Scienza economica ed etica

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“Si tratta di capire, spiegare e predire il comportamento umano in modo tale che i rapporti economici possano essere fruttuosamente studiati e i risultati venir utilizzati a fini descrittivi, di prognosi e di politica di intervento. La disattenzione per tutte le motivazioni e valutazioni ad eccezione di quella estremamente ristretta dell’interesse personale è difficile da giustificare sulla base dell’utilità predittiva, e sembra inoltre avere un sostegno empirico alquanto dubbio. Mantenersi su questa strada molto angusta non sembra un modo molto buono di svolgere il nostro lavoro.” “Il sostegno che gli assertori e i difensori del comportamento mosso dall’interesse personale hanno cercato in Adam Smith è in realtà difficile da trovare sulla base di una lettura più ampia e meno distorta di questo autore. Il professore di filosofia morale e il pioniere dell’economia non condussero infatti una vita di manifesta schizofrenia. In realtà è proprio il restringimento di ottica rispetto all’ampia visione smithiana degli esseri umani a poter venire visto come una delle principali carenze della teoria economica contemporanea. Questo impoverimento è strettamente legato all’allontanamento dell’economia dall’etica.”

In questo post presentiamo una serie di conferenze tenute a Berkeley nel 1986 dall’economista indiano e premio Nobel Amartya Sen, che sono state raccolte nel volume Etica ed economia (Roma-Bari 2002).
Nell’ambito della sua più vasta riflessione centrata sulla diseguaglianza S. si occupa specificamente di una grave lacuna della scienza economica moderna, tanto nella branca più tecnica, che tratta della predizione delle dinamiche del mercato, quanto in quella che si dedica allo studio del benessere sociale: la scarsa o nulla considerazione degli aspetti etici delle azioni umane.

