuale azione di contrasto delle violazioni, sono ancora molto deboli, tanto che spesso sono delle strutture private metanazionali, le ONG, a svolgere fondamentali funzioni di monitoraggio, denuncia e sostegno (ad es.: Amnesty international, Human Rights Watch, comunità di Sant’Egidio). I più importanti organi internazionali sono per lo più collegati all’ONU (ad es. la Commissione per i diritti umani, il Comitato per i diritti dell’uomo, l’Alto Commissario per i diritti umani) oppure istituiti con Convenzioni riguardanti determinate regioni del pianeta.
In questo ambito istituzionale, contraddistinto da una capacità di intervento relativamente scarsa, si distingue come un esempio particolarmente positivo la Corte europea dei diritti dell’uomo, che ha sede a Strasburgo. Si tratta di un organo giurisdizionale – cioè che istruisce processi ed emette sentenze –, istituito da una Convenzione europea dei diritti dell’uomo (1950), elaborata dal Consiglio di Europa (1949), un’organizzazione di 46 paesi europei da non confondere con la successiva Comunità (Unione) Europea. La Corte europea è in grado di procedere all’accertamento dei fatti in seguito alle denunce dei cittadini e di pronunciare sentenze sulla base dei diritti enunciati nella Convenzione e della giurisprudenza (cioè il complesso di decisioni e riflessioni giuridiche accumulatesi nel tempo intorno alla corte stessa). Il modello della Corte europea si è rivelato vincente non solo per la base di valori democratici sottostante, ma soprattutto per il gradualismo che ha caratterizzato l’estensione delle sue competenze: per C. è proprio la strategia delle conquiste progressive ad essere la più remunerativa nella crescita delle istituzioni internazionali.
Ma accanto al gradualismo deve essere anche rilevata la significatività dell’azione su scala regionale (Europa, Americhe, paesi islamici, Estremo Oriente): è infatti a questo livello che possono trovare un’efficace applicazione i diritti umani affermati in maniera universale. A C. preme in questo senso sottolineare l’esigenza di rispettare profondamente le culture e le loro differenti civiltà giuridiche; culture che possono però trovare un accordo su un minimo comune denominatore di valori costitutivi della dignità umana: il diritto all’alimentazione, al lavoro, ad un ambiente sano; il diritto alla vita, a non essere sottoposto a tortura, a non essere arrestato arbitrariamente, e a non subire discriminazioni.

La pluralità culturale delle società umane costituisce solo uno dei nodi problematici di questo codice dei diritti dell’uomo che faticosamente, ma inesorabilmente si avvia verso un’affermazione universale. Per sostenere questa avanzata, C. auspica certo il rafforzamento delle istituzioni internazionali (ad es. la costituzione di corti penali internazionali); un rafforzamento che, ricordiamo, anche Stiglitz propone sul versante economico (v. il post Un mondo diverso è possibile). Ma l’autore invita tutti quanti a fare uno sforzo per i diritti umani, foss’anche minimo e donchisciottesco, quale quello dell’uccellino che stava a terra con le zampe levate in aria per cercare di reggere il cielo che minacciava di cadere. Questo è l’atteggiamento con cui ogni cittadino può contribuire alla presa delle tante ‘Bastiglie’ che ancora si oppongono alla tutela della dignità umana.
E tra i tanti ostacoli cui C. accenna, vorrei ricordare non tanto quelli politici ed economici (che, come si sa, sono in via di aggravamento all’inizio del secolo XXI), quanto uno specificamente filosofico: la concezione naturale dei diritti umani. In realtà, come la stessa storia umana mostra, essi non sono qualcosa di già dato, ma una lenta e purtroppo precaria conquista dell’uomo sociale: l’uomo naturale è infatti portato istintivamente ad aggredire e sopraffare l’altro e a mettere nelle migliori condizioni sé e la sua prole. I diritti umani sono invece un’acquisizione contro natura in nome della specifica dignità dell’uomo, cui, per vie tanto diverse e tortuose e non senza bruschi arretramenti, tutte le diverse culture tendono.

E. R.

Tags: , ,

2 Responses to “L’uccellino e le ‘Bastiglie’: la lenta conquista dei diritti umani”

  1. eugenio Says:

    L’inquietudine suscitata dalle notizie riguardanti la delicata situazione internazionale è comprensibilmente diffusa. Capisco ora, dopo la lettura del libro di Cassese (che ne parla espressamente alla fine del quinto capitolo), che ciò che sta accadendo in Georgia (e non solo lì) sta però ledendo un mio diritto. Un diritto non ancora sancito in maniera ufficiale, ma da me ‘effettivamente’ percepito: il diritto di ogni cittadino ad un ordine mondiale giusto e pacifico.

  2. Francy Says:

    Siamo ben lungi da un mondo giusto e pacifico, purtroppo gli interessi economici sono l’ago della bilancia per qualsiasi decisione. Non a caso la guerra in Georgia è iniziata contemporaneamente alle olimpiadi, non a caso 8 anni fa si è accettata la Cina come sede dei giochi …… dov’erano allora e dove sono finite oggi tutte le associazioni per i diritti umani? Troppi esempi si susseguono, ma nessuna risposta!! Quello che mi dispiace non è soltanto l’atteggiamento dei politici, degli atleti o delle varie associazioni pro-umanità, ma anche quello della gente “comune”: quante giustificazioni si sono ricercate per poter guardare quest’anno le olimpiadi con la coscienza pulita? Di belle parole tutti ne hanno la bocca piena, di fatti poco.
    Sai Eugenio, non credo che sia giusto parlare di inquietudine della gente verso gli eventi internazionali, io parlerei più di egoismo o di allarmismo indotto o di ignoranza coltivata. Costa fatica informarsi, soprattutto oggi, ma è un nostro diritto/dovere farlo.
    Concordo con te e con Cassese: mi sento, nel mio piccolo, un uccellino a terra con le zampe in su!

Leave a Reply

You must be logged in to post a comment.