Il futuro del ‘68
“La poderosa fabbrica – moderna e postmoderna – dell’idiozia a presa rapida, che depersonalizza gli individui (e le collettività ) nella passività connivente, fa leva sulla rottura e il nascondimento del nesso causa-effetto. Occultato il rapporto esistente fra profitto-tecnica-potere da una parte e sfruttamento-alienazione-eterodirezione dall’altra, la condizione di impotenza delle persone appare come un risultato “naturale”, il portato di una situazione “normale” e inevitabile. [...] Ecco un’altra ragione essenziale per cui il potere dominante ha un interesse strategico a distorcere e occultare il significato profondo del Sessantotto. Infatti: da lì – da allora – viene la dimostrazione, teorica e pratica, che il “re” può essere messo a nudo, e destituito. E che noi – ognuno di noi insieme agli altri – possiamo costruire un mondo nuovo. Di consapevoli, e di artefici del proprio futuro.”
Ancora una ricorrenza anniversaria dà impulso alla pubblicazione di un post. Dopo il ricordo dei sessant’anni della Costituzione e della Dichiarazione universale dei diritti umani, ravviviamo la memoria del ‘68. Come nei casi precedenti, cerchiamo di farlo non assumendo un taglio prevalentemente storico, ma proiettando i significati di questi eventi sulla vita politica odierna. Per far questo recensiamo un libro scritto da un noto leader studentesco di allora, Mario Capanna, dal titolo Sessantotto al futuro (Milano 2008).
C. cerca di racchiudere nelle sue parole le vibrazioni e le atmosfere, che contrassegnarono una stagione di intensa partecipazione politica e civile. Ma, dopo aver delineato alcuni tratti fondamentali di quella rivoluzione culturale, C. ne ripropone esplicitamente l’attualità rispetto alle sfide poste dalle conseguenze di uno sfruttamento scriteriato delle risorse del pianeta.
La carica simbolica emancipatoria del ’68 è però ancora fortemente avversata da molti poteri costituiti, che si impegnano costantemente, specie in occasione degli anniversari, a denigrarne o a distorcerne la memoria. Sono soprattutto i ‘pentiti’, cioè i protagonisti di quella stagione che poi hanno cambiato orientamento, a farsi portavoce della condanna del movimento, non di rado associato alle forme di violenza politica di tipo terroristico che sarebbero seguite negli anni ’70. Ma sono altre ancora le colpe che vengono imputate al ’68: aver diffuso il relativismo intellettuale e morale,  aver indotto atteggiamenti cinici, aver provocato la svalutazione del merito e del lavoro, aver ingenerato una confusione tra diritti e doveri.
Per C. queste accuse sono naturalmente infondate e danno una visione distorta e parziale di una rivoluzione culturale che ha cercato di smascherare i presupposti oppressivi del potere istituzionalizzato e, al contempo, di rinnovare tanto le categorie di comprensione del mondo quanto le modalità di convivenza tra gli uomini.
Questo movimento di scala planetaria mise in evidenza le storture dei cosiddetti paesi democratici, corrodendo pacificamente – ad es. anche attraverso la sperimentazione di nuovi modi di associazione e di partecipazione – alcuni presupposti di legittimità dei poteri statali: è il caso ad es. degli ideali di sviluppo e di progresso che invece celavano (e celano) una realtà di sfruttamento di gran parte delle popolazioni del pianeta.
Da qui muoveva la critica radicale alla guerra, che si espresse soprattutto nelle manifestazioni pacifiste contro il conflitto in Vietnam. La contestazione dei giovani fece ben presto proprie anche le rivendicazioni dei diritti delle donne e dei lavoratori. E pure in questo caso furono toccati dei gangli vitali del potere, che reagì con dure repressioni. Secondo C. si trattava di una controffensiva diretta a soffocare il sorgere di una coscienza globale, che avrebbe scosso le fondamenta di un sistema di rapporti di forza planetari molto squilibrato.
L’autore riconosce peraltro che dal movimento del ‘68 furono commessi degli errori, quali le esagerazioni ideologiche, le analisi sbagliate sul socialismo, la ricerca esasperata di atteggiamenti controcorrente, la sopravvalutazione delle forze delle masse rispetto a quelle dei conservatori. Ma per l’autore tanti sono i meriti di quella stagione, che possono essere sintetizzati appunto nell’acquisizione di una nuova e generalizzata consapevolezza politica da riversare nel governo del mondo.
