Bianco su nero: crisi e vitalità dell’antifascismo

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“Il significato epocale della Resistenza risiede esattamente in questo: nel segnare una discontinuità unica nella storia d’Italia, nel suggellare il tentativo di pochi di promuovere a beneficio di molti un mutamento nella forma e nella sostanza delle istituzioni, il passaggio a uno stato democratico, la creazione di nuovi rapporti sociali”. “Insomma, può ben darsi che l’antifascismo giaccia oggi sul suo letto di morte: malato terminale di ritualità, di credibilità, di senilità, e addirittura di eccentricità. Ma può essere che valga la pena di impegnarsi a mantenerlo in vita ancora un po’ – almeno finché non si sia trovato di meglio –  senza meritare con questo una denuncia per accanimento terapeutico. E forse il tentativo è tanto più opportuno, o addirittura necessario nel contesto della vita politica italiana, dove la morte dell’antifascismo rischia di significare non già una rinascita, ma l’agonia della democrazia”.

Torniamo ad occuparci di politica italiana prendendo in considerazione un aspetto specifico, ma rilevante dell’identità della nostra Repubblica, quello dell’antifascismo, che risulta essere una componente ancora sensibile e controversa nel recente e recentissimo dibattito pubblico. Lo facciamo attraverso la lettura di La crisi dell’antifascismo (Torino 2004), un breve saggio di Sergio Luzzatto, professore di storia moderna presso l’Università di Torino.
L. scrive un vero e proprio pamphlet, con cui si contrappone ad una tendenza culturale dominante del nostro paese che mira a relativizzare i valori della Resistenza e dell’antifascismo in nome di una memoria ‘condivisa’ e ‘riconciliata’.

