La società del rischio

unbewusste Überreste, avanzi inconsapevoli (T. Watanabe)

“Questo tentativo di costruire una fortezza occidentale contro tutti coloro che sono culturalmente diversi è un fenomeno molto diffuso e destinato a crescere. Inoltre, potrebbe dar vita a una politica dell’autoritarismo statale (su base etnica), caratterizzata da un atteggiamento flessibile verso l’esterno e i mercati mondiali e autoritario verso l’interno. Di chi beneficia della globalizzazione si fa carico il neoliberismo, per gli sconfitti si alimentano la paura del terrorismo e la xenofobia e si somministra a piccole dosi il veleno del razzismo. Tutto ciò significherebbe la vittoria del terrorismo perché i paesi moderni si priverebbero di due conquiste che per loro sono motivo di vanto e superiorità: la libertà e la democrazia.”

Torniamo ad occuparci strettamente dei processi di globalizzazione recensendo un saggio scritto alcuni anni fa da un noto sociologo tedesco, Ulrich Beck: Un mondo a rischio (Torino 2003).
B. prende avvio dall’attentato dell’11 settembre per descrivere un nuovo modello di società mondiale che definisce “del rischio”; una società di cui l’autore delinea non solo i pericoli (terrorismo, crisi finanziarie, catastrofi ambientali), ma anche le opportunità di ulteriori sviluppi delle forme di convivenza umana.

Secondo B. l’attacco alle ‘Torri gemelle’ ha messo in evidenza l’inadeguatezza del nostro linguaggio: tale evento non può essere infatti pienamente afferrato con i termini guerra, crimine, nemico, vittoria. Nemmeno la parola terrorismo, pur comunemente usata per raccontare l’accaduto, convince del tutto, in quanto il termine richiama anche particolari forme di lotta di liberazione sviluppatesi in contesti profondamente diversi da quello attuale. D’altra parte si capisce che gli attentatori hanno fatto ricorso alla mediatizzazione della lingua dell’odio genocida, che esclude dal suo vocabolario parole come trattative, compromesso, dialogo e pace.
In tal senso ci appare soprattutto difficile comprendere la coesistenza di concezioni antimoderniste e di comportamenti moderni e globali nelle figure degli attentatori. Questa difficoltà a cogliere i significati dell’attentato dell’11 settembre e di altri eventi contemporanei dipende dal fatto che i nostri schemi di comprensione sono antiquati; ed elaborare delle risposte sulla base di tali schemi (ad es. una risposta militare a tali attacchi) potrebbe rivelarsi addirittura controproducente: per B. la ‘grammatica nazionale’ della guerra e degli eserciti ha perso valore di fronte alla struttura e alla logica delle reti su cui si basano anche quelle peculiari organizzazioni non governative che sono i gruppi terroristici.
La società mondiale del rischio è da ultimo fondata proprio sulla ‘discrepanza’, sul contrasto, tra i pericoli globali che la nostra civiltà ha creato e l’incapacità delle nostre attuali istituzioni di esercitare su essi un efficace controllo, a cominciare dalla possibilità di chiamare tali pericoli in maniera adeguata. Ed è appunto la grande difficoltà a mantenere la promessa di controllare le situazioni potenzialmente distruttive, create da processi che noi stessi abbiamo innescato, a provocare, di fronte a certi eventi, una diffusa sensazione di imprevedibilità, incontrollabilità e incomunicabilità.
Non manca la possibilità di fornire delle risposte; tuttavia, perché esse siano realmente efficaci nel far fronte alle sfide odierne, è necessaria la coscienza di una dimensione mondiale dei pericoli ambientali, economici e terroristici e della fluidità assunta dai quadri nazionali ed internazionali dell’azione politica in seguito ai processi di globalizzazione.
Ad es. sarebbe importante cogliere il processo di individualizzazione della guerra, per cui singoli individui possono ora combattere contro gli stati (è il caso, per molti aspetti, di Bin Laden); ma è soprattutto interessante prendere coscienza di un effetto di tale processo la cui percezione, pur inconsapevole, è in realtà ampiamente diffusa: in seguito a questa situazione, infatti, gli stati considerano ogni cittadino un potenziale pericolo (e non di rado anche un terrorista), tanto che B. prospetta la possibile alleanza tra governi contro i cittadini; un’alleanza mortale per la democrazia. La risposta efficace a queste trasformazioni e ai pericoli connessi con il terrorismo non risiede per B. in forme di compressione della libertà, ma in elaborazioni di diritto internazionale, cioè nella definizione di organi e procedure di azione su scala globale (come la Corte penale internazionale), in grado di affrontare efficacemente i nuovi pericoli.
Un secondo ordine di problemi è quello riguardante l’economia: B. constata il fallimento del neoliberismo, che si è mostrato incapace di gestire le situazioni di crisi. Non a caso negli ultimi anni è riemersa la componente politica e statuale, accanto a quella del mercato, nell’organizzazione degli scambi di risorse, prodotti, servizi e capitali su scala mondiale e regionale. Questo non vuol dire, peraltro, che tutte le risposte fornite dagli stati siano positive: ad es. il protezionismo sicuramente non lo è. Secondo B. la politica deve adeguarsi alla struttura aperta, metanazionale e reticolare, caratteristica di vari processi della globalizzazione, a partire da quelli economici e culturali.  In questo senso vanno già gli esempi di apertura degli stati alla cooperazione transnazionale (nella stessa lotta contro il terrorismo) e quelli di indebolimento, in realtà tutt’altro che privi di resistenze, delle forme nazionali di organizzazione della politica. B. ritiene infatti che in un processo complessivo di globalizzazione e di costituzione della società mondiale del rischio una configurazione efficace degli stati è quella cosmopolita, cioè aperta verso l’esterno e garante di tutte le componenti etniche, religiose e culturali all’interno.
B. conclude il saggio indicando tre prospettive di azione politica: 1) l’alleanza di vari stati contro il terrorismo deve avvenire sulla base di un fondamento giuridico, che articoli forme di intervento, di accertamento delle responsabilità e di punizione degli individui e dei gruppi pericolosi; 2) la politica deve essere aperta al dialogo soprattutto con quelle forze che reagiscono in forme violente alla globalizzazione; 3) la sfida portata dai pericoli ambientali, terroristici e dalle crisi economiche deve facilitare la costituzione di ambiti regionali di cooperazione transnazionale, che siano in grado di produrre più efficaci azioni di risposta.

