Anni ‘70: guarire la memoria con la democrazia

Anni ‘70Anni ‘70

“Un momento di profonda transizione, una specie di perno attorno al quale il nostro Paese (e non solo) ha compiuto una grande rotazione”. Gli anni ‘70 furono un ‘tornante’ per il mondo intero, che si caratterizzò in Italia per un’altissima criticità sul piano economico, politico e sociale. Proprio a causa delle drammatiche sollecitazioni subite dalla società italiana, in non pochi casi traumatiche, gli avvenimenti accaduti e i processi avviatisi in quel periodo, che condizionano fortemente il nostro presente, sono oggetto di alcune patologie del ricordo. L’urgenza di costruire una memoria di quel decennio, che non sia affetta da gravi menomazioni, appare un compito non secondario per la vita politica del nostro paese, tanto più che si sta rapidamente avvicinando la soglia critica dei quarant’anni, oltre la quale cominciano a rarefarsi in maniera significativa le testimonianze di coloro che vissero quelle esperienze da protagonisti.

Continuiamo ad aprire il ventaglio dei temi trattati dal blog, inaugurando un filone di post che permetta di dare profondità storica alla situazione politica del nostro paese, cercando di comprenderla alla luce dei processi avviatisi nel secolo scorso. Ci serviamo quindi di un piccolo libro, Anni Settanta (Torino 2007), scritto da Giovanni Moro, sociologo politico presso la facoltà di Scienze della formazione di Roma Tre, e, suo malgrado, testimone privilegiato dell’epoca in questione, in quanto figlio di Aldo Moro.
M. non ricostruisce le vicende di quel decennio, ma definisce i termini di un problema, offrendo alcuni strumenti utili ad una sua soluzione pubblica. Tale problema è appunto quello di una memoria collettiva degli anni ‘70, che in realtà manca al nostro paese perché il rapporto con quel decennio è tutt’altro che pacifico: si toccano infatti nervi scoperti e soprattutto ferite, se non sanguinanti, certo ancora purulente.