L’intatta forza del messaggio del ’68 si comprende quindi nell’attualità della sua denuncia dell’esito auto-distruttivo del sistema di produzione e consumo del capitalismo avanzato. C. si richiama al rapporto presentato all’ONU nel 2007 da 2500 scienziati in cui si parla di pericoloso avvicinamento ad una soglia irreversibile nel rapporto tra uomo e ambiente. La cecità ecologica dei governi mondiali è certo funzionale al mantenimento di una distribuzione estremamente diseguale delle risorse sul pianeta, per cui un 10% della popolazione detiene l’85% della ricchezza, costringendo la gran parte dei restanti individui a vivere nella povertà e nella fame.
Questo sistema profondamente ingiusto è stato naturalizzato da una dottrina del mercato che appare in realtà assolutamente autoreferenziale; l’uomo vi assume un’importanza secondaria in funzione di un meccanismo di crescita illimitata della produzione (e della distruzione), che è strumentale all’arricchimento e potenziamento solo di gruppi relativamente ristretti. La concezione TINA (There Is No Alternative, ‘non c’è alternativa’) è di fatto avallata dai più importanti mezzi di informazione, ormai assimilati pienamente alla logica della produzione continua di merce.
L’uso dissennato delle risorse porta tra l’altro ad una concorrenza fortissima per il loro accaparramento; ed ecco quindi le guerre preventive – incubatrici del terrorismo, il quale ne dovrebbe essere la causa –, che tra poco si combatteranno non solo per il petrolio, ma anche per l’acqua.
Nel rapporto dell’ONU C. sottolinea la perentoria richiesta di una triplice svolta da parte degli scienziati: una rivoluzione della coscienza, una rivoluzione dell’economia e una rivoluzione della politica. Il primo cambiamento radicale deve riguardare noi stessi, il nostro atteggiamento verso il mondo: per C. dobbiamo abbandonare la coscienza separata, che ci divide dalle cose e ci dispone a dominarle; è necessario invece proporre una coscienza globale che ci unisca all’insieme degli esseri e delle cose che formano il nostro ambiente (qualcosa insomma di simile all’ecologia della mente, aggiungo io).
Questa coscienza non deve solo mutare la direzione della tecnica, ma anche le modalità degli scambi economici e sociali. Una soluzione concreta esiste già per C. ed è il commercio equo e solidale, che cerca di impedire lo sfruttamento in nome di un onesto guadagno. Tale forma di commercio deve peraltro costruirsi secondo delle reti continue di uomini e prodotti, che non creino squilibri, ma si ancorino ai territori. Un’altra conseguenza di questa rivoluzione nell’economia, su cui C. insiste molto, dovrebbe riguardare il lavoro: esso non dovrebbe essere vissuto come un’ossessione, che porta nei paesi occidentali al suo accaparramento, ma dovrebbe essere piuttosto distribuito e soprattutto vissuto come un servizio per gli altri.
Ma per interrompere questa tendenza autodistruttiva e poco umana che guida il sistema socio-economico mondiale è appunto necessaria una rivoluzione della politica. Bisogna opporsi dunque a fenomeni negativi quali la sterilizzazione della democrazia attraverso forme di plebiscito mediatico, per cui conta più la moglie di un candidato che le sue idee o il suo programma. L’atteggiamento giusto da assumere secondo C. è allora quello dell’ I care (io mi prendo cura), che deve riguardare tutte le dimensioni della vita; un atteggiamento condiviso che porti ad una ricoesione sociale che contrasti la tendenza a costituire isole di interesse di gruppi ristretti.
Ed è proprio questo il senso che attribuisco alla frase di Gandhi posta in epigrafe al nostro blog. La coscienza globale, l’ecologia della mente, l’ I care sono modi diversi di esprimere l’opposizione all’egoismo che, pur sempre presente nella vicende umane, è stato enormente incentivato, nelle nostre società occidentali, dal consumismo, tanto da giungere fino alle soglie dell’assurdo e dell’inumano.
Per questo motivo si può facilmente declinare il ’68 al futuro, perché le sfide posteci attualmente ripropongono la necessità di invertire con coraggio la rotta, come allora si tentò di fare. E diventa quindi un ennesimo sintomo dell’atteggiamento conservatore della nostra élite di fronte a tali sfide globali, atteggiamento di cui tante volte abbiamo parlato, il coro di voci che, durante tutto quest’anno, da destra e da sinistra, ha mirato a ridimensionare o a rendere folkloristica quell’esperienza storica cui invece dobbiamo tanto.
E. R.
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