Secondo L. è tuttavia fuorviante la ricerca di una memoria condivisa nel caso di una guerra civile, come fu quella che si combatté in Italia tra il 1943 e il 1945 tra partigiani e milizie fasciste. Le memorie che ancora si conservano – quelle dirette degli ultimi sopravvissuti o quelle indirette dei loro figli, parenti e amici – sono sempre diverse e, nel caso di un periodo di conflitto violento come quello in questione, sono per forza di cose antagonistiche. Ora tutti gli italiani possono ben dire di avere una storia comune, ma non certo di avere memorie comuni: esse si richiamano a scelte diverse, più o meno consapevoli, di fronte ad una guerra civile.
L. invita quindi a non affogare il ‘900 nel mare dell’indistinzione, cosa che agli italiani sembra riuscire particolarmente bene visto la loro propensione al qualunquismo e all’indifferentismo. Per far questo è necessario che passino nella coscienza comune le acquisizioni della storiografia più o meno recente, che permettono di evitare le frettolose e interessate semplificazioni in un senso o nell’altro.
Vanno certamente criticati tutti i miti della Resistenza che sono stati alimentati nei decenni successivi alla guerra e declinati talvolta in maniera molto negativa, come accadde ad es. con il terrorismo rosso degli anni ’70. Le bande partigiane non furono paradisi di democrazia e libertà e moltissimi giovani che vi aderirono non lo fecero per mature convinzioni politiche, ma per sottrarsi in primo luogo alla leva dell’esercito di Mussolini.
Tuttavia, non si può neanche affermare, come si fa costantemente negli ultimi anni che l’esperienza storica della Resistenza sia da ridimensionare perché sostanzialmente impregnata dal comunismo: vi furono infatti molte altre componenti politiche, quali quelle cattoliche e liberali. Inoltre, bisogna essere capaci di distinguere nella storia del ‘900 (1) le dittature e le atrocità commesse dai regimi comunisti nei paesi socialisti sparsi nel mondo – assolutamente assimilabili a quelle nazi-fasciste –; (2) l’adesione politica ai valori comunisti da parte di molti individui e gruppi che si sono battuti per ottenere società più giuste, uguali e libere; (3) le linee politiche dei partiti comunisti nelle democrazie occidentali – talvolta colpevoli di silenzio nei confronti delle dittature socialiste (più vicini a 1), talvolta critici (più vicine a 2).
Fare a meno di queste distinzioni è caratteristica del cosiddetto anti-comunismo, che nel nostro paese è curiosamente rimasto in vita nonostante la caduta del muro di Berlino quasi vent’anni fa. Questa sopravvivenza dipende dalle strategie opportunistiche di parte della destra, ma anche dalla cattiva coscienza di molti ex-comunisti, che cercano in tutti i modi di rifiutare il loro scomodo passato, favorendo peraltro, più o meno intenzionalmente, l’identificazione tra comunismo e antifascismo.
Tale identificazione è funzionale ad un’indebolimento della legittimità dell’opposizione al fascismo. Un fascismo che, attraverso una campagna mediatica pluriennale, è stato soggetto ad un’operazione di maquillage, mirante ad una vera e propria “defastiscizzazione” del regime mussoliniano: esso viene sempre più presentato come una dittatura benigna, la cui unica vera colpa – peraltro spesso presentata come un maldestro tentativo di adeguamento alle richieste dell’alleato nazista – sarebbe stata la legislazione razziale.
Si dimentica così quale violenta compressione il regime fascista esercitò sui diritti di milioni di italiani; compressione contro cui si levò una parte, certo minoritaria, del paese: gli antifascisti, tra cui si annoveravano anche molti comunisti. Questi antifascisti furono spesso i capi di brigate partigiane, costituite per lo più da giovani che, come detto, vi aderirono non per consapevolezza politica, ma che maturarono tale consapevolezza nella ‘banda’, in seguito ad un vero e proprio processo di acculturazione.
Prese forma allora nella Resistenza uno spirito democratico che, nonostante tutti i compromessi politici del dopoguerra – che tanto avrebbero pesato sulla nostra storia successiva –, rifluì positivamente nei valori della Costituzione, geneticamente antifascisti. Per L. la Repubblica italiana non è ancora matura per una legittimazione diversa della sua vita politico-istituzionale: siamo una democrazia ancora troppo giovane, che deve ancora rinnovare il significato della sua scelta decisiva compiuta nella guerra civile del 1943-1945.
Il movimento di pensiero contrario, che si potrebbe far già risalire agli anni ’80, non consiste soltanto in una revisione della storia, in una sua nuova interpretazione. Il fine di tale movimento è da tempo quello di una revisione della struttura politica del paese, che non appare orientata nella direzione tracciata dalla Costituzione, cioè quella del parlamentarismo e della partecipazione alla vita politica. La campagna mediatica di revisione della Resistenza, dell’antifascismo e del fascismo mira da ultimo a porre le basi per un cambio delle regole del gioco stabilite sessant’anni fa.
Non che non ci sia l’opportunità di aggiornare anche le carte costituzionali, ma nel caso delle riforme tentate negli ultimissimi anni forte è stata l’impressione di voler fare, rispetto ai valori fondativi della nostra Costituzione, dei passi indietro, non in avanti. Il caso della riforma della magistratura è quello più eloquente: è assolutamente necessario un miglioramento delle istituzioni giudiziarie in questo paese, ma al centro delle proposte si pone di fatto la questione del controllo della magistratura da parte del potere politico. Si tratta proprio di ciò che i costituenti antifascisti vollero evitare, sulla base della loro esperienza di un regime dittatoriale per moltissimi aspetti totalitario, attraverso l’assoluta indipendenza del sistema giudiziario.

L. non pensa però che questo revisionismo politico si traduca, come qualcuno semplicisticamente sostiene, in un possibile ritorno al fascismo. Mi sembra piuttosto – qui aggiungo del mio – che sia l’ennesima manifestazione di una persistente immaturità democratica del nostro paese, una sorta di “fondaccio nero” (L.) caratterizzante la vita delle istituzioni, dei gruppi e degli individui. Si tratterebbe di una componente profonda – e per questo non sempre distintamente afferrabile – della mentalità nostrana, che si esprimerebbe nell’antidemocraticità dell’élite e nel qualunquismo e nell’antipolitica delle masse: ‘o Franza o Spagna, purché se magna’. Un’antipolitica sostanziale; non quella che i media attribuiscono invece opportunisticamente ad una riattualizzazione telematica di una predicazione civica da piazza medievale – condivisibile o meno che sia nei modi –, come è quella realizzata da Beppe Grillo.
I valori dell’antifascismo non vanno dunque difesi per evitare un’improbabile ritorno del fascismo, ma per impedire il riemergere di quel “fondaccio nero”, che appare il frutto della non completa accettazione della modernità politica da parte di questo paese. Il fascismo è stato in questo senso quel ‘nero su nero’ che suscitò per reazione un impulso democratico coinvolgente tanti giovani i quali, tra renitenza ed avventura, disperazione e politica, rischiarono la vita per darsi e darci un futuro migliore.

E. R.

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