The New New Deal

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“Il trucco non invecchia mai, l’illusione non perde smalto. Votate contro l’aborto: avrete la riduzione delle imposte sui redditi di capitale. Votate perché la nostra nazione torni a essere forte: avrete la deindustrializzazione. Votate contro quei professoroni universitari paladini del politicamente corretto: avrete la deregolamentazione del settore elettrico. Votate per levarvi il governo dalle scatole: avrete concentrazioni aziendali e monopoli in ogni settore, dai media al confezionamento della carne. Votate per tener testa ai terroristi: avrete tentativi di privatizzare la previdenza sociale. Votate per dare una lezione alle élites: avrete un ordine sociale in cui la concentrazione della ricchezza ha raggiunto livelli mai visti prima nel corso della vostra vita, in cui ai lavoratori è stato tolto ogni potere e gli amministratori delegati ricevono compensi al di là dell’immaginabile” (Thomas Frank, What’s the Matter with Kansas? How Conservatives Won the Heart of America, New York 2004, trad. e cit. a pp. 170-171).

Il rilievo che ha assunto la politica americana negli ultimi tempi ci spinge ancora ad occuparci degli Stati Uniti. Recensiamo quindi La coscienza di un liberal (Roma-Bari 2008), saggio scritto da un noto economista americano, Paul Krugman.
In questo libro l’autore ripercorre sinteticamente le vicende della società americana a partire dalla fine del XIX secolo con l’obiettivo di spiegare, in una prospettiva di lungo periodo, la recente situazione del proprio paese, che si presenta tutt’altro che rosea dal punto di vista economico e sociale.

