Cipolle e democrazia: dal biototalitarismo al nuovo fascismo
“La globalizzazione ha fatto sparire i cittadini e ha ridotto lo stato a strumento del capitale globale. La persona fittizia ha rimpiazzato gli esseri umani su cui era stata modellata. L’unico ruolo degli esseri umani è oggi quello di consumatori; quello di membri di comunità produttive e culturali è stato cancellato. Da una parte ciò rende superflui gli esseri umani nel provvedere ai loro bisogni. Dall’altra, insidia le diversità culturali, cioè il modo in cui le persone sono state modellate dalla natura e interagiscono con essa per soddisfare i propri bisogni. [...] La politica, svuotata dai diritti economici, sfrutta la paura e l’insicurezza e fabbrica odio come capitale politico. L’India non è l’unico paese ad assistere alla crescita del fascismo e delle forze fondamentaliste, proprio mentre la globalizzazione nega alle persone il diritto di difendere le proprie vite e i propri mezzi di sostentamento con metodi democratici.”
Proseguiamo nel nostro percorso sui diritti globali, recensendo il testo di una conferenza tenuta dalla fisica quantistica ed economista indiana Vandana Shiva, dal titolo Diritti alimentari, libero commercio e fascismo, comparso nella raccolta La debolezza del più forte. Globalizzazione e diritti umani (Milano 2004), pp. 115-140. Secondo la S. l’attuale processo di globalizzazione, che promuove il libero commercio, ha conseguenze molto negative sui diritti umani; per difenderli è a suo avviso necessario combattere tanto le istituzioni politiche ed economiche quanto le grandi multinazionali che lo sostengono in vario modo.
In particolare, la S. ha individuato nel gioco al ribasso sui diritti umani due componenti. In primo luogo si può constatare una ‘naturalizzazione’ di realtà che sono invece il frutto di determinate scelte politiche: la globalizzazione economica e il libero commercio non sono infatti fenomeni ‘naturali’, esiti irreversibili dello sviluppo delle società umane, ma sono forme ben precise di dominazione del Nord del mondo sul Sud. In questo senso la S. sottolinea l’insistenza dei leader mondiali nell’affermazione dell’inevitabilità della globalizzazione, che è però paradossalmente accompagnata da misure di incentivazione, difesa e sostegno: se fosse veramente così ‘naturale’, non ci sarebbe bisogno di promuoverla con tanto zelo. In secondo luogo si rileva una frammentazione dei diritti umani, che invece dovrebbero essere indivisibili. I sostenitori dell’attuale globalizzazione favoriscono infatti la scissione tra diritti civili, da una parte, e quelli socio-economici, dall’altra; e pure anche quest’ultimi sono stati sanciti nella Dichiarazione universale del 1948. Tale scissione è purtroppo la premessa per il loro disconoscimento: infatti il diritto alla libertà dalla fame ha la stessa dignità del diritto alla libertà di espressione; anzi, la realizzazione del primo è una condizione per il darsi del secondo.
Il diritto umano alla vita attraverso la nutrizione è però considerato un ostacolo dal libero commercio, che di libero, secondo la S., ha veramente poco per quanto riguarda gli individui e le comunità. I beneficiari della globalizzazione sono infatti soltanto delle entità fittizie, le grandi imprese, le multinazionali, i cui diritti finiscono per essere posti al di sopra di quelli di cittadini e stati. Questi diritti garantiti ai capitali e alle società sono ‘inumani’ e inducono anche negli individui comportamenti asociali e aggressivi, dettati dall’avidità. L’autrice porta l’esempio della conoscenza che, creata per lo più collettivamente dagli uomini – dunque condivisa – viene ora sempre più privatizzata: è il caso dei tanti saperi dei contadini, che dopo esser stati saccheggiati della loro esperienza, sono costretti poi a pagarla alle multinazionali nella forma della vendita di prodotti (come le sementi) e tecnologie.
Le conseguenze negative di questa situazione sono molte, in particolare nei paesi del Terzo Mondo: conversione della policoltura in monoculture destinate alla commercializzazione, aumento dei prezzi delle derrate alimentari, smantellamento dei sistemi di distribuzione pubblica. Si pongono quindi le condizioni di future crisi alimentari e di presenti situazioni di disagio sociale: la S. ricorda che la pressione economica e tecnologica esercitata dalle multinazionali ha provocato un’ondata di suicidi tra i contadini indiani alla fine degli anni ‘90.
