Le regole sociali dei mercati finanziari

“I mercati finanziari, data l’elevata incertezza che li caratterizza, risultano, più di altri mercati, permeati da idee e teorie che assumono sovente la valenza di mode e manie, cioè di convergenze parossistiche su schemi e comportamenti comuni. Tali mode vengono potenziate dal fatto che il gioco delle aspettative e delle anticipazioni delle aspettative altrui da parte degli speculatori, crea facilmente ‘profezie’ che si autoavverano e, così, bolle speculative positive, se inducono rapidi rialzi nel valore dei titoli, negative, se ne producono la repentina caduta. Le bolle speculative […] si verificano allorquando alti e bassi corsi dei titoli sono sostenuti più da ondate di eccessiva fiducia o di eccessiva sfiducia degli investitori che da una stima coerente e realistica del loro valore.”
Torniamo ad occuparci dei mercati finanziari, che tanta parte hanno ormai assunto nello scenario in cui si muove il cittadino globale, recensendo il libro Finanza sregolata? Le dimensioni sociali dei mercati finanziari (Bologna 2008), scritto da Antonio Mutti, docente di sociologia economica all’Università di Pavia.
M. esorta ad avviare l’esplorazione di uno dei più rilevanti ambiti della vita economica e politica attuale, quello della finanza, (1) in cui si manifesta chiaramente la centralità assunta dal rischio e dall’informazione nel mondo contemporaneo, e (2) di cui l’autore mostra le basi e i funzionamenti sociali, spesso taciuti o dimenticati.
L’indagine di M., chiaramente sollecitata dai recenti andamenti critici della finanza globale, propone nuovi strumenti interpretativi, quali i concetti di fiducia, sfiducia, reputazione, che provengono da discipline diverse dalla scienza economica, quali la sociologia e la psicologia sociale. In tal senso M. asseconda la più generale tendenza a criticare e abbandonare le teorie neoclassiche che avevano elaborato spiegazioni di ordine puramente economico per comprendere i processi e i fenomeni del mercato. Spiegazioni che, tuttavia, si fondavano spesso su fattori poco realistici.
Poste queste premesse, M. definisce il mercato finanziario come quel mercato dove si negoziano titoli a lungo termine, come obbligazioni e azioni; distingue quindi un mercato primario, dove sono scambiati titoli appena emessi, e uno secondario, in cui sono contrattati titoli già emessi per facilitarne la compravendita. Il ‘luogo’ deputato a queste negoziazioni è la borsa valori. Inoltre, come è noto, con l’affermazione delle nuove tecnologie, le transazioni di titoli avvengono ormai per lo più telematicamente; si sono quindi notevolmente accresciute e complessificate le reti di relazioni e al contempo si sono ridotti i rapporti face-to-face, tanto che è emersa la necessità di ricorrere a nuove forme di controllo.
Nonostante ciò, la base sociale degli scambi e delle relazioni tra gli operatori è al fondo rimasta la stessa. Una sua descrizione accurata richiede che si abbandonino tutte le modellizzazioni che contemplano condizioni perfette (massima razionalità e completa informazione degli attori), per accogliere al suo interno le condizioni reali in cui avviene la concorrenza. Sono allora da prendere in considerazione i limiti cognitivi dei soggetti, le loro condizioni di razionalità limitata e soprattutto i comportamenti dettati da opportunismo, cioè dalla capacità di trarre vantaggio personale dalle asimmetrie informative a scapito degli altri. La portata delle condotte opportunistiche è per M. molto ampia, tanto che si può rilevarne un andamento ciclico per lo più corrispondente con quello delle bolle speculative: queste sono infatti in gran parte l’effetto di comportamenti diffusi miranti a perseguire interessi a breve piuttosto che a lungo termine.
Occorre dunque considerare gli operatori del settore economico come soggetti condizionati da limiti cognitivi e da disposizioni emotive, che possono dar luogo ad effetti di distorsione: l’incorniciamento, cioè la propensione al rischio secondo il contesto (ad es. si rischia di più quando si è in perdita); la dotazione, cioè l’attribuzione di un valore superiore ad un bene quando lo si possiede; la sovrastima, cioè la sopravvalutazione delle proprie capacità previsionali; l’estrapolazione, cioè la proiezione delle tendenze del recente passato nel futuro.
Per contrastare tali condizionamenti, cognitivi ed emotivi, gli attori economici ricorrono ai modelli teorici che hanno la principale funzione di compiere una riduzione dell’incertezza. Questi modelli – ne sono stati individuati sei fondamentali – non sono però utilizzati in maniera rigida, ma elastica, talvolta addirittura creativa, al fine di operare al meglio nei diversi contesti: con essi infatti non si descrive propriamente un’ineluttabile realtà economica, ma piuttosto si agisce su essa.
La rilevanza di tutti questi fattori si è significativamente accentuata con la globalizzazione dell’economia e della finanza, acceleratasi nell’ultimo decennio del secolo scorso, quando fattori di ordine politico (fine della guerra fredda), tecnologico (diffusione delle reti telematiche che hanno permesso la negoziazione continua), finanziario (facilitazioni per movimenti e tassazioni dei capitali), culturale e psicologico (clima di grande fiducia nel mercato e nelle capacità previsionali) hanno inciso profondamente sulla struttura del mercato, soprattutto nel senso dell’incertezza. È in questo momento che si sono creati degli strumenti non regolamentati, pensati non solo per fini speculativi, ma anche per la copertura del rischio, che si sono rivelati però, a causa di diffuse condotte opportunistiche, il principale fattore scatenante delle ultime crisi: derivati, hedge funds, cartolarizzazioni, ecc.