Per giungere ad una piena guarigione di queste malattie occorre compiere una diagnosi accurata delle patologie del ricordo, che si manifestano innanzi tutto nelle dimensioni emotive del silenzio, della vergogna e della nostalgia; tutti atteggiamenti che non consentono di avere un rapporto equilibrato con il passato e soprattutto di poterne fare la base di progetti futuri.
Il compito è tutt’altro che facile perché tale periodo è segnato da profonde contraddizioni; tuttavia, esso non manca per M. di una sua definita unità cronologica sul piano politico (nazionale e internazionale), su quello economico-sociale, su quello, tragico, delle stragi (che si aprono nel dicembre 1969 con Piazza Fontana e si chiudono con l’attentato alla stazione di Bologna dell’agosto 1980).
Per mostrare il fatto che all’unità cronologica corrisponde un significato storico – cioè che il ritagliare quel decennio passato abbia un senso per noi -, M. individua una serie di parole chiave che caratterizzano il decennio, tutte di grande rilievo politico: le tante riforme sociali e istituzionali; l’ampia partecipazione dei cittadini; l’autonomia dai partiti delle iniziative di gruppi più o meno ampi (ad es. il movimento del 1977); la novità dei soggetti direttamente protagonisti (operai, donne, giovani); le ‘fedi’ che portavano, nel bene e nel male, al superamento della dimensione individuale; la libertà conquistata in tanti aspetti della vita quotidiana (ad es. nella coppia); l’incidenza di nuove forme di comunicazione (si pensi alle radio libere); il ruolo della violenza nella vita pubblica (stragismo, terrorismo, violenza dei militanti di partito o di gruppi extrapartitici, violenza delle forze dell’ordine); ed infine la crisi economica e sociale del paese, che incise anche sulla possibilità di fornire ai giovani gli orizzonti nei quali iscrivere il proprio futuro (con riferimento suggestivo alla diffusione del consumo di eroina).
Premessi questi elementi positivi di discussione, M. si impegna soprattutto nell’analisi degli ostacoli che impediscono una memoria collettiva degli anni ‘70. Innanzi tutto si prende in considerazione l’esistenza di due conflitti fondamentali, in cui si liberarono e si scontrarono energie politiche ‘oceaniche’. Uno di essi, a cui M. attribuisce un particolare valore, rimase però implicito ed è oggi ancora ben nascosto: quello sulla cittadinanza. Tale conflitto si è generato a partire da un movimento diffuso di partecipazione dei cittadini che mirava ad una democratizzazione della vita quotidiana; un movimento che fu avversato dai partiti e dalle istituzioni che, quando non lo neutralizzarono incorporandolo, lo soffocarono. Il secondo conflitto, palese, è quello di sistema: si trattava di una lotta intorno all’assetto dello stato e dell’economia, che fu combattuta tra forze conservatrici, raccolte intorno all’anticomunismo, e forze rivoluzionarie, che miravano ad un mutamento radicale – più o meno graduale, ma certo di segno socialista – della forma della società.
Tra coloro che cercarono una via di uscita politica al secondo conflitto, che replicava la polarizzazione della guerra fredda, vi fu Aldo Moro, il più scomodo tra i fantasmi degli anni ‘70. Moro, con la sua apertura a sinistra sin dall’inizio degli anni ‘60, era stato tra quelli che avevano voluto superare il paradigma bipolare, che impediva lo sviluppo della democrazia italiana. Ed è per questo che alla fine pagò per mano di un’improbabile alleanza – improbabile solo in apparenza, però – tra lo Stato e gran parte delle sue élite, da un lato, e il terrorismo, dall’altro; un’alleanza che permise di non superare la concezione della politica come contrapposizione di comunisti e anticomunisti per molto tempo (e ancora oggi). E ciò in maniera funzionale al mantenimento di certe egemonie che sarebbero state altrimenti spazzate vie come obsolescenti.
Questo non avrebbe significato l’eliminazione dei poteri occulti, che tanta parte ebbero negli anni ‘70 (si pensi solo alla P2, che in fondo replicava proprio questa élite conservatrice trasversale, al netto però della gerarchia ecclesiastica, che pur di quella élite era una fetta consistente e tutt’altro che separata). Secondo M. bisogna infatti accettare l’esistenza fisiologica di tali poteri nella democrazia, ma rendere la loro incidenza limitata. Ciò è possibile soltanto attraverso un processo di crescente democratizzazione della vita pubblica, che deve emanciparsi da un’altra sopravvivenza degli anni ‘70, quella dell’etichetta di antipolitica, che fu usata (ed è usata) dai partiti proprio per impedire o limitare forme alternative di partecipazione.
M. termina la sua ricognizione delle patologie del ricordo, individuando alcune pietre di inciampo che hanno finora ostacolato la maturazione di una memoria degli anni ‘70. Tra queste vi è il mancato rispetto delle vittime, che in Italia risultano stigmatizzate, cioè segnate e marginalizzate; si tratta per M. di un fattore culturale profondo che si associa, in maniera correlativa, alla passione italiana per i colpevoli.

Un’altra pietra di inciampo è la valutazione negativa del ‘68, considerato come l’innesco delle dinamiche della violenza politica del decennio successivo. Oggi, in occasione del quarantesimo anniversario di quel movimento, non pochi creatori di opinione favoriscono, più o meno direttamente, la diffusione di questa idea negativa, deprimendo tutti i processi di emancipazione e di crescita democratica che il ‘68 ha avviato o accelerato. E ciò accade perché non pochi membri dell’élite da un lato proseguono nel tentativo di schiacciare le forme di democrazia partecipata alternative ai partiti (la cosiddetta antipolitica) e dall’altro nascondono il tradimento compiuto verso gli ideali che avevano orientato un tempo le loro azioni. Questo esempio mostra il valore politicamente strategico della ricostruzione della storia italiana degli ultimi decenni, che in un’ottica democratica deve essere soprattutto pubblica, cioè discussa dai cittadini, in modo da permettere di contrastare i tentativi di occultamento o di riduzione di un’eredità complessa e contraddittoria, come quella della nostra repubblica. È una memoria storica necessaria per progettare il futuro della nostra democrazia.

E. R.

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