La panpolitica

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“Il problema delle nostre élite politiche, quindi, non sta tanto nel loro profilo morfologico-curricolare [cioè nella loro identità e nella loro formazione], ma nel costituire sempre più una nomenclatura pronta a mortificare il bene comune a favore di centri di potere articolati per interessi: una sorta di rete panpolitica [...]. L’essere élite e sempre meno classe dirigente è basato sulla distanza [crescente] che intercorre tra le élite e le esigenze del paese.” Certo non useremmo comunemente queste parole per esprimere la condizione della politica in Italia, ma, nonostante ciò, ci troviamo sostanzialmente d’accordo con quanto sostiene l’équipe di ricercatori guidata da Carlo Carboni. Aggiungeremo però l’impressione che questa “rete panpolitica” è ben appiccicosa, una sorta di ragnatela, nella quale più ti muovi per liberarti – o per ristabilire la giustizia o per raccogliervi informazioni, il che fa quasi lo stesso nel nostro caso -, più ti aggrovigli e rischi di essere mangiato.

Gettiamo quindi uno sguardo più attento sulla struttura e composizione della classe politica italiana. A tal fine ci facciamo aiutare da un libretto, Élite e classi dirigenti in Italia (Roma-Bari 2007), che illustra una recente ricerca di sociologia politica, diretta da Carlo Carboni, professore alla facoltà di economia di Ancona. Lo scopo dell’indagine è quello di fornire un profilo delle élites italiane, attento alla loro identità e consistenza. Si tratta di un compito tutt’altro che semplice perché le informazioni sulle élites – che siano serie, circostanziate e, al contempo, di facile accesso – sono piuttosto scarse, in quanto c’è la naturale tendenza dei poteri, specie quelli italiani, a rendersi opachi. Una loro conoscenza permetterebbe però il miglioramento delle procedure di reclutamento e formazione, che appare sempre più urgente.

Il quadro che risulta dall’indagine conferma, per ammissione degli stessi ricercatori, le impressioni che noi cittadini abbiamo delle nostre élite, in particolare di quelle politiche. Con élite C. intende una minoranza organizzata che (1) occupa posizioni di vertice e (2) è riconosciuta dalla popolazione come tale, mentre con classe dirigente indica un gruppo capace di guidare, per competenze e responsabilità, una comunità politica.

Nell’attuale situazione italiana siamo in presenza di un’élite che non ha questa capacità ‘traente’, cioè di dirigere e governare, in quanto dimostra di non saper affrontare le sfide del mercato globale e della democrazia. In assenza di competenze adeguate l’élite politica italiana fonda il proprio potere sul consenso diffuso, ottenuto attraverso l’estensione della rete del potere politico, cioè del controllo su vasti settori della società (panpoliticismo). Questa situazione alimenta la mancanza di senso di responsabilità e configura un atteggiamento di individualismo amorale, peraltro non limitato ai soli vertici, ma sempre più diffuso tra i cittadini: esso consiste in una ricerca costante dell’interesse privato a scapito di quello pubblico. Inevitabili sono quindi le distorsioni patite dal nostro sistema democratico.

L’incapacità delle nostre élites è frutto di carenze nella formazione e nel reclutamento: al primo aspetto contribuisce in modo negativo la crisi dell’università di massa, che richiederebbe una riforma basata sui valori del merito, della competizione e del senso di responsabilità; per il secondo aspetto, quello del reclutamento, si rileva un perverso sviluppo del professionismo politico, che ha soffocato i meccanismi con cui i partiti importavano al loro interno le forze migliori della società.

Ma la crisi investe in vario modo anche altri settori dell’élite italiana. Ad es. la bassa crescita economica dell’Italia si accompagna (1) al declinare della consistenza numerica dei top manager alla guida del paese e (2) a una difesa corporativa delle proprie posizioni, che impedisce il rinnovamento. Questa situazione, unendosi alle incompetenze dei politici, provoca torbide commistioni di interessi pubblici e privati.

Inoltre, pericolosi intrecci si verificano ormai da anni anche tra politica e media: tale circostanza si pone alla base dell’ascesa dei giornalisti, garanti di quel marketing politico-mediale che ha sostituito il radicamento dei partiti nella società e le loro forme più dirette di partecipazione e comunicazione.

Accanto ai giornalisti, anche gli uomini di cultura e i professionisti costituiscono gli artefici di questa cattura mediatica dell’opinione, che solo raramente è volta a stimolare il senso critico dei cittadini: il fine è piuttosto quello di persuadere. Il gruppo culturale (intellettuali, accademici) e professionale (soprattutto avvocati) è proprio quello che ha visto crescere maggiormente la sua presenza nell’élite politica a partire dagli anni ‘90 e si caratterizza per un’età abbastanza avanzata. Del resto, è lo stesso sistema di ascesa all’interno di questo settore che ritarda l’affermazione dei suoi membri: esso si riproduce infatti non sulla base del merito, ma su quello della cooptazione, spesso ereditaria.

I professionisti continuano peraltro ad agire nelle varie reti di potere cui appartengono. E questo non fa che aggravare la tendenza generale dell’élite politica a creare un apparato fiduciario intorno a sé, a vantaggio del quale si è proceduto addirittura ad una moltiplicazione dei posti pubblici disponibili (ad es. nelle regioni sempre più affette da gigantite).

La volontà di durare di questa élite, invecchiata (nonostante i grandi ricambi avvenuti in seguito a Tangentopoli), incompetente (benché dotata spesso di un’istruzione giuridico-politica di livello universitario) e maschile (scarsa è infatti la presenza femminile) si scontra con un’esigenza democratica di quei cittadini non ancora appiattiti sull’individualismo amorale: il vuoto lasciato dalla crisi dei partiti di massa e dell’educazione politica è riempito da forme consapevoli di mobilitazione per uno sviluppo sostenibile, che si oppongono anche al declino dell’informazione giornalistica. È il caso dei blog, aggiungiamo noi.

Questa è la strada per fertilizzare democraticamente la società italiana in vista di una riforma delle modalità di reclutamento dell’élite attuale, che (1) ha fatto del bene pubblico uno spazio di riconoscimento di interessi privati e che (2) si difende ora con tecnicismi elettorali che vanno a scapito della governabilità del paese. La società civile, invece, intesa come “comunità di fini“, non solo deve partecipare sempre più, ma deve cercare – secondo una tendenza già in atto – di possedere tra i suoi membri le competenze necessarie per affrontare i problemi attuali. Beppe Grillo e i suoi lettori offrono in questo senso un esempio efficace di mobilitazione e acquisizione di conoscenze specifiche attraverso il dialogo libero e aperto, in rete e in piazza, tra i massimi esperti dei diversi settori e i cittadini.

L’indagine di C. e dei suoi collaboratori descrive in realtà molti altri aspetti significativi dell’élite politica italiana su cui non ci siamo soffermati. Il fatto, comprovato dall’indagine, che non siano i “migliori”, ma i “ricchi” e i “raccomandati” a governare il paese, che per giunta siano uomini vecchi e poco meritevoli, con scarse competenze, ma sorretti da reti di relazioni non democratiche, conferma tutte le nostre peggiori impressioni. Speriamo che il riconoscimento del morbo degenerativo che colpisce l’élite italiana, attuato da questa e da altre ricerche, contribuisca al suo isolamento e alla sua cura. Dopo aver così circostanziato con sguardo più ‘scientifico’ le denunce della Casta, nel prossimo post sulla politica ci affideremo ancora allo sguardo dei sociologi, portando però l’attenzione sui valori civili dei cittadini italiani.

E. R.

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