La costruzione del consenso

chomskyLa paura della democrazia è profonda. Alexander Hamilton lo espose chiaramente quando descrisse il popolo come una ‘grande bestia’ da cui le élite governanti dovevano essere protette”.
In questa recensione affrontiamo il problema di come l’educazione sia influenzata dalle ideologie politiche. Da diversi anni Noam Chomsky espone la sua credibilità di eminente studioso di linguistica per sferrare pesanti attacchi alla politica americana; questa sua pressante richiesta di trasparenza, onestà e reale democrazia lo ha fatto ritenere “uno dei più importanti pedagogisti della storia”, nonostante non si occupi di teorie dell’istruzione, bensì di strutture grammaticali del linguaggio – da una parte – e di sistemi politici democratici – dall’altra.

Per avere un’idea di come le sue concezioni di libero pensatore e le critiche alla classe dirigente, agli intellettuali e ai mass-media possano avere una ricaduta sulla gestione dell’insegnamento scolastico, ho indagato una raccolta di scritti e interviste intitolata “La DISeducazione. Americanismo e politiche globali” (Roma 2003).

Secondo C. le scuole americane sono permeate da un tale grado di indottrinamento da far sì che, tra quanti vi lavorano all’interno, “una persona istruita sia incapace di capire pensieri elementari che ogni dodicenne è in grado di capire”. Le sue convinzioni di fondo, riguardo l’educazione alla democrazia, si possono riassumere nella semplice idea che gli istituti scolastici non avrebbero la necessità di proclamare un insegnamento democratico, se fossero veramente democratici: “Più c’è bisogno di parlare di democrazia, meno il sistema è, di solito, democratico.” C. si scaglia in modo pesante contro il mondo scolastico, quello accademico e dell’informazione, limitandosi all’ambito statunitense e apprezzando per contro una maggiore apertura di vedute nel continente europeo. Egli punta soprattutto il dito contro gli intellettuali che si limitano a criticare la mancanza di libertà nei regimi totalitari, che lo siano apertamente o di fatto: è un atteggiamento che gli sembra troppo facile e comodo; C. preferisce piuttosto smascherare la facciata ipocrita della più importante democrazia mondiale, con lunghi e dettagliati resoconti di date, fatti, notizie giornalistiche. Dalle sue parole emerge la pochezza persino nella condotta dei più rinomati giornalisti U.S.A., appiattiti su banali elogi dei governi in carica, neanche si trattasse della ormai nota telegiornalista nordcoreana… Mentre le scuole appaiono come una fucina di indottrinamento. “Le scuole evitano verità importanti”, sottacendo “le informazioni e le intuizioni che possono essere imbarazzanti”. Gli studenti “non dovrebbero essere visti semplicemente come un pubblico, ma come parte di una comunità di interessi comuni alla quale si spera di partecipare costruttivamente. Non dovremmo parlare “a”, ma parlare “con”… Un buon insegnante sa che il miglior modo per aiutare gli studenti a imparare è permettere loro di trovare la verità da soli… Io non credo che richieda molto più che buon senso.”
Questo, il ruolo principe dell’istruzione. C. pone alla base del proprio ragionamento le migliori idee sociologiche e pedagogiche presenti nelle riflessioni profonde di grandi intellettuali del passato, per dimostrare che il livello tanto superficiale del dibattito contemporaneo non corrisponde allo spirito vero del sogno americano; il progetto pedagogico sarebbe oggi sepolto da una cospirazione tesa a costruire e mantenere il consenso verso il sistema dei valori capitalisti. Mentre i mezzi di comunicazione “sfruttano i bisogni emotivi delle persone e le tengono separate dai bisogni altrui”, Dewey riteneva che “lo scopo finale della produzione non è la produzione di ricchezze, ma la produzione di esseri umani liberi che si associano in termini di uguaglianza”. E secondo Russell lo scopo dell’istruzione era “dare un senso del valore delle cose diverso dal dominio”. Le accuse di C. parrebbero esagerate, frutto di un pensiero esaltato che cavalca il luogo comune del complotto; peccato che siano invece ben circostanziate e che rispecchino i dubbi avanzati da persone che hanno fondato e costruito l’identità democratica gli Stati Uniti. Ripercorrendo il corso del pensiero intellettuale non solamente americano, si trovano recenti dichiarazioni sconvolgenti, espresse oltre tutto da esponenti liberal-democratici, che riprendono le teorie sulla propaganda elaborate negli anni ’30 del Novecento dal decano dei giornalisti americani, Harold Lasswell, le quali sono volte a tenere a bada l’“ignoranza e la stupidità delle masse”, perché gli uomini responsabili possano “vivere liberi dal calpestio e dalle urla della massa perplessa”. Al contrario, due secoli fa, aleggiava un pensiero più lucido come quello di Thomas Jefferson, il quale già temeva che le istituzioni bancarie e le ricche corporazioni “avrebbero distrutto la libertà”. Pochi anni dopo, il russo Bakunin vide chiaramente che la classe dirigente del futuro