“Il futuro è la sola ipotesi concepibile”

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“Forse stiamo imparando a cambiare il mondo prima di immaginarlo, a guardare verso l’avvenire senza proiettarvi le nostre illusioni. Elaborare delle ipotesi per testare la loro validità, spostare progressivamente e prudentemente le frontiere dell’ignoto: ecco ciò che ci insegna la scienza, ciò che dovrebbe promuovere ogni programma educativo e a cui dovrebbe ispirarsi qualunque riflessione politica.”
Questa premessa ci ricorda che per costruire il futuro occorre avere un progetto, meglio se sostenuto da ideali, da portare avanti senza presunzione ma con l’intento di testarlo e migliorarlo strada facendo. Una riflessione su come andare verso il futuro accoglie necessariamente ampie argomentazioni e contiene uno strato pedagogico di fondo, per questo ne parlo nell’ambito delle recensioni sull’insegnamento, poiché un progetto talmente complesso necessita di una acculturazione: “Si delinea così la sola utopia valida per i secoli a venire, le cui fondamenta andrebbero urgentemente costruite o rinforzate: l’utopia dell’istruzione per tutti, la cui realizzazione appare l’unica possibile per frenare, se non invertire, il corso dell’utopia nera che oggi sembra in via di realizzazione.”

Questo panorama di idee, accolto nel saggio di Marc Augé: Un altro mondo è possibile (Torino 2017), parte dall’analisi della situazione attuale, che occorre tenere bene a mente per poterla superare, perché “la chiave di lettura del presente rischia di essere falsata da un avvenire bramato, anziché aprirsi sulla problematicità del reale.” Ci troviamo calati in una situazione in cui sussistono fortissime disuguaglianze, in quanto a opportunità economiche e culturali, in un orizzonte che comprende oggi tutto il pianeta, senza che esista più la possibilità, per chiunque, di ignorare quel che accade in ogni altra area del globo – sappiamo di esistere in mondo globalizzato ma lo viviamo in modo frammentario. “Una società mondiale ineguale, per la maggior parte ignorante, illetterata o analfabeta, condannata al consumo o all’esclusione, esposta ad ogni forma di proselitismo violento, di regressione ideologica.” Come ebbi a riflettere anni fa, anche Augé ritiene aleatorio parlare genericamente delle conquiste dell’umanità, quando la maggioranza della popolazione mondiale – compresa quella di paesi progrediti – non è in grado di coglierne la portata e spesso ne è del tutto all’oscuro: considerando in particolare le più recenti innovazioni, esiste una enorme discrepanza tra chi si trova nella condizione di poterle comprendere e “la reale situazione degli esseri umani, la maggioranza dei quali – completamente estranea a un movimento di cui non subisce che, eventualmente, i contraccolpi – non può sentirsi pienamente coinvolta da un’avventura di cui ignora completamente premesse e conseguenze.”
Eppure oggi la scienza e, soprattutto, la tecnica hanno ripercussioni dirette sulla vita sociale delle persone, che Augé inquadra in tre nuove classi sociali: “i potenti, i consumatori e gli esclusi.” Mentre nella qualifica dei “potenti” fa rientrare politici, economisti e scienziati, gli “esclusi” sono tutti coloro i quali non hanno accesso a beni, informazioni e a volte nemmeno alla libertà. I “consumatori” sono il motore del sistema e, come tali, devono restare il più possibile ignari del suo funzionamento. Hanno a disposizione grandi quantità di informazioni, disponibili in tempo reale, il che trasmette l’illusione di possedere la conoscenza. I ragazzi oggi definiti come “nativi digitali” sono invece semplici fruitori passivi, non sapendo come discriminare le informazioni vere, presunte o fasulle, essendo assai spesso ignari del funzionamento di un sistema operativo (sempre più occultato da Microsoft, come lo è sempre stato in modo assoluto da Apple) o persino della stessa natura della “rete”.
Il nostro autore, però, va ben oltre, guardando con preoccupazione al senso del reale che viene perso utilizzando la virtualità. “Il sistema diffonde l’immagine di un mondo in cui tutto è ubiquo e istantaneo, occultando le reali condizioni della nostra esistenza e sovvertendo i fondamenti simbolici su cui poggia l’intera vita sociale”. Augè ritiene che l’illusione del sapere e dell’essere padroni della virtualità siano due problemi da eliminare, per scongiurare l’esclusione di alcuni e l’alienazione di tutti: “Qualunque tentativo di pensare il futuro deve innanzitutto eliminare questa difficoltà.” Insiste sulla “perdita di attrazione da parte dei simboli”, e tra questi una decisa