Azioni che, sottolineo in sede di commento, devono basarsi anche sull’elaborazione di nuovi strumenti concettuali di comprensione dei processi. B. dice: “è giunto il momento di porre fine a questo silenzio delle parole, non possiamo più permetterci di tacere”; non si tratta però soltanto di manifestare una presa di posizione politica di fronte ad eventi come l’11 settembre, ma anche di trovare i modi di esprimere, e quindi di cogliere, i processi globali, che siano più aderenti alla realtà. Il fine di questa elaborazione è quello di giungere ad una descrizione più adeguata della nostra società che, opportunamente divulgata, ci permetta di prendere più consapevolmente ed efficacemente le decisioni migliori per la nostra comunità. Ed è quello che, pur con tanti limiti, proviamo a fare con questo blog.
In questo senso tale post costituisce un tassello ricco di ‘ammorsature’, cui possono essere connesse non solo le recensioni già scritte sui libri di Stiglitz, Bauman e, da ultimo, Cassese, ma anche quelle che nei prossimi mesi pubblicheremo sui saggi di Paolo Mezzadra e di Naomi Klein.

E. R.

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One Response to “La società del rischio”

  1. eugenio Says:

    Realizzando la voce sull’autore per la pagina biobibliografica, mi sono imbattuto nella traduzione di un articolo di Beck per il Corriere della Sera on-line: Sette tesi contro l’uomo globale.

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