avrebbe potuto seguire due strade per avere il controllo delle masse: “una sarebbe stata lo sfruttamento delle lotte popolari per impossessarsi del potere statale”, l’altra più sottile sarebbe appannaggio di quelli che scopriranno “che il vero potere è altrove” e che attraverso la manipolazione della stampa potranno bastonare comunque il popolo nascosti dalla parvenza della democrazia – creando una società che esalti i valori aristocratici, basata sui premi riservati ai migliori. Riprendiamo quindi John Dewey e la sua paura del potere che “risiede nel controllo dei mezzi di produzione, scambio, pubblicità, trasporto e comunicazione. Chiunque li possieda, governa la vita della nazione”. “L’istruzione, sperava… sarebbe stata uno dei mezzi per indebolire questa mostruosità assolutista”.
Tra le due guerre del Novecento sarebbe stata accuratamente elaborata una strategia per il controllo occulto del popolo americano. Woodrow Wilson, che presiedeva un Comitato Statale sulla Pubblica Informazione, scoprì le “possibilità di disciplinare il pensiero pubblico”; gli uomini d’affari, considerati “minoranze intelligenti”, avrebbero assunto come preciso compito “la conscia e intelligente manipolazione delle abitudini organizzate e delle opinioni delle masse”. Queste intuizioni furono sviluppate da Edward Bernays, non un conservatore ma un liberale roosevelt-kennediano, autore di un manuale di pubbliche relazioni e vincitore di una onorificenza elargita dall’Associazione Psicologica Americana nel 1949: “Tale costruzione del consenso è la vera essenza del processo democratico… Con il suffragio universale e la scolarizzazione universale… alla fine persino la borghesia aveva paura delle persone comuni. Perché le masse si ripromettevano di diventare sovrane”, un pericolo che fu vanificato dai nuovi metodi “per plasmare il pensiero delle masse”. Leggere queste righe non può che mettere i brividi, poiché l’ipotesi di una cospirazione viene confermata da trattati scritti appositamente per manipolare una popolazione, lasciando a questa solamente l’illusione di vivere in una reale democrazia.
C. è pessimista sulla possibilità che la scuola e la stampa americane possano liberarsi da questa cultura egemonica, volta a propagandare la superiorità morale a stelle e strisce su qualunque altro paese. Una manipolata costruzione storica impone i valori del libero mercato a scapito della classe più debole, mentre le politiche governative – specie quelle repubblicane – seguono la via opposta, continuando a sovvenzionare le industrie strategiche grazie a consistenti aiuti di stato. L’accusa più forte e dolorosa è rivolta alla gestione dell’infanzia: tutto il sistema sociale e lavorativo, portato in auge soprattutto da Ronald Reagan e da Margareth Thatcher, sarebbe stato studiato per indebolire l’infanzia, impedendo ai genitori di dedicarsi all’educazione dei figli. La flessibilità del posto di lavoro e il lungo orario lavorativo giornaliero erodono questo “tempo d’alta qualità”, quello cioé dedicato all’educazione e non alla produzione, favorendo una generazione di “bambini con le chiavi al collo”, lasciati soli con le chiavi di casa di fronte al pericolo di violenza, alcool e droga. Il Ministero dell’istruzione U.S.A., in effetti, ammise un decennio fa che “mai prima una generazione di bambini è stata tanto meno in salute, meno curata e meno preparata per la vita dei loro genitori alla stessa età”. C. arriva a sostenere che le aggressioni armate statunitensi e gli embarghi economici contro gli stati latino-americani siano predisposti per indebolire le politiche per l’infanzia di tipo socialista, per farle fallire sotto i colpi di malattie e denutrizione ed evitare così che qualcuno possa prenderle ad esempio. Anche i movimenti popolari permeati di “antipolitica” farebbero il gioco dei potenti: il disprezzo verso la classe politica indebolirebbe il concetto stesso di democrazia, portando sempre più il potere effettivo “nelle mani delle multinazionali e degli stati e delle istituzioni semi-governative che servono i loro interessi”.

Un discorso sull’educazione, allora, secondo il semiologo americano, non può prescindere dalla denuncia delle discriminazioni, delle guerre, dello stato di svantaggio culturale, sanitario e nutrizionale nel quale sarebbe volutamente lasciata gran parte dell’umanità. “È sullo sfondo di realtà come queste che ogni seria discussione sulla libertà umana dovrebbe iniziare”. Questi discorsi sono esagerazioni? Possiamo ignorare l’esistenza di gruppi di potere che insistono nel guadagnare negando opportunità alle masse? Le frasi di C. saranno anche paradossali, ma anche qui in Italia ho visto più volte alunni dodicenni sbigottiti di fronte alla chiusura mentale di alcuni insegnanti. Alla fine, quel che importa è l’avvertimento di un pericolo, l’incitamento a tenere aperti gli occhi, per evitare che qualunque lavaggio del cervello possa invadere le menti nostre e dei nostri giovani.

Paolo B.

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