Per un pianeta sociale

“Lo Stato è oggi incapace, e/o non disposto, a garantire ai soggetti la sicurezza esistenziale («la libertà dalla paura», come recita la famosa frase di Franklin Delano Roosevelt). Raggiungere la sicurezza esistenziale – ottenere e mantenere un legittimo e dignitoso posto nella società umana ed evitare la minaccia dell’esclusione – è ora un compito lasciato alle abilità e alle risorse individuali di ciascuno; il che significa essere esposti a rischi enormi e soffrire la straziante incertezza che questi compiti inevitabilmente comportano. La paura che lo Stato sociale aveva promesso di estirpare è ritornata con tutta la sua forza. La maggior parte di noi teme oggigiorno la minaccia, seppur vaga, di rimanere escluso, di risultare inadeguato alla sfida, di essere mortificato, umiliato e di vedere negata la propria dignità …”.Proseguiamo il nostro percorso sui diritti globali di cittadinanza presentando ai lettori del blog una bella intervista rilasciata da uno dei massimi sociologi viventi, Zygmunt Bauman. Questa conversazione, curata da Mariapaola Leporale, è comparsa con il titolo Per un Welfare planetario su “Micromega” 4 (2009), pp. 175-194.
B. risponde alla sollecitazioni poste dall’intervistatrice su alcune questioni intorno alle quali il sociologo ha riflettuto negli ultimi anni e ha costruito la sua nota teoria della ‘modernità liquida’; vengono trattate quindi in successione le trasformazioni dei rapporti sociali e politici (in particolare l’arretramento del pubblico rispetto al privato), la mercificazione della cultura, la globalizzazione e l’insicurezza diffusa, la crisi economica, la proposta del ‘pianeta sociale’.
B. descrive innanzi tutto la parabola della ‘cultura’ nella storia occidentale degli ultimi secoli: intesa prima dall’Illuminismo come strumento di emancipazione e poi divenuta nell’epoca degli Stati-nazione una sorta di agente di conservazione, negli ultimi decenni – l’epoca della modernità liquida o post-modernità – si è mutata ulteriormente in uno strumento di seduzione del mondo consumistico. La cultura è quindi divenuta un’industria che sforna prodotti commercializzati come tutte le altre merci; e come tutte le altre merci, appunto, tali prodotti conoscono la volatilità dei gusti e dei consumi alla moda, che favoriscono flessibilità, incoerenza, irregolarità e instabilità. Su queste basi è dunque difficile costruire forme solide di vita; ed è così che si sviluppa una società in cui l’accelerazione della modernità rende liquide le configurazioni e le identificazioni sociali. È del resto il progressivo sganciamento dell’economia da gran parte dei vincoli sociali e politici che consente la mercificazione della cultura: essa subisce come altri settori la moltiplicazione costante delle offerte e soprattutto il loro rapido invecchiamento. In tale contesto di scambi il potere di seduzione è a rapida dissipazione e ne consegue la prevalenza di sprechi e perdite.
Tali trasformazioni della cultura, che dunque non ha più né lo scopo di promuovere l’emancipazione né quello opposto di conservare uno status quo, si inseriscono in un contesto sociale e politico dominato dalla paura e dall’insicurezza. La politica di deregolamentazione e di flessibilità, dominante negli ultimi anni, ha prodotto la ricerca di un nemico che, in epoca di globalizzazione, è spesso identificato con i membri di quelle masse costrette a spostarsi da una parte all’altra del globo. Lo straniero immigrato è divenuto un bersaglio da colpire non tanto perché, come si dice apertamente, sarebbe un criminale, sottrarrebbe il lavoro agli autoctoni o sarebbe un diverso che inquina la purezza della comunità, quanto perché, ad un livello subconscio, renderebbe visibile proprio quegli effetti di povertà, di sradicamento sociale e di emarginazione, che incombono anche su ampi strati delle società ricche.
Tuttavia, molti poteri politici ed economici, che spesso condizionano fortemente l’azione dello stato, cavalcano opportunisticamente queste paure superficiali. Nulla fanno invece contro i problemi di insicurezza più profondi che suscitano e agitano veramente il malessere dei cittadini: anzi, tali poteri fomentano queste paure per trovare una facile legittimazione.
Quel che è peggio, però, è che tale politica implica anche una tendenza liberticida: ossessionati dalla sicurezza, i cittadini sono infatti disposti a rinunciare ai propri diritti. Secondo B. si tratta di una perversa conseguenza del fatto che la questione della libertà non venga sollevata a livello planetario: per il sociologo non è ormai più possibile difendere e coltivare tale valore innalzando barriere con il resto del mondo. Perché la libertà sia rispettata, è richiesta invece un’integrazione planetaria.