importanza hanno i luoghi della nostra vita, siti fisici e non fittizi che hanno costruito nei secoli l’identità culturale delle comunità umane, “l’espressione geografica e intelligibile del legame sociale, compreso nella sua dimensione storica.” È nota la sua accusa lanciata al pericolo costituito dai “non-luoghi“, costituiti da strutture pensate con fini meramente utilitaristici, come i centri commerciali, o di passaggio, come gli aeroporti, la cui frequentazione illude che ci si possano costruire vere relazioni sociali, comprendendo in tale categoria anche i contesti immaginari che impariamo a vivere all’interno degli schermi; perché i luoghi servono per gestire le relazioni, quindi “abbiamo bisogno di luoghi, e passiamo il nostro tempo a costruirne nella misura in cui abbiamo bisogno della relazione e del legame con gli altri.” Questi non-luoghi concorrono insieme alla tecnologia virtuale nel “portare al cortocircuito degli elementi simbolici della relazione tra individui, ossia lo spazio e il tempo, in tutte le culture del mondo. L’istantaneità e l’ubiquità, nuovi ideali della comunicazione trasmessi attraverso la televisione e internet, disegnano un mondo fittizio dal quale molti sono esclusi e in cui coloro che lo compongono e animano sono sottoposti a nuove forme di solitudine: la comunicazione non è la relazione.” Immaginando le possibilità a venire non si può trascendere dalla realtà creata dalla tecnologia, per cui “i nonluoghi costituiranno d’ora in poi il contesto di tutti i luoghi possibili” e ci dovremo convivere costruendoci dentro i nuovi fondamenti simbolici del nostro vivere, che vanno comunque tenuti a mente e preservati in qualche forma. Come cura allo sconvolgimento delle relazioni tradizionali causate dal progresso tecnico, Augé ricorda quel che ha sperimentato in contesti etnici in Costa d’Avorio, dove i soffrenti si rivolgevano ai guaritori del villaggio. I mali che li affliggevano venivano ricondotti a disagi sociali, in genere a carattere famigliare. Quelli che un tempo erano sciamani, lì erano diventati “profeti”: interrogavano i loro pazienti e li facevano dialogare, senza lasciarli ancorati ai problemi del passato, spingendoli piuttosto ad accettare le sfide del presente, anche nell’ambito dei cambiamenti causati dalla modernità occidentale, e sempre con uno sguardo su ciò che li aspettava. Si erano trasformati in psicanalisti proiettati verso l’avvenire anziché volti al passato (da ciò la denominazione di “profeti”). Una riflessione su se stessi nell’ambito di un dialogo ottimista e propositivo. “Parlare dà sollievo … la narrazione permetterà forse a quanti la elaboreranno, come a quanti la riceveranno, di riappropriarsi del loro tempo, di ritrovarsi e, come si suol dire, di ritrovare se stessi – resistendo alla vertigine collettiva di una fatalità senza causa.” Il dialogo tra le generazioni sarà particolarmente utile, in questo tempo in cui l’allungamento della vita e l’accelerazione dei cambiamenti permette di avere la compresenza di più generazioni rispetto al passato e maggiormente differenti tra loro, le quali potranno trovare giovamento in un reciproco confronto, se saranno disposte a metterlo in atto.
I cosiddetti “potenti” includono una oligarchia di politici e capitani d’industria che lavorerebbe per incrementare le disuguaglianze sociali. Anche in assenza di un vero e proprio atto deliberato in tal senso, rimangono evidenti le ingiustizie che stanno sgretolando l’utopia di un’alleanza proficua tra democrazia e libero mercato, anche alla luce del profitto economico che stanno traendo dal mercato globale diversi paesi dittatoriali, che lo siano di diritto o di fatto; dimostrando in modo inquietante quanto le tirannie riescano a sopravvivere e prosperare nel mondo odierno, che riteniamo libero.
In mezzo a un mare di negatività che si stanno diffondendo nel nostro presente, l’intellettuale francese individua le opportunità che vi si celano in potenza e che possono essere utilizzate per costruire un futuro migliore. Vede come una soluzione ideale per il nostro futuro l’esempio fornito dalle comunità scientifiche, nelle quali le ricerche e le intuizioni individuali o di gruppo vanno ad accrescere la conoscenza di tutti: “la collaborazione tra scienziati e ricercatori di tutto il mondo è sempre più necessaria per il progresso della scienza: condividono i propri risultati o lavorano direttamente insieme, come al CERN di Ginevra, che rappresenta un moderno modello di ciò che potrebbe essere l’utopia realizzata di una vita sociale internazionale votata alla conoscenza e alla ricerca di base.”