Per porre il problema K. parte dalla propria esperienza personale, dal ricordare cioè il mondo in cui è nato e cresciuto, gli Stati Uniti degli anni ’50-’70. Si trattava di un’America caratterizzata da un benessere diffuso, in cui un’ampia classe media godeva di redditi alti che le consentivano stili di vita relativamente elevati. Dal punto di vista politico le posizioni dei democratici e dei repubblicani risultavano molto vicine: i due opposti partiti mostravano infatti atteggiamenti sostanzialmente moderati, convergevano sulle linee della politica estera e soprattutto condividevano le scelte favorevoli allo stato sociale avviate nei decenni precedenti con il New Deal (il Nuovo corso).
Il New Deal era un piano di sostegno sociale e di sviluppo economico, che era l’esito delle politiche maturate negli anni ’30 e ’40 per fronteggiare la grande crisi economica del ’29 e lo scoppio della seconda guerra mondiale. Questo piano fu portato avanti soprattutto dal presidente democratico Franklin Delano Roosvelt (1933-1945), che istituì la previdenza sociale, agevolò la diffusione dei sindacati, e soprattutto redistribuì le risorse attraverso una tassazione elevata dei redditi molto alti. Questi provvedimenti portarono a una ‘grande compressione’ della società americana da cui scaturì quella classe media agiata del periodo successivo.
La disuguaglianza sociale era invece la caratteristica principale del periodo precedente, egemonizzato dalla destra. La Long Gilded Age, cioè la lunga età dorata, aveva favorito infatti le condizioni di vita dei più ricchi e schiacciato le posizioni dei lavoratori. Questo periodo fu caratterizzato da un forte contrasto politico tra i repubblicani e i democratici.
Una nuova tendenza alla polarizzazione della politica e delle posizioni socio-economiche degli Stati Uniti è rilevabile dalla fine degli anni ’70. Si discute ancora sulle cause di questo fenomeno che ha nuovamente accentuato la disuguaglianza. Per K. gli aspetti decisivi non sono di ordine economico o tecnologico, per quanto possano aver contato anche fattori di questo tipo; l’inversione di tendenza, che ha progressivamente portato alla scomparsa dell’America middle-class, è piuttosto di ordine politico. Si tratta del risultato dell’affermazione della destra ultraconservatrice e antidemocratica all’interno del partito repubblicano.
Questo movimento estremista, nato probabilmente proprio in reazione al New Deal, cioè al simbolo del processo di ampliamento della sfera dei diritti sociali e civili dei cittadini, si è imposto, dopo alcuni tentativi falliti, con Ronald Reagan (1980-1988), un attore che dagli anni ’60 si era buttato in politica facendo leva, per ottenere i consensi, sulle fobie (anche sessuali) e sugli odi (in particolare su quello razziale).
Si è assistito quindi ad un progressivo abbassamento delle tasse per i ricchi, alla destrutturazione dei sindacati, alla proposizione costante di progetti (per fortuna mai completamente realizzati) di smantellamento del welfare (che negli Stati Uniti è peraltro molto più debole e disorganizzato che in Europa). Il tutto ha contribuito a una rinnovata disuguaglianza sociale, in quanto, se l’economia americana è molto cresciuta, i beneficiari di tale crescita sono stati in realtà pochissimi; essi si ritrovano soprattutto tra quei manager e amministratori delegati, i cui compensi, a detta di K., hanno superato qualsiasi misura, svincolandosi inoltre da un compenso adeguato alle prestazioni.
Questo orientamento politico si è manifestato pienamente durante il recente doppio mandato di George W. Bush (2000-2008) che, valendosi di un Congresso controllato dai repubblicani (fino al 2006), ha cercato di smantellare la previdenza sociale. Tuttavia, questi otto anni di governo egemonizzato dalla destra ultraconservatrice hanno mostrato la sua sostanziale incapacità di governare, in quanto essa mira di fatto a curare gli interessi di pochi. La sanzione del fallimento si è avuta proprio nella questione della sicurezza nazionale, che sembrava il cavallo di battaglia dei repubblicani: la guerra contro l’Iraq, culmine di questa politica, ha infatti palesato in poco tempo tutta la sua insensatezza e una profonda contraddizione, quella di un governo che al contempo vuole tagliare le tasse ai ricchi e deve far fronte alle grandi spese di una guerra. Inoltre, la gestione dell’Iraq dopo la conquista ha pure messo in evidenza le scarse capacità amministrative, inficiate come sono dal favoritismo, dalla corruzione, dal nepotismo di una destra integralista, ma tutt’altro che moralmente integra. Questi atteggiamenti si ritrovano per K. non solo in Iraq, ma anche negli Stati Uniti, in particolare nel funzionamento della rete di istituti e fondazioni che sostengono tale movimento dal punto di vista intellettuale: per la partecipazione ad essi viene chiesta fedeltà assoluta in cambio di una collocazione permanente in posti remunerati – una sorta di affiliazione, diremmo in termini italiani.
Il fallimento è stato reso possibile anche dallo smascheramento delle menzogne di Bush e dei suoi collaboratori da parte di molti giornalisti americani. Il reale pluralismo del sistema di informazione americano ha così impedito che le ‘armi di distrazione di massa’ adottate dai repubblicani fossero efficaci.
Il fallimento della politica di Bush figlio ha in definitiva riaperto la possibilità di un’affermazione democratica dopo la parentesi del doppio mandato di Clinton (1992-2000), di cui K. mette in evidenza limiti ed errori. Un’affermazione, quella dei democratici già registratasi nelle elezioni del 2006 al Congresso e – come noi sappiamo ora – consolidatasi alla fine del 2008 con la vittoria di Obama alle elezioni presidenziali.
Cosa devono fare i democratici secondo il liberal K.? La risposta discende da tutta la sua ricostruzione della storia americana: devono abilmente cercare di comprimere la disuguaglianza sociale, che si traduce in un’insicurezza diffusa presso gran parte dei cittadini americani. Un’insicurezza che porta al fallimento economico di molte famiglie, non di rado proprio nel tentativo di sottrarsi ai suoi effetti. Il primo passo da compiere in continuità ideale con il New Deal, quindi all’interno di un progetto complessivo di sostegno economico alla società americana, è la costituzione di un servizio sanitario per tutti, che non escluda cioè, come ora, ben 45 milioni di cittadini. Da lì devono partire nuove iniziative progressiste per espandere la rete della sicurezza sociale, cioè per rafforzare tutti quegli istituti che possono permettere una vita qualitativamente migliore.

La vittoria sulla destra ultraconservatrice è stata ottenuta da Obama attraverso una visione più aderente alla realtà della società americana; una visione soprattutto non condizionata da quegli appelli alle viscere, alle paure profonde (quella della morte, dello straniero, del diverso), che fomentano i conservatori estremisti. E ciò è stato reso possibile anche perché, come detto, il sistema politico e soprattutto quello dell’informazione hanno reagito democraticamente contro le strategie che miravano nascostamente a limitare la libertà, l’uguaglianza, la partecipazione e la solidarietà.
Lo stesso non si può dire del nostro paese, in cui il controllo e l’omologazione dei mezzi di informazione ha raggiunto tali livelli, che non è possibile smascherare i progetti tesi a cambiare il tessuto istituzionale in senso meno democratico e ad aumentare la disuguaglianza. Progetti che sono spesso nascosti agli occhi dei cittadini da illusioni ottiche con cui si alimentano le paure e gli odi razziali, gli appelli irrazionali alla sacralità della vita, le alzate di cresta nazionaliste. Se K. è ottimista circa la trasformazione degli Stati Uniti in un paese meno razzista (l’elezione di Obama è la conferma più evidente), non si può non essere che molto preoccupati per la china ormai presa dall’Italia.

E. R.

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