Una condizione per i diritti di cittadinanza globale: l’equa distribuzione delle risorse
“Un sistema basato sulla solidarietà e non sulla carità , fondato sui diritti e non sulla mischia di un mercato senza regole e sulla competizione si traduce in una tassazione che ridistribuisce ai meno privilegiati. Esso presuppone la creazione e il mantenimento di servizi che includano l’assistenza sanitaria e l’istruzione, ai quali tutti i cittadini abbiano libero accesso. Quando il capitale mobile internazionale sfugge alla tassazione, cosa che sta accadendo sempre più spesso, diventa più difficile finanziare la protezione sociale. In tal modo, esso esercita una pressione molto forte su diritti che la gente pensava di aver conquistato definitivamente. In pratica, tutte le conquiste degli ultimi cinquant’anni, se non dell’ultimo secolo e mezzo, diventano all’improvviso del primo che se ne appropria. Per riparare alle perdite causate dal degrado fiscale i governi stanno cercando di ridurre le proprie responsabilità e naturalmente aumentano pesantemente le tasse sugli stipendi, sui salari e sui consumi.”
Per continuare ad approfondire il tema dei diritti nell’ottica di una cittadinanza globale, presentiamo i contenuti di una conferenza tenuta ad Oxford da Susan George, importante economista statunitense. Il testo di tale conferenza, intitolata Globalizzare i diritti?, è stata pubblicata nella raccolta La debolezza del più forte. Globalizzazione e diritti umani (Milano 2004), pp. 25-46.
In questo contributo la G. riflette sugli effetti negativi della globalizzazione intesa in senso neoliberista e sull’esigenza di invertire la rotta per garantire maggiormente i diritti umani di centinaia di milioni di persone.
I guasti provocati dalle pratiche economiche ‘neoliberiste’ sono tanti. Quello più evidente è secondo la G. l’aumento delle disuguaglianze tra ricchi e poveri, in quanto quote consistenti di risorse vengono trasferite dai secondi ai primi. Ciò non si verifica soltanto nelle zone periferiche del mondo (che sono sempre più escluse dai circuiti di scambio di capitali, beni e servizi), ma accade anche all’interno dei paesi più sviluppati, dove si assiste ad un assottigliamento della classe media, che è divenuto significativo a partire dal 1980. All’iniqua distribuzione delle ricchezze si accompagnano anche altre pericolose tendenze quali la sovrapproduzione, la diminuzione dei posti di lavoro, il peggioramento delle condizioni degli occupati, il deterioramento degli standard ambientali, la creazione finanziaria di ricchezze volatili, se non addirittura fittizie.
La G. si sofferma soprattutto a criticare gli eccessi della competizione in tale sistema, che comportano l’aumento consistente del numero dei perdenti, dei marginali. La concorrenza attuale è infatti senza regole, alimentata dall’unico obiettivo di accrescere gli utili degli azionisti (cosa che – sia detto di passaggio – abbiamo sentito pubblicamente dire da uno dei più importanti banchieri italiani, quando, prima dell’attuale crisi, faceva gonfiare in maniera scriteriata il valore della sua banca in borsa grazie a manovre speculative).
Aggrava ulteriormente il quadro il fatto che, come già si è accennato in un precedente post dedicato a Bauman, il carattere meno territorializzato di queste élites le svincola sempre più dagli obblighi nei confronti del contesto sociale di appartenenza; in particolare: (1) dal dover mantenere la reputazione (che si perderebbe in seguito a imbrogli e malaffari) e (2) dall’assumersi responsabilità di fronte ad una comunità di persone. E questa tendenza si accompagna non a caso a forme di carità e di filantropia, anche di dimensione globale, che purtroppo eludono in vario modo il fatto che l’oggetto della beneficenza è quasi sempre un diritto degli uomini aiutati; altre sarebbero dunque le direzioni in cui operare per risolvere quei problemi.