 

Augé insiste sulla necessità di considerare gli esseri umani in senso “generale” – la terza dimensione di ognuno di noi, oltre a quella individuale e culturale/sociale. Superando i localismi, tanti problemi verrebbero superati da una concezione della nostra casa ampliata all’intero pianeta, seguendo il tema della “terra-madre” caro a Edgar Morin; anche questo influente autore francese considera l’epoca attuale come un inizio, saremmo infatti nella “fine della preistoria dell’umanità come società planetaria”, iniziata rozzamente e violentemente con le colonizzazioni, e davanti a noi si dispiegherebbe, se solo ne saremo capaci, un’era nuovissima e piena di opportunità. In un mondo ideale chiunque avrebbe accesso alle opportunità e alle conoscenze, tutti gli individui guadagnerebbero pertanto uguale dignità. Per raggiungere questo obiettivo occorre garantire un generalizzato accesso alla conoscenza attraverso l’istruzione, il che permetterebbe di vedere in fondo al tunnel l’agognata felicità, intesa come “la simultanea coscienza di sé e degli altri.” Tanti, tra gli intellettuali che sto prendendo in esame, riconducono le loro riflessioni ad alcuni concetti comuni: un’idea centrale, oltre a quella di “terra-madre”, è in effetti la convinzione che la nostra identità personale sia costituita in larga parte dall’interazione con gli altri individui e con la società in cui viviamo. “La relazione dialettica tra identità e alterità è una componente simbolica permanente, se non strutturale, della personalità umana… è evidente ed essenziale in tutti i processi educativi e di apprendimento… l’incontro con gli altri è, lungo tutto l’arco della vita, necessario alla costruzione e all’affermazione di sé.” Negare questa realtà costruendo muri invalicabili diventa quindi una follia che sta però dilagando: rifiutare l’umanità ad alcuni vuol dire ucciderla in tutti“. Ecco che l’istruzione garantita a tutti rimane fondamentale, per bilanciare “gli egocentrismi, gli etnocentrismi e tutte le forme di proselitismo.”

Per fronteggiare il presente e prepararsi al futuro si può tentare di svelare i fantasmi dell’odierno apparire, riflettendo criticamente sulle forme del mediale e del virtuale, come sui luoghi e tempi del nostro vivere quotidiano – scrutare quel che vi si cela dietro e anche dentro di noi, parlando con noi stessi e dialogando con gli altri; in sintesi, compressi nell’accelerazione del tempo e spaesati nella dilatazione dello spazio, dobbiamo mantenere intatta la condizione umana, sotto tutti i punti di vista. “Oggi, in un mondo saturo di immagini e messaggi, nell’ambito della comunicazione istantanea è fondamentale disfarsi delle illusioni date dall’evidenza, non dipendere dagli oggetti creati dall’uomo e sfruttati dagli uomini, non ridurre l’individuo a consumatore e non considerare i personaggi creati dal mondo mediatico globale come l’incarnazione stessa della libertà; bisogna preservare l’esigenza di uno sguardo critico sulla storia che stiamo vivendo.”
Augé non si fa illusioni, ritiene difficile che si possa davvero arrivare a un tale progresso, col quale le differenze diverrebbero conquiste per tutti, mettendo a frutto “la convergenza delle domande poste dalle differenti culture del mondo senza prendere le distanze da nessuna delle loro risposte”, concependo “le frontiere culturali e quelle fra individui come varchi e non come barriere.”

Paolo B.

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