La questione è morale! (Ancora sulla panpolitica)

Share

popberlinguer

 “I partiti di oggi sono soprattutto macchine di potere e di clientela: scarsa o mistificata conoscenza della vita e dei problemi della società, della gente, idee, ideali, programmi pochi o vaghi, sentimenti e passione civile, zero. Gestiscono interessi, i più disparati, i più contraddittori, talvolta anche loschi, comunque senza alcun rapporto con le esigenze e i bisogni umani emergenti, oppure distorcendoli, senza perseguire il bene comune.”

In una certa continuità con il post precedente sugli anni ’70, si ripropongono qui i punti salienti di una ‘antica’ analisi politica, quanto mai utile, a mio avviso, per comprendere il presente. L’analisi è quella compiuta in una celebre intervista rilasciata ad Eugenio Scalfari da Enrico Berlinguer, allora segretario del Partito Comunista Italiano. L’intervista è stata pubblicata sulla “Repubblica” del 18 luglio 1981.
Con estrema chiarezza e lucidità B. vi definisce e denuncia la degenerazione del sistema partitico italiano. La situazione era già talmente grave che la “questione morale”, cioè l’urgenza di una rigenerazione etica dei partiti, costituiva il più importante problema della politica del nostro paese, l'”origine dei malanni d’Italia” (filmato).

Erano gli stessi fatti a parlare secondo B.: tutti potevano facilmente vedere come i partiti fossero diventati organizzazioni votate al perseguimento dei propri interessi, cioè a favorire il raggiungimento di posizioni di potere ai vari gruppi, alle varie “bande”, che li componevano: guidate da un ‘boss’, queste bande controllavano dei territori che costituivano la base della loro forza sulla scena politica nazionale grazie all’orientamento delle scelte elettorali.
Dunque, il loro atteggiamento nei confronti delle istituzioni era finalizzato all’occupazione, alla lottizzazione; e non si trattava solo di impossessarsi dello stato, ma di tutti gli enti, le agenzie, le società, che potessero avere un qualche ruolo pubblico: estremamente significativa al riguardo è l’esemplificazione offerta da B.: il tentativo di acquisire il controllo del “Corriere della sera”. È ciò che nel post precedentemente dedicato alle élite italiane è stato definito ‘panpolitica’, cioè la pervasività tendenziale dei partiti in tutti i gangli della vita associata: “Un credito bancario viene concesso se è utile a questo fine [cioè l’interesse del partito o della corrente o del clan], se procura vantaggi e rapporti di clientela; un’autorizzazione amministrativa viene data, un appalto viene aggiudicato, una cattedra viene assegnata, un’attrezzatura di laboratorio viene finanziata, se i beneficiari fanno atto di fedeltà al partito che procura quei vantaggi, anche quando si tratta di riconoscimenti dovuti“.
Scalfari osserva allora che i cittadini o non si accorgevano della situazione o la accettavano. Secondo B. essi si rendevano conto, ma si trovavano “sotto ricatto”,  perché avevano ricevuto o dovevano ricevere favori; in questo senso era emblematico per il segretario del PCI il fatto che il voto si orientasse in maniera diversa nelle consultazioni elettorali (bloccato dallo scambio di favori) e in quelle referendarie (più libero di esprimersi sulle grandi questioni dei diritti civili, come il divorzio o l’aborto).
Alla denuncia si accompagna anche una proposta positiva, che passa innanzi tutto per la rivendicazione orgogliosa, dal punto di vista di B., della “diversità” del Partito Comunista, una diversità morale. Ma questa diversità morale non era in prima istanza altro che l’applicazione del dettato costituzionale secondo cui i partiti devono soprattutto concorrere alla formazione della volontà politica della società, traducendone le opinioni e le aspirazioni.
Tralascio qui le ulteriori considerazioni propositive di B. circa la lotta al privilegio, la difesa degli emarginati (e non solo degli operai), la valorizzazione del merito e della professionalità, la partecipazione dei cittadini alla cosa pubblica, la riformulazione ‘più parsimoniosa’ del nostro stile di vita. Segnalo solo la traducibilità odierna della sua sintetica denuncia delle distorsioni del sistema capitalistico e consumistico: immensi costi e sprechi, storture nella produzione dei beni, atteggiamenti di insoddisfazione e di smarrimento. La sua visione del sistema economico è ovviamente tutt’altro che ingenua e, come si usa dire, ideologica: B. ritiene ad es. che la funzione del mercato sia essenziale e che il ruolo dell’imprenditoria rimanga importante; ma queste realtà non coincidono con il sistema capitalistico, né provocano in sé la più grande distorsione di quello stesso sistema: la creazione di masse crescenti di disoccupati. E al riguardo cito ancora un passo significativo: “Sta qui [nella disoccupazione] al fondo la causa non solo dell’attuale crisi economica, ma di fenomeni di barbarie, del diffondersi della droga, del rifiuto del lavoro, della sfiducia, della noia, della disperazione”.