Gli esiti di questa situazione sono però negativi anche per i paesi ricchi: rientra ad es. tra le conseguenze del monopolio delle grandi multinazionali il conflitto tra Europa e Stati Uniti intorno agli OGM. I rappresentanti del governo americano hanno più volte attaccato l’obsoleta ‘cultura storica’ dei cittadini del vecchio continente riguardo all’alimentazione, cui hanno contrapposto la ’scienza ben fondata’ che sta alla base delle nuove colture transgeniche. Si trattava in realtà di un argomento che coloriva la più seria minaccia di una grande guerra commerciale, se non si fossero aperte le frontiere alle importazioni statunitensi e se si fosse imposto l’obbligo di etichettatura sui prodotti.
E’ chiaro infatti che la questione economica si traduce sul piano politico. L’adesione delle maggioranze governative indiane al libero mercato ha provocato un aumento del prezzo delle cipolle da 2 a 100 rupie. Il malcontento per una tale linea economica è stato espresso alle elezioni successive; tuttavia, questa esplicita bocciatura democratica non ha sortito alcun effetto perché i nuovi governi hanno continuato sulla stessa strada; ed è particormente significativo il fatto che il primo ministro abbia minimizzato di fronte ai leader del commercio mondiale questa sconfitta elettorale alle amministrative definendola come un “dramma locale”.
Secondo la S. la globalizzazione comporta una minaccia per la democrazia alimentare, consistente nelle limitazioni imposte alla scelta dei cibi o alla loro produzione. Il grado di costrizione imposto dal libero commercio è quanto mai evidente in ciò che l’autrice definisce la logica sterminatrice cui è approdato il monopolio delle sementi: in questo settore si è fatto ricorso a tecnologie che rendono sterili i semi ottenuti dalle coltivazioni, cosicché gli agricoltori sono sempre costretti a rifornirsi dalle grandi multinazionali, senza poter conservare una parte del prodotto e, come è sempre accaduto, senza poterlo selezionare personalmente per la nuova semina. Questo sistema di inibizione della riproduzione vegetale non garantisce la sicurezza alimentare e non permette lo sviluppo della biodiversità: si impone così un ‘biototalitarismo’.
Ma, per la S., le conseguenze della globalizzazione sono gravi per la democrazia tout court: i politici, che si piegano ai dettami delle istituzioni internazionali (Banca Mondiale, Organizzazione Mondiale del Commercio, Fondo Monetario Internazionale) e delle multinazionali, non possono più infatti prendere decisioni nella fondamentale sfera economica. Sono quindi costretti a cercare altri spazi di affermazione e, in particolare, ad alimentare tensioni che possano in qualche modo spezzare fronti di opposizione. Un ottimo terreno di diversione e di discordia è la religione, che nell’epoca della globalizzazione vede esponenzialmente aumentare l’intolleranza e la conflittualità: ed è qui che fiorisce il fondamentalismo, frutto della reale insicurezza economica e degli opportunismi di molte élite nazionali. Per la S. è questa una china molto pericolosa, che conduce ad un nuovo fascismo e che deve essere perciò contrastata sostenendo logiche inclusive che tengano conto dei diritti socio-economici di tutti.
Il quadro stilato dall’attivista e ambientalista indiana fornisce un’interpretazione complessa della situazione odierna. In particolare, il nesso tra libero mercato mondiale e logica dell’esclusione è un’ipotesi esplicativa che tiene insieme vari e concomitanti fenomeni attuali.
Gli inequivocabili atti e le altrettanto inequivocabili dichiarazioni del presente governo italiano sono mosse senza dubbio da una logica dell’esclusione. Dichiarare che non si vuole un paese multietnico, quando esso lo è già, significa non solo compiere dei ‘disumani’ respingimenti; perché tali sono dal momento che quelli che arrivano non sono dei criminali, ma persone disperate – e a trasformare la disperazione in deliquenza ci pensa poi il nostro paese. Esso implica il disconoscimento di una realtà che già esiste, coinvolgendo persone regolari ed integrate da tempo, che fanno parte dell’Italia multietnica.
E questa condotta, che ha certo una sua ragione nell’ottica delle imminenti elezioni, può però essere efficace perché si àncora ad una diffusa insicurezza sociale determinata da una situazione economica oggettivamente grave, come testimoniano i dati ISTAT sul PIL e soprattutto quelli OCSE sul reddito molto basso degli italiani. Dati che l’attuale maggioranza politica fatica a nascondere. Fomentare attraverso i mezzi di comunicazione l’esclusione è una delle strategie percorse: “Finalmente cattivi”, così suonava il titolo di un quotidiano in seguito al primo respingimento, che trasuda di un odio suscitato per celare i più gravi problemi di una disastrosa situazione economica e sociale.
E.R.
Tags: democrazia, Diritti, OGM
