Sperare in un responsabile senso di realtà : l’America di Obama
“Cyril Connolly [critico letterario] ebbe a dire una volta che dentro ogni uomo grasso ce n’è uno magro che lotta per uscire. Sarà Obama (quel ‘tipo ossuto con un nome buffo’, come dice egli stesso) quell’uomo magro per gli Stati Uniti? Rappresenterà quell’America agile, libera, sveglia che vuole liberarsi e uscire dal gigante obeso, sovradimensionato e lento di comprendonio le cui forze armate fanno disastri in tutto il mondo, il cui credito esaurito trascina giù con sé l’economia mondiale, le cui scorie stanno intossicando l’atmosfera nazionale e internazionale, il cui obsoleto arsenale nucleare (insieme a quello della Russia) minaccia ancora oggi ogni forma di vita?â€
“Eppure c’è una scelta che si sovrappone a tutte le altre, collegandole tra loro, e che in un certo senso viene prima di tutte le altre: occorre decidere se gli Stati Uniti, fino ad oggi soffocati da una fitta nebbia di illusioni, sapranno disciplinarsi fino a percepire e trattare con il mondo esterno così com’è o se, abbandonando una volta per tutte ogni ragionevolezza, si tufferanno definitivamente in un mondo seducente di fantasia. Questo era l’interrogativo più immediato che si poneva agli elettori e l’elezione di Obama non ha fornito che una risposta temporanea e parziale.”
Ci affacciamo per un attimo sulla più stretta attualità , occupandoci del recente insediamento del nuovo presidente degli Stati Uniti, Barack Obama. Per far ciò ci serviamo di un articolo recentemente scritto dal pubblicista Jonathan Schell, L’america di Obama: un paese da salvare, comparso su “Micromega†6 (2008), pp. 9-19.
S. si concentra su un aspetto specifico ma centrale, a suo avviso, per il futuro politico degli Stati Uniti, quello del rapporto della politica americana con una visione responsabile della realtà .
È in questo senso che S. spera che la presidenza di Obama sia al contempo (1) la fine di un periodo in cui il senso della realtà , connesso con alcuni valori fondanti della democrazia americana, si è andato perdendo, e (2) l’inizio di un modo diverso di far politica. Tale questione si pone per l’autore come condizione preliminare per la risoluzione delle molteplici situazioni critiche in cui versano gli Stati Uniti: dalle fallimentari guerre di posizione in Iraq e in Afghanistan al tracollo del sistema bancario; dagli strattoni dati al tessuto costituzionale durante la presidenza Bush agli stili di vita inquinanti e non sostenibili della società americana; per finire con la crisi etica, culminata nelle torture perpetrate da agenti e soldati statunitensi in tutto il mondo in spregio delle convenzioni internazionali e dei diritti umani.
Per venire a capo di tutti questi problemi, in una prospettiva democratica, bisogna secondo S. recuperare la fiducia nell’azione politica. E ciò sarà possibile abbandonando il mondo fittizio che ha avvolto e confuso la società americana negli ultimi anni in cambio di effimere consolazioni emotive ed intellettuali.
Alla creazione di questo mondo fittizio ha non da ultimo contribuito il prolungato ricorso alla menzogna da parte della politica, di cui si è fatto uso soprattutto in campo repubblicano. S. stila una tipologia di bugie, falsificazioni, dissimulazioni, che sono state utilizzate durante la campagna elettorale da John McCain, Sarah Palin e dai loro consiglieri, al fine di condizionare l’opinione pubblica. L’impiego di questi mezzi è stato addirittura sfrontato, tanto che alcuni esponenti repubblicani di primo piano hanno messo esplicitamente in secondo piano certi fatti comprovati rispetto all’affermazione della loro visione della realtà .
Purtroppo i democratici non sono stati spesso da meno dei loro avversari, in quanto si sono serviti degli stessi professionisti delle strategie mediatiche: pubblicitari, consulenti dell’immagine, sondaggisti. E la questione in cui questo adeguamento ai metodi in voga presso i repubblicani è stato più evidente è certo quella della sicurezza nazionale. Per non sembrare poco autorevoli i democratici hanno infatti dovuto spesso accettare delle guerre chiaramente illegittime: meglio essere forti nel torto che deboli nel giusