Per una rivoluzione femminile della politica

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“Appare certa tutta l’assurdità e l’insopportabilità di un’organizzazione politica della società che per secoli ha pressoché escluso la metà del genere umano”. Già, la nostra consapevolezza democratica non può far a meno di giudicare la condizione tradizionale di esclusione delle donne dal potere politico come un’ingiustizia incomprensibile. Ma questa presa di coscienza è possibile solo ora, nel momento in cui giunge lentamente a maturazione una critica radicale della gerarchia dei sessi avviatasi solo qualche decennio fa. La scena politica mondiale dell’inizio del sec. XXI mostra i primi segni di un cambiamento: vi si scorge il ruolo di primo piano assunto da alcune donne – circostanza il cui rilievo non è tanto quello di portare a compimento l’emancipazione femminile, quanto quello di fornire un’opportunità di rivoluzione della politica per tutto il genere umano. Le donne possono essere infatti le protagoniste di un mutamento profondo e quanto mai necessario dell’essenza e dei modi del governo del mondo.

La ricorrenza della festa delle donne assurge a pretesto per parlare della condizione femminile, un elemento quanto mai critico in ambito politico e sociale. Lo facciamo prendendo spunto da un libro recente della giornalista Ritanna Armeni, Prime donne. Perché in politica non c’è spazio per il secondo sesso (Milano 2008).

Lo scritto della A. cerca fornire un’interpretazione del nuovo protagonismo femminile sulla scena politica mondiale. I casi di Segolène Royal, di Hillary Clinton, di Angela Merkel e di altre donne salite ai vertici della vita istituzionale nei rispettivi paesi (13 nel complesso) offrono l’occasione per una riflessione sul carattere maschile del potere; un carattere profondo, radicato, forse incarnito e per certi aspetti anche incancrenito.

Dunque, una diversa possibilità è fornita proprio dalla nuova entrata in scena delle donne, che hanno di fatto patito un’esclusione secolare dal potere politico, per lo meno nell’orizzonte storico della nostra civiltà. Tale esclusione è un elemento strutturale, cioè è una colonna portante del dominio degli uomini, che hanno interpretato come una rottura dell’ordine ogni tentativo di irruzione dell’elemento femminile in questo ambito.

Tale condizione fondamentale dell’organizzazione del potere è stata espressa efficacemente in miti, cioè in narrazioni fondamentali riguardanti il senso ultimo delle forme di relazione sociale: l’esclusione della donna è stata di volta in volta giustificata per la sua debolezza (fragilità), per la sua pericolosità (seduzione), per i suoi eccessi (passioni), insomma per il suo fungere da elemento di disordine nel mondo politico. Si è dunque sedimentato un immaginario culturale profondo, secondo cui la partecipazione della donna è stata spesso considerata contro natura; e questa costruzione culturale è stata spesso accettata dalle dirette interessate, che hanno quindi ‘sviluppato’ un senso di indifferenza e di ostilità verso certi ruoli, rituali e linguaggi politici.

In realtà, nelle diverse configurazioni culturali assunte dal potere nella nostra civiltà, non sono mai mancate donne che hanno assunto posizioni politiche di primo piano. Tuttavia, queste eccezioni, perché tali rimangono, sono caratterizzate in senso maschile: per imporsi le donne hanno dovuto infatti dismettere i propri panni e indossare quelli di un uomo. Ciò è accaduto anche nel corso del sec. XX, quando l’emancipazione della donna si è progressivamente completata nei paesi occidentali. Grandi figure politiche femminili, quali Indira Gandhi, Golda Meir, Margaret Thatcher, hanno dovuto dimostrare la capacità di padroneggiare la più importante qualità maschile del potere, la forza. Non si tratta solo della disponibilità a fare la guerra, ma anche dell’accettazione di tutte quelle ritualità belliche che strutturano la vita politica. Ancora una volta si è confermato così, cioè attraverso queste eccezioni femminili, la regola maschile; e del resto sono stati (e sono) proprio gli uomini a favorire per lo più l’assunzione del potere da parte delle donne tramite la cooptazione.

Tuttavia, di fronte alla pronunciata crisi politica del mondo contemporaneo, il modello maschile non convince più. E quindi il protagonismo politico delle donne si propone come una reale alternativa per uscire da alcune pericolose impasse. La A., che mette in evidenza la significatività del ruolo politico svolto da alcune donne in tempi recenti (Benazir Bhutto, Hillary Clinton, Angela Merkel), si concentra soprattutto sulla figura di Segolène Royal, la candidata sconfitta da Sarkozy nelle ultime elezioni francesi. Secondo la A. la Royal avrebbe portato nella politica una carica innovativa, data dalla sua femminilità: è stata la ‘differenza femminile’ a farle guadagnare tanto il consenso di un ampio elettorato (il risultato migliore del partito socialista dall’inizio degli anni ’80), quanto l’avversione feroce dei suoi colleghi maschi.