Sollecitato ulteriormente dall’intervistatrice, B. svolge alcune considerazioni sulla crisi economica attuale. A suo avviso, la reazione al collasso è stata in sostanza soltanto quella di ricapitalizzare i creditori e di rendere i debitori ancora degni di ricevere credito. Purtroppo, gli aiuti dello stato non sono stati portati, come accadde invece al tempo del New Deal di Roosevelt tra gli anni ’30 e ’40, a sostegno dell’industria, ma delle agenzie finanziarie, e in particolare delle banche, le quali stanno già riproponendo quelle pratiche non virtuose che hanno condotto l’economia mondiale al collasso. Con un’immagine efficace B. definisce questa situazione come il tentativo di uscire dal mercato della droga riprendendo l’offerta della droga: si ritornerebbe così alla ‘dipendenza’, cioè a quel sistema di mercato, sostenuto dalla finanza, che alimenta il modo di vivere artificioso e alienato dei consumatori indebitati.
Non si tratta certo di una strada senza via d’uscita. Non è però possibile affidarsi alla capacità di autocorrezione del mercato finanziario, perché non esiste se non nella forma della distruzione periodica di bolle speculative. E questa è una tendenza permanente almeno finché gli attori che agiscono sulla scena finanziaria si concentrano sul guadagno a breve termine. Il fatto che questo sia un trend purtroppo riscontrabile anche al momento attuale rende necessario un intervento efficace sul piano politico, che non può essere semplicemente compiuto dagli stati (messi fuori gioco dalla delocalizzazione dei flussi globali), ma che deve essere attuato a livello mondiale. Un intervento che si fondi su – ma al tempo stesso promuova – un mutamento nei valori. B. fa ad esempio espresso riferimento alla ‘frugalità’, precisando tuttavia subito che i nostri politici attuali spingono nella direzione contraria, quella cioè di un continuo aumento del consumo.
Per B. è quindi necessario riprendere la via del Welfare o social state, che è stata interrotta a partire dagli anni ’70, superando però gli angusti limiti dello stato-nazione. Ciò che di positivo occorre recuperare di quell’esperienza è la possibilità di ristabilire delle relazioni comunitarie, in cui cioè i cittadini non siano semplicemente interessati alla dimensione privata, ma acquisiscano nuovamente un’attenzione prioritaria per la dimensione pubblica. La tendenza attuale è infatti quella di abbattere i legami di solidarietà orizzontale e di promuovere comportamenti anticomunitari ed individualistici, basati sul binomio consumatore-mercato.
La privatizzazione eccessiva degli spazi sociali scarica completamente sui singoli il compito di affermarsi e di reagire ai problemi generatisi nella società: è evidente però che nella maggior parte dei casi le risorse a disposizione degli individui sono insufficienti e inadeguate. Una prospettiva comunitaria, come quella da ultimo sostenuta dallo stato sociale, consente invece di proteggere uomini e donne dalle paure della povertà, dell’impotenza, dell’umiliazione, dell’esclusione.
Posti per contro in balia di tali preoccupazioni, privati cioè di fondamentali diritti sociali, B. prevede che i cittadini si cureranno meno dei propri diritti politici. Per evitare questo pericolo è necessario promuovere i diritti sociali e assumersi di nuovo collettivamente responsabilità che ora sono caricate sulle spalle degli individui. Adesso, i singoli devono trovare la soluzione personale per problemi generali sulla base della propria capacità e dei propri beni; si genera così ovunque una competizione che annienta la solidarietà e polarizza le condizioni degli individui.
La positività di tale concezione è veicolata in particolare dai nuovi media, e soprattutto dalla televisione, che spingono ad un costante confronto con gli stili di vita di personaggi ricchi e potenti. Su questi irraggiungibili esempi di successo si misura il proprio destino personale e si diffonde così un crescente senso di insoddisfazione e frustrazione, in quanto si innalzano le aspettative, ma diminuiscono le possibilità di realizzazione.
Le riflessioni di B. appaiono estremamente penetranti e, pur riguardando processi di evoluzione della società mondiale, ben si attagliano all’Italia, la cui situazione il sociologo ha del resto chiaramente presente. Non a caso si fa riferimento alle linee politiche recentemente assunte dal governo italiano circa l’immigrazione, che ben esemplificano la tendenza ad assecondare le paure dei cittadini senza cercare una concreta soluzione per le radici delle loro ansie.
E per esemplificare anche un’altra tendenza descritta da B., cioè quella al protagonismo delle organizzazioni non governative e delle istituzioni internazionali, è possibile ricordare la riflessione di Gino Strada che nei giorni scorsi festeggiava i quindici anni di Emergency: i processi del mondo contemporaneo, che prima hanno spinto ad assumere delle iniziative umanitarie nelle ‘periferie’, inducono ora purtroppo a tornare verso il ‘centro’, da ‘noi’, dove vi è un crescente bisogno di forme di solidarietà gratuita.
Per un’integrazione di quanto detto, si rinvia anche al post Dentro la globalizzazione, dedicato ad un altro libro di B. sulla società contemporanea.
E.R.
Tags: comunità, crisi economica, welfare