Di fronte ai sempre più frequenti crolli (Wall Street 1987, Asia 1997-1998, new economy 2000-2001, Argentina 2001-2002, subprime 2007-2008) il sistema economico-finanziario ha reagito di volta in volta prendendo una serie di provvedimenti per contrastare il precedente rilassamento: ha richiesto la diffusione di una maggiore quantità di informazioni; ha consentito l’intervento dello stato per regolamentare determinati aspetti degli scambi; ha individuato le regioni e i settori sicuri per gli investimenti; ha distinto tra buoni e cattivi intermediari. Ma ciò è avvenuto solo per un periodo limitato di tempo, perché si è poi tornati al rilassamento precedente. Ed è riflettendo su questa complessa situazione che gli studiosi hanno rilevato la significatività di fattori non strettamente economici, quali la fiducia, la sfiducia e soprattutto la reputazione, che si fondano sull’interpretazione ‘autorevole’ di analisti, banche centrali e agenzie specializzate.
M. analizza quindi in particolare il ruolo e il funzionamento di questi ultimi attori, tra cui si distinguono le società di revisione contabile (auditing) e quelle di valutazione del credito (rating).
Le prime controllano la regolare tenuta della contabilità da parte delle aziende, certificandone i bilanci al fine di diminuire le asimmetrie informative nel mercato. M. da un lato 1) sottolinea la monopolizzazione di questi servizi da parte di quattro grandi imprese (per lo più angloamericane), situazione che implica la concentrazione di una funzione fondamentale di garanzia del mercato in mani private; e dall’altro 2) mette in evidenza un pericoloso conflitto di interessi, dovuto all’assunzione di compiti di consulenza in materia fiscale e di management strategico da parte di queste stesse imprese di auditing presso le medesime aziende controllate. È forte quindi il rischio che per non perdere i cospicui compensi derivanti dalle consulenze possano essere addolcite le certificazioni sui bilanci delle aziende.
Una situazione analoga si ritrova nelle seconde agenzie, quelle di rating: esse sono deputate a stimare il grado di rischio di inadempienza relativo ad un determinato debitore privato o pubblico, classificandolo secondo una scala di gradazione che indica la sua capacità di onorare gli impegni connessi ai suoi debiti. Anche qui si registra una notevole concentrazione: sebbene ci siano nove agenzie che operano a livello mondiale, due di esse egemonizzano il mercato, Moody’s e Standard & Poor’s. E pure in questo caso si rileva un potenziale conflitto di interessi, dovuto da un lato al fatto che dagli anni ’70 le valutazioni sono pagate dagli stessi enti valutati, che possono dunque esercitare pressione sulle agenzie per ottenere giudizi benevoli, e dall’altro all’erogazione di consulenze, il cui mantenimento può facilmente indurre ad emettere giudizi ammorbiditi.
L’analisi sociologica di M. svela la funzione principale di queste agenzie, che non è primariamente quella di mettere in guardia da situazioni pericolose: infatti esse non sono riuscite a prevedere i più rilevanti cambiamenti economici, le maggiori crisi finanziarie e i fallimenti di molte grandi imprese avvenuti dal secondo dopoguerra. Ad esempio, Moody’s ed Standard & Poor’s hanno valutato positivamente la Enron fino a quattro giorni prima del suo crac. L’incapacità di previsione dipende dal fatto che esse riflettono e consolidano gli stessi equilibri di potere del mercato, condannando in realtà duramente solo chi è già pubblicamente fallito (vedi caso Parmalat). La loro funzione è allora un’altra, quella cioè di delimitare gli effetti dell’incertezza nell’azione degli operatori attraverso delle funzioni di rassicurazione cognitiva ed emotiva: sono cioè agenzie che distribuiscono soprattutto fiducia e sfiducia, come pure reputazione positiva e negativa; non controlli e previsioni efficaci.
È evidente, come lo stesso M. afferma, che quella delle agenzie è una soluzione solo parziale e insufficiente per il problema dell’incertezza in sistemi economico-finanziari ipercomplessi che necessitano di costanti certificazioni. Una soluzione offerta da privati che hanno occupato uno spazio certo libero, ma la cui rilevanza strategica meriterebbe maggiore attenzione da parte dei poteri pubblici.
In senso più generale la prospettiva dello studio di M. è feconda proprio perché svela in realtà i fondamenti sociali del potere della finanza: non si tratta insomma di un’area di funzionamento autoreferenziale, basata, come normalmente si vuol far credere, su fattori solamente economici e caratterizzata da processi e comportamenti razionali.
Questa credenza nell’oggettività economica del mercato è in parte un meccanismo di mascheramento dei poteri che controllano lo spostamento di capitali e di altre risorse sul pianeta, cioè il processo più avanzato di strutturazione dei rapporti di forza nella società globale. Non dobbiamo però pensare che tale meccanismo interessi solo sfere alte e inaccessibili della società: esso condiziona pervasivamente anche i consulenti finanziari, più o meno consapevoli, che incontriamo ogni giorno nelle nostre banche.
E.R.
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