Riconoscere globalmente i diritti per garantire il futuro della democrazia

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“La realizzazione della Dichiarazione universale dipende moltissimo dai diritti espressi negli articoli 19 e 21: «ricevere e diffondere informazioni e idee, attraverso ogni mezzo» e prendere parte a «elezioni genuine» in ottemperanza al principio per cui la «volontà popolare è il fondamento dell’autorità dei poteri pubblici». L’importanza di restringere il diritto alla libertà di parola e alla partecipazione democratica è stata ben compresa dai potenti. È una lunga storia, ma i problemi hanno assunto un’importanza maggiore in questo secolo, quando «le masse hanno promesso di diventare re», una tendenza pericolosa, che poteva essere rovesciata, si pensò, da nuovi metodi di propaganda che dessero modo alle minoranze intelligenti … di plasmare le opinioni delle masse, … irregimentando l’opinione pubblica un po’ per volta, come l’esercito irregimenta i corpi dei suoi soldati». […] Per questi motivi, il sistema dei media e quello dell’istruzione sono un costante terreno di scontro.”

Proseguiamo ancora con il tema della cittadinanza globale, tornando a trattare della Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo. Lo facciamo presentando alcune idee del grande intellettuale statunitense Noam Chomsky, esposte in una conferenza tenuta ad Oxford dal titolo Riconoscere i diritti: un percorso accidentato, pubblicata nella raccolta La debolezza del più forte. Globalizzazione e diritti umani (Milano 2004), pp. 61-108.
C. descrive le difficoltà che incontra l’applicazione dei diritti umani e ricorda le sostanziali violazioni che essi hanno conosciuto nella seconda metà del ‘900. Egli punta in particolare un indice accusatorio contro gli Stati Uniti, le cui élites, interessate ad affermare un’egemonia politica ed economica sul mondo, hanno disatteso e contestato i dettami della Dichiarazione.