Già, la causa: questa parola mi offre la possibilità di aprire il commento, sottolineando la pregnanza che, oggi più che mai, questa nozione dovrebbe avere per le formazioni politiche che si ispirano alla tradizione europea di sinistra. La differenza rispetto alla destra, anche in una congiuntura come quella presente in cui certe vie sembrano abbastanza obbligate e forte è l’impressione di convergenze tra programmi di parti opposte, sta proprio nel fatto che la sinistra, costitutivamente, non interviene solo sulle conseguenze di un fenomeno problematico, ma cerca di capirne le cause e di agire su di esse. Qui sta la diversità; non in simboli o in grandi racconti dei secoli XIX e XX, che non convincono più; qui si costituisce la differenza rispetto alla destra: differenza che si comprende facilmente quando si pensi che la destra vuole eliminare i rifiuti sociali senza intervenire sul comportamento dei produttori, che sono solitamente fasce sociali egemoni (oggi anche piuttosto ampie: ci siamo anche noi stessi per molti aspetti). Per questo motivo una sinistra che assume la linea della destra – ad es. sul problema della sicurezza – non può non disattendere una tradizione e un’identità politiche, caratterizzate soprattutto per la diversità, etica, che sorge da una profonda e sostanziale esigenza di giustizia.
Una seconda considerazione di commento riguarda la democrazia in Italia, che il sistema partitico inquina invece di promuovere: ritraduco allora l’osservazione di B. sulla diversità di voto tra le elezioni politiche e le consultazioni referendarie nei termini del conflitto di cittadinanza di cui si parlava nell’ultimo post. La lotta per la democratizzazione di questo paese è passata anche per la conquista di diritti civili che permettevano la scelta a tutti i cittadini su questioni fondamentali: tale lotta è stata condotta negli anni ’70 e ha conseguito alcune delle sue più importanti vittorie attraverso i referendum. Tuttavia, questa tendenza alla democratizzazione e al pieno esercizio della cittadinanza è stata da sempre avversata dai partiti, con pregiudizio della vita politica del nostro paese; e allora il recente discredito dello strumento referendario, che dipende peraltro da vari fattori convergenti, appare significativo proprio in questa prospettiva.
L’ultima considerazione riguarda la credibilità democratica dei partiti: la degenerazione in macchine di potere autoreferenziali non li può più legittimare ad es. a chiedere sacrifici ai cittadini, in particolare ai lavoratori. Ancora B.: “Voglio dirle però con tutta franchezza che quando si chiedono sacrifici al Paese e si comincia con il chiederli – come al solito – ai lavoratori, mentre si ha alle spalle una questione come la P2, è assai difficile ricevere ascolto ed essere credibili”. Questo discorso, risalente a ventisette anni fa, varrebbe anche per oggi se non fosse che a certi comportamenti e situazioni inaccettabili all’interno di un’etica democratica ci siamo completamente assuefatti.
La chiusa del post la lascio di nuovo a B., che per quest’intervista fu criticato anche dal proprio partito: “La questione morale, nell’Italia d’oggi, fa tutt’uno con l’occupazione dello Stato da parte dei partiti governativi e delle loro correnti, fa tutt’uno con la guerra per bande, fa tutt’uno con la concezione della politica e con i metodi di governo di costoro, che vanno semplicemente abbandonati e superati. Ecco perché dico che la questione morale è il centro del problema italiano. Ecco perché gli altri partiti possono provare d’essere forze di serio rinnovamento soltanto se aggrediscono in pieno la questione morale andando alle sue cause politiche. Quel che deve interessare veramente è la sorte del Paese. Se si continua in questo modo, in Italia la democrazia rischia di restringersi, non di allargarsi e svilupparsi; rischia di soffocare in una palude.”