L’economista indiano si sofferma proprio sulle conseguenze negative di questa omissione nell’analisi del comportamento medio degli uomini come attori economici. Un’omissione che appare per certi aspetti stupefacente se si considera il fatto che il padre della scienza economica moderna, Adam Smith, vissuto nel secolo XVIII, era un docente scozzese di filosofia morale. In realtà, agli inizi, la disciplina economica aveva due versanti principali: l’uno, etico, rispondeva alla domanda ‘come bisogna vivere?’ e si occupava delle più ampie implicazioni sociali degli scambi di beni e di servizi tra gli uomini; l’altro, ‘ingegneristico’ o ‘logistico’, trattava degli aspetti tecnici di tali scambi, cercando le soluzioni più efficaci per raggiungere determinati obiettivi.
La scienza economica moderna ha però ben presto preferito dedicarsi solo a questo secondo aspetto, provocando un consistente impoverimento della disciplina. Certo, la componente ‘ingegneristica’ è di per sé molto importante: ha ad esempio consentito analisi tecniche precise delle relazioni che intercorrono tra i diversi attori economici. Tuttavia, essa ha elaborato un modello delle azioni e delle motivazioni umane troppo limitato, impedendo così, di fatto, che le sue teorie definissero in maniera sufficientemente accurata il comportamento delle persone reali.
L’impostazione ingegneristica della scienza economica ha dunque presentato l’individuo, in qualità di attore economico, come un soggetto razionale, non tenendo tuttavia conto del fatto che egli, concretamente, non compie sempre delle scelte che potrebbero essere definite tali. Inoltre, si è adoperato un concetto di razionalità piuttosto ristretto, in quanto essa è stata intesa prevalentemente come massimizzazione dell’interesse personale. Si tratta però di una doppia forzatura in quanto 1) non è detto che la razionalità consista nel perseguire quanto più possibile il proprio interesse personale; 2) non è detto che il comportamento effettivo degli uomini sia solo caratterizzato da ‘razionalità’, quale che sia il modo in cui la si voglia intendere. L’uomo economico, come è stato presentato dall’economia moderna degli ultimi due secoli, non sembra quindi la migliore approssimazione per descrivere l’uomo concreto. Basta prendere in considerazione le azioni compiute da un individuo per il gruppo, che possono andare contro il suo interesse personale e quindi sconfessare il modello prevalente nella scienza economica: in tal senso S. porta ad esempio il caso del Giappone, il cui grande successo economico nel secondo dopoguerra non si riuscirebbe a spiegare se si ricorresse al modello utilitarista dell’interesse personale; anzi, proprio l’allontanamento da questo tipo di comportamento egoista – a vantaggio del rispetto delle regole, della lealtà, del dovere e della buona volontà – è stato decisivo per il conseguimento dell’efficienza individuale e di gruppo.
Per superare questa visione limitante bisognerebbe dunque recuperare la dimensione etica nella spiegazione del comportamento umano all’interno della disciplina economica. Ma ciò appare tutt’altro che facile; e questa difficoltà si rileva anche nell’ambito dell’economia del benessere che forse più di altre branche di questa scienza dovrebbe tenerne conto. Come si può immaginare, a partire dal predominio dei presupposti ‘ingegneristici’, la posizione di questo ramo dell’economia è tutt’altro che solida. Anche qui prevalgono i criteri utilitaristici e individualistici, che impediscono quindi una caratterizzazione etica del comportamento umano: si restringe la portata del concetto di benessere; si limitano gli obiettivi alla felicità personale o all’appagamento dei desideri del singolo; non si tiene conto della pluralità e relatività delle posizioni all’interno dei gruppi sociali.
Secondo S. non si può valutare il vantaggio di un individuo solo sulla base dei risultati conseguiti, ma ci possono essere degli stati personali che hanno valore in sé: è il caso ad esempio della libertà o quello dei diritti, che non possono essere considerati semplici fattori strumentali per raggiungere degli obiettivi, come vuole invece la concezione ristretta dell’economia moderna.
Per S. la facoltà di agire degli uomini nella società va dunque considerata in tutta la sua ampiezza e non solo vincolata al perseguimento dell’interesse personale; e inoltre lo stesso benessere individuale non deve essere inteso 1) né come scopo unico delle azioni umane – perché moltissime nostre attività non sono indirizzate a quel fine –, 2) né come coincidente con l’utilità del singolo. L’economista indiano ritiene dunque che, per migliorare la scienza economica, occorra elaborare un modello più complesso del comportamento umano, in cui si tenga conto dei suoi molteplici aspetti: ad esempio l’emergere di comportamenti cooperativi che portano i singoli a riconoscere e rispettare gli interessi altrui e non solo i propri.
Questo è possibile appunto soltanto attraverso il recupero della dimensione etica all’interno della scienza economica, anche se, nella visione di S., ciò non significa abbandonare i buoni risultati ottenuti dal filone ‘ingegneristico’: le due componenti vanno integrate anche nell’ambito dell’economia predittiva. Il programma di S. consiste dunque nel combinare i cardini della riflessione economica moderna (interdipendenza, calcolo strumentale) con una valutazione intrinseca delle azioni che tenga conto anche dei giudizi morali sensibili alla relatività delle posizioni sociali degli uomini. E di ciò, a suo avviso, si gioverà di riflesso anche la stessa filosofia morale.

In sede di commento mi limito a svolgere due considerazioni sull’attualità di queste idee. Innanzi tutto parecchie teorie economiche ‘miopi’ dal punto di vista del comportamento umano sono alla base tanto di alcune strategie che hanno condotto alla recente crisi economica, quanto di molte letture erronee della presente situazione di ‘ripresa’. Per Bauman – come visto in un recente post – è come se il problema della droga venisse affrontato potenziandone il mercato. A mio avviso, per usare un’altra immagine, è come se l’economia mondiale, a partire dalla finanza, sia attaccata alla canna del gas, inebriata e stordita: la crisi è stata la necessità di riprendere fiato, ma la risposta degli operatori, sulla base di presupposti teorici limitati, è stata poi soprattutto quella di riattaccarsi alla canna.
Ma quest’ultima tendenza non si capirebbe se non si tenesse conto del fatto che le teorie non forniscono solo degli strumenti per descrivere le situazioni e poi per intervenire sulla realtà, ma anche dei mezzi di giustificazione. Descrivere il comportamento effettivo umano come mosso solo dall’interesse personale nasconde in realtà un particolare atteggiamento che l’etica definirebbe con i termini di egoismo e avidità. Queste sono cause non secondarie della crisi attuale. Tuttavia, l’egoismo e l’avidità, per quanto componenti sempre presenti nelle vicende umane, non rappresentano tutto l’uomo e diventano moralmente riprovevoli in un orizzonte democratico in cui la lotta alla diseguaglianza (tanto cara a S.) è uno dei compiti più alti.

E. R.

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