E C. avvia il suo discorso proprio denunciando la condotta degli USA, in particolare in Asia sud-orientale e in Centro America. In questo secondo scenario l’intenzione delle élite statunitensi di consolidare il controllo dell’area ha indotto i governi americani a favorire politiche del terrore attraverso l’impianto di regimi che soffocavano tutte le rivendicazioni sociali e politiche provenienti dal basso. Si sono costituite così delle ‘democrazie guardiane’, élitarie, violente, sostenute da consiglieri e agenti segreti stranieri.
Anche quando i diritti umani sono stati richiamati da parte americana, ciò è stato spesso fatto in maniera opportunistica, come si è visto nel recente caso delle accuse rivolte a Saddam per i crimini commessi contro i curdi. Tale questione era infatti da tempo nota e addirittura le persecuzioni del regime iracheno si erano svolte con l’avallo del governo americano. La vera colpa di Saddam non era certo l’aver fatto stragi di curdi, ma la sua mancata obbedienza. Purtroppo ne fornisce una controprova il fatto che le violenze collettive operate sulla stessa popolazione curda dal fedele alleato turco non hanno provocato analoghe reazioni statunitensi.
Un’opposizione più risoluta ed esplicita è quella che gli americani hanno mostrato nei confronti degli artt. 22-27 della Dichiarazione, in cui si affermano i diritti economici, sociali e culturali degli uomini. Non si tratta, come vorrebbero molti denigratori, di un’eredità sovietica, ma di un cardine della Dichiarazione, che a suo tempo raccolse un vasto consenso, suscitato dalla tragica esperienza delle due guerre che avevano sconvolto il mondo.
Tali diritti e la Dichiarazione nel suo complesso facevano parte di un più ampio progetto di rinnovamento dei rapporti internazionali, che aveva come altri pilastri gli accordi di Bretton Woods e la Carta delle Nazioni Unite.
A Bretton Woods nel 1944 si erano gettate le basi del sistema economico mondiale, che avrebbe dovuto evitare gli squilibri generatisi tra le due guerre. La situazione successiva agli accordi aveva costituito la cornice di un grande sviluppo economico mondiale, durato fino agli anni ’70, che va sotto il nome di Età dell’oro. In questo periodo vi furono anche grandi progressi nei diritti socio-economici dei lavoratori e la diffusione del benessere. Uno degli elementi caratteristici del quadro economico definito dagli accordi era il controllo della finanza: si era infatti convinti che la liberalizzazione di questo settore avrebbe comportato seri rischi per la democrazia e le garanzie sociali dei cittadini. Il capitale finanziario sarebbe potuto diventare un “Senato di fatto”, capace di imporre i propri interessi agli stati.
L’inversione di rotta rispetto a questo orientamento nel governo mondiale della moneta e della finanza incominciò negli anni ’70 in USA e in Inghilterra. I suoi effetti furono una crescita economica inferiore a quella precedente e lo smantellamento dei diritti dei lavoratori, per i quali è stata progressivamente ostacolata la partecipazione ad associazioni sindacali. Un altro esito emblematico è stato l’ineguale ripartizione del reddito: la tanto osannata crescita degli anni ’80 e ’90 è andata a vantaggio soprattutto dell’1% della popolazione statunitense, mentre oltre l’80% della popolazione attiva ha visto diminuire il potere di acquisto del proprio reddito e aumentare l’orario di lavoro.
Un secondo pilastro del sistema internazionale organizzato nel secondo dopoguerra era costituito dalla Carta delle Nazioni Unite. Questa regolamentava tra l’altro l’uso della forza (art. 51), considerato legittimo soltanto in due casi: in seguito ad autorizzazione del Consiglio di Sicurezza e per autodifesa. Gli USA non hanno mai gradito quanto sancito dalla Carta e hanno preferito intervenire unilateralmente in caso di minaccia, vera o presunta, dei propri interessi. Con il venir meno degli equilibri della ‘Guerra fredda’, le politiche del governo americano si sono fatte ancora più spregiudicate, manifestando aperto disprezzo per le direttive internazionali; e ciò non solo nel caso di amministrazioni repubblicane, ma anche durante le presidenze del democratico Clinton. E proprio negli ultimi venti anni si è elaborato un concetto piuttosto ampio e doloso di ‘intervento umanitario’, con cui si sono legittimate aggressioni legate a progetti egemonici, prevalentemente, ma non solo, statunitensi. È chiaro ora, come lo era già sessant’anni fa, che solo i più potenti possono permettersi di praticare simili ‘interventi umanitari’.
Secondo C. gli stati, a cominciare appunto dagli USA, sono fortemente condizionati in queste scelte da società e gruppi di interesse economico-finanziari (banche, multinazionali), che hanno paradossalmente beneficiato di tutte le garanzie giuridiche concesse nel XX secolo agli individui in carne e ossa. Si sono così formate per C. delle ‘persone collettive’ inafferrabili e potenzialmente immortali, che operano per ottenere le condizioni di supremazia non solo nel mercato, ma anche nella società. Uno degli ostacoli fondamentali contro cui tali poteri si sono dovuti confrontare è stata proprio la spinta democratica che si è verificata a partire dal dopoguerra in reazione ai regimi autoritari e nazi-fascisti.
In tale contesto le élites sono costrette ad ottenere consenso. Per far ciò cercano di porre sotto stretto controllo i canali di informazione, che permettono di ottenere il ‘consenso senza consenso’, cioè di far accettare a forza (magari con un bombardamento mediatico) provvedimenti inizialmente sgraditi e contrari al bene pubblico. Il controllo dei mezzi di comunicazione e informazione va però oltre questa dimensione politica: esso intende promuovere una pedagogia che da una parte ha il suo cardine nell’educazione al consumo e che dall’altra dissuade i destinatari dal prendere parte ai processi decisionali, soprattutto per quanto riguarda la qualità della loro vita e del loro lavoro.
La rilevanza strategica del settore è mostrata dalla reazione violenta degli Stati Uniti ad un tentativo compiuto dall’UNESCO per democratizzare il settore dei media, soggetto a concentrazioni pericolose per la democrazia. Per C. il campo di battaglia attuale è il web: le élites mondiali vogliono limitare il pluralismo e la libertà di questo mezzo, in modo che anch’esso possa essere utilizzato come strumento di incentivazione al consumo e non come strumento alternativo di informazione critica.

C. denuncia quindi i gravi rischi per lo sviluppo democratico sul pianeta. In particolare esiste il pericolo che i poteri finanziari e i monopoli nell’ambito dell’informazione – due circostanze a noi purtroppo ben presenti – comprimano i valori di libertà, uguaglianza, solidarietà e partecipazione che sono alla base dei diritti civili, politici, sociali e culturali dell’uomo e del cittadino.
Mi preme chiarire in sede di commento, e nella scia di quanto detto in altri post, che le élites mondiali (non solo quelle statunitensi) non stanno orchestrando un malefico complotto ai danni del resto del genere umana, ma tendono a compiere, in maniera quasi strutturale, una serie di scelte politiche per garantirsi una posizione di privilegio e quindi una superiorità giuridico-sociale nei confronti della restante popolazione. Ma questa tendenza non può non scontrarsi con l’idea di una cittadinanza globale che afferma sì le differenze, ma si oppone al fatto che esse si traducano in gerarchie.

E. R.

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