E. R.

Share

Tags: , ,

2 Responses to “La questione è morale! (Ancora sulla panpolitica)”

  1. Francy ha detto:

    Due riflessioni:

    1a – La morale non alberga in Italia da parecchio tempo e purtroppo non solo nella sfera politica, ma soprattutto nella società. Il male principale della società moderna? L’idolatria dell’ IO: oggigiorno l’ unica preoccupazione di un uomo è se stesso, non più i propri figli, non più la comunità; solo ed esclusivamente i propri desideri, le proprie esigenze, i propri problemi. Curiamo prima di tutto il nostro IO partendo dai familiari, dal vicino di casa, dagli amici………..
    Concordo che la “panpolitica” è un grave male che affligge la democrazia ed il nostro paese, ma ritengo che “prima di fare una guerra bisogna diventare bravi soldati”.

    2a – Sono una triste donna di sinistra che guarda alla politica con disgusto: non riesco ad avvicinarmi ad una politica di destra così lontana dal mio modo di pensare, ma non trovo una sinistra concreta che risponda alle esigenze dei cittadini.
    Prevenire è senz’altro meglio che curare, ma la sinistra dovrebbe spiegarmi come si previene una malattia già diffusa e radicata, come si previene un male se chi lo dovrebbe curare ne è affetto ed infine come la si previene se chi la dovrebbe diagnosticare tace. Io ho timore delle risoluzioni che sicuramente prenderà oggi la destra al governo, ma forse è la medicina amara (tanto amara!!) che ci meritiamo per essere arrivati a questo punto.

  2. eugenio ha detto:

    Sono contento del commento che mi fornisce l’occasione di aggiungere alcune considerazioni. Leggo l’intervista a Berlinguer sulla questione morale dal 1994, prima di ogni tornata elettorale.
    Secondo me è un’analisi molto acuta della situazione politica italiana e proprio per questo ho scelto di recensirla. In particolare, ci offre la possibilità di vedere quanto indietro nel tempo si radichino certi mali della nostra povera repubblica (come si è visto nel post sugli anni ’70).
    Oltre ad idee ed informazioni utili, questa intervista porta chiaramente una critica alla situazione politica odierna, che io ho cercato di esplicitare in parte nel commento: una critica che si rivolge soprattutto alla sinistra.
    Condivido il giudizio di Francesca sulla scarsa concretezza della sinistra: a mio avviso parlerei di inconsistenza, celata dietro le pur belle parole del ‘candidato premier del centro-sinistra’ (!!).
    Riguardo alla prima considerazione concordo con l’opinione espressa, aggiungendo che l’impegno, morale, nella sfera familiare e comunitaria deve avere, specie in questo momento, una coloritura politica generale: quella della cittadinanza. Dobbiamo essere più impegnati anche nell’agorà, cioè negli spazi pubblici destinati al governo della comunità, che le tendenze sociali attuali tendono invece a soffocare (come si accennava nel post sulla globalizzazione di Bauman).
    Riguardo alla seconda considerazione, condivido innanzi tutto la cocente delusione. La sinistra attuale disattende, coscientemente purtroppo, le esigenze etiche (così ben espresse da Berlinguer), che dovrebbero muovere la sua azione politica.
    Voglio però soffermarmi sull’ultima osservazione. Mi chiedo infatti se – ma premetto che è tutto da vedere, naturalmente – quella che la destra (italiana) propone sia una medicina, per quanto amara. Da un punto di vista generale sono d’accordo che un intervento terapeutico forte sia necessario (inevitabile, addirittura) per questo paese, quale che sia la parte politica al governo. Tuttavia, non vorrei che la destra, per affrontare un disturbo che si manifesta ad esempio con delle macchie cutanee, non ricorra ad operazioni di maquillage esteriore (coprire le macchie) invece di intervenire sulle cause del malanno.
    Esemplifico in maniera sintetica e quindi riduttiva delle complesse dinamiche sociali in atto in Italia: l’alta percentuale di episodi di criminalità che sono stati commessi da cittadini stranieri (spesso extracomunitari) è un fatto problematico indubbio, che va affrontato e risolto. Tuttavia, potrebbe essere di non secondaria importanza contrastare non solo i singoli stupratori, gli assassini e le bande di rapinatori, ma cercare di capire perché questo tipo di comportamento sia così spesso assunto nel nostro paese, tanto che ogni giorno accadono episodi molto gravi. Si potrebbero fare allora delle considerazioni su quanto spazio sociale abbia in Italia la criminalità organizzata (per non parlare dell’illegalità). Uno spazio che è offerto al malaffare proprio dai politici, che (secondo i gusti) sono non di rado compiacenti, conniventi, collusi, complici. Insomma, potrebbe darsi il caso che gli stranieri che vengono in Italia (sono ipotesi parziali e provocatorie): 1) si diano al crimine perché è ‘un’attività lavorativa’ abbastanza facile, diffusa e ben remunerata (in mancanza di alternative efficaci di integrazione nel mondo del lavoro e, più in generale, nella vita associata); 2) siano spesso persone che già delinquono e vengono a sfruttare il proprio capitale umano, le proprie competenze in un paese così accogliente proprio per quel tipo ‘cervelli’. Forse, allora, il contrasto alla criminalità organizzata quanto mai deciso (e parlo anche dei colletti bianchi della mafia), potrebbe comportare una riduzione di quei brutti episodi che accadono quotidianamente.
    Faccio un ulteriore esempio sempre astratto e semplificato. Quale è la migliore ricetta per lo sviluppo economico del paese?
    Da certi atteggiamenti e proclami, tanto recenti quanto degli anni scorsi, la destra, ma non solo, vorrebbe difendere le posizioni, magari attraverso dazi (storicamente, una brutta strada). E’ una soluzione efficace? Vedremo, se e in che modo sarà applicata. Mi preme però dire che una risposta efficace a questa sfida potrebbe venire solo da un potenziamento della scuola e della ricerca. Noi abbiamo bisogno di persone altamente formate per compiere dei salti in avanti nel campo delle tecnologie e dei servizi. Ci vogliono cittadini con capitale umano più ampio, applicabile non solo però all’ambito della produzione, ma anche ad es. all’uso intelligente delle risorse e, aggiungo, soprattutto alla cittadinanza (su questo aspetto un prossimo post sulle Marche).
    Insomma, mi auguro di cuore che siano somministrate delle medicine, che si trovino delle cure: e, da un certo punto di vista, sono fiducioso. Le nostre élite hanno talmente tirato la corda, che rischiano di rimetterci direttamente le penne (vengono a fondo insieme al paese).
    L’esperienza recente mi induce però ad un certa cautela e, anche, al pessimismo. Spero che non si usino unguenti, pozioni e altri ritrovati da ciarlatano, che finiscano per peggiorare la situazione.

Leave a Reply

You must be logged in to post a comment.