In cosa consiste la differenza femminile? Si tratta di una costellazione di qualità che culturalmente caratterizzano l’identità e la condotta delle donne, quali la maternità, la capacità di comprensione, la pazienza, la valorizzazione dell’ascolto, la concretezza, la cura degli altri, la capacità di mediazione ecc. La novità più importante nello scenario politico attuale è che le donne protagoniste, anche quando come nel caso della Clinton e della Merkel assumono spesso posture maschili, entrano nel gioco del potere con la consapevolezza del valore aggiunto della propria femminilità. Una consapevolezza che si traduce anche nel distacco crescente dalle modalità maschili dell’attività politica e nell’assunzione di atteggiamenti e comportamenti più sobri e più aderenti alla vita quotidiana (life politics).

Questa novità viene percepita con un misto di attesa e timore. L’attesa per le risposte che un’inversione femminile della politica potrebbe dare è infatti contrastata da una misoginia dei detentori maschili del potere: tanto quelli di destra, che sono più espliciti nella loro avversione, quanto quelli di sinistra, che utilizzano motivazioni generali o politiche per velare la loro opposizione di fondo.

In questo contesto generale la situazione italiana è tutt’altro che confortante. Il tentativo di costituire le quote rosa, cioè una quantità percentualmente determinata di donne partecipanti alla vita politica nel parlamento e nelle istituzioni, è stato respinto da entrambi i principali schieramenti politici. Un provvedimento del genere potrebbe essere invece particolarmente utile per rompere il blocco del potere maschile in Italia, dove spesso si impedisce anche alle donne già emerse sulla scena politica di essere pienamente protagoniste e di contestare apertamente la leadership degli uomini.

La A. parla quindi di un ‘duplice salto mortale’ per le donne: con il primo devono conquistare le posizioni di potere, con il secondo devono destrutturarlo. Solo in seguito a tale destrutturazione sarà possibile poi affrontare una ricostruzione quanto mai necessaria della vita politica, che appare sempre più connotata dagli aspetti più aggressivi e bellici della tradizione maschile del potere. Il protagonismo femminile nella politica può essere una delle più grandi risorse a disposizione della comunità mondiale e di quelle nazionali per superare con strategie alternative le tante impasse della democrazia.

Tuttavia, la paura per questa avanzata delle donne è tanta, specie presso élite più ‘maschiliste’, più arroccate cioè su posizioni retrive, come accade in Italia. E non è un caso – è un mio giudizio etico e politico – che le donne – come protagoniste delle loro scelte, come soggetti di diritti sociali e politici pieni – siano considerate un grande pericolo dalle gerarchie ecclesiastiche che, del resto, da circa mille anni, hanno costruito il loro potere su uno statuto sacerdotale ‘supermaschile’.

E. R.

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One Response to “Per una rivoluzione femminile della politica”

  1. grandimiti Says:

    Comincia da molto lontano!
    Dopo aver letto il post ho cercato uno dei miei libri del “cuore”: MEDEA di Christa Wolf.
    Medea è una donna forte e libera che sa e legge “segreti” da non svelare e per questo pagherà così Euripide fa dire a Creonte ” e se le donne non sono neanche capaci di bene, sono tuttavia maestre di Male” e Catone rivela ai suoi: “appena le donne saranno equiparate a noi ci saranno superiori”! Ecco in due frasi come le donne sono state tenute per lungo tempo fuori da tutto, poi da moltissimo ed oggi da molto ancora.
    Ovviamente e soprattutto dalla politica. Anche ora quando si dice “differenza di genere” personalmente mi allarmo … è la parola differenza che mi preoccupa perché non è questo il punto!
    Come dice la A. sono molteplici le qualità che per esperienza diretta e cultura le donne possono “portare” in politica e fra queste la capacità di ascolto e di realizzare il possibile in ogni situazione.
    La capacità di ascolto è qualcosa che ci caratterizza nella “cura” che da sempre esprimiamo in famiglia, con i figli, i compagni, gli amici e che diventa realizzazione del “possibile” a seconda della situazione che affrontiamo … e se questa non è l’arte della politica!!!
    L’uomo che c’è in noi, e cioè la personalità umana, non è solo capace è anche attento ecco perché è necessario abbia sempre maggiori spazi in politica. E la politica si fa insieme “imparando” gli uni dagli altri senza necessità di essere diversi: non servono uomini “femminili” né donne “maschili” ma solo “umane personalità”.
    Quote rosa? Eh sì siamo ancora femministe, e no non piace doverlo essere ancora …

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