Purtroppo, le istituzioni nazionali e internazionali, a cominciare dallo stato, hanno per lo più assecondato queste tendenze neoliberiste; come abbiamo già visto nel post sulla globalizzazione che funziona (Stiglitz), la Banca Mondiale e il Fondo Monetario Internazionale hanno incentivato politiche economiche squilibrate nei paesi in via di sviluppo, favorendo l’ingenerarsi di situazioni critiche. La G. sottolinea in particolare come le dinamiche globali favorevoli alla rapida e incontrollata circolazione dei capitali abbiano ad esempio provocato condizioni di degrado fiscale: si tratta di una situazione in cui i paesi intenzionati ad attrarre capitali hanno diminuito la loro tassazione, provocando sbilanciamenti e contrazioni dei prelievi e, quindi, della redistribuzione delle loro risorse.
In questo trend neoliberista il ruolo dello stato viene allora confinato a quello di ‘guardiano notturno’: sorveglia dunque la società in modo che i protagonisti della vita economica possano agire indisturbati nella loro competizione senza esclusione di colpi. Se facesse qualcosa di più, lo stato diventerebbe immediatamente ‘cattivo’ e ‘sprecone’; è invece ‘buono’ – come noi abbiamo visto di recente – solo quando interviene per sanare gli errori disastrosi compiuti dagli speculatori finanziari.
Per la G. è necessario cambiare queste dinamiche ponendo in cima ai programmi politici degli stati i valori della dignità umana, della realizzazione personale garantita a tutti, dell’inclusione e non dell’esclusione. E ciò è possibile solo se si contrasta questa competizione senza freni mossa dall’avidità .
L’autrice individua dunque alcune condizioni necessarie per tale cambio di rotta. Innanzi tutto, ridimensionare l’importanza del mercato che, pur rimanendo un fattore fondamentale, non può essere deificato. Il suo ruolo deve essere quindi di servizio e non di dominio. Ciò vuol dire anche contrastare quei perniciosi effetti collaterali della sua volatilità incontrollata, che è il frutto delle speculazioni. Si deve quindi puntare al benessere complessivo del sistema-mondo in modo che non vi siano più aree marginali, aree sfruttate e, infine, aree prima sollevate e poi rapidamente abbandonate. Questa visione globale deve tradursi sul piano politico mondiale ad esempio: 1) in direttive generali riguardanti i sistemi di tassazione progressiva, in modo tale da evitare tanto il degrado dei sistemi di redistribuzione delle risorse statali quanto i paradisi fiscali; 2) nell’imporre delle responsabilità agli attori economici nazionali internazionali nei confronti dei lavoratori, dei clienti, delle comunità , dell’ambiente.
Per si può intervenire perché la globalizzazione economica attuale, con tutti i suoi guai, squilibri e soprattutto con tutte le sue ingiustizie, non è né naturale né voluta da Dio. È il frutto di decisioni degli uomini che possono essere cambiate. Non solo per è dunque possibile agire perché esistono già le risorse disponibili per riparare le storture del sistema, ma è urgente l’azione in quanto, a suo avviso, l’attuale generazione è l’ultima ad avere l’occasione di risolvere il problema. Continuando così, infatti, il sistema subirebbe crisi sempre più drammatiche, collassando infine sotto il proprio insostenibile peso.
Insomma, la G. ci fornisce un primo concreto suggerimento per una traduzione politica di un’ideale battaglia per la cittadinanza globale: la necessità di una ripartizione più equa delle risorse attraverso delle direttive internazionali che condizionino i sistemi fiscali mondiali. Si tratta di una condizione fondamentale perché i diritti dell’uomo siano garantiti e diventino l’humus su cui possa fiorire il cittadino della Terra. Questo sarebbe un intervento politico veramente globale, da cui non si genererebbe quel comodo e spesso ipocrita rapporto asimmetrico di carità , con cui i paesi ricchi cercano di mettere a tacere la propria cattiva coscienza. Con una politica fiscale mondiale non si produrrebbe però non un mondo di uguali, come qualcuno erroneamente teme, ma un mondo di uomini di pari dignità in grado di mostrarsi reciprocamente solidali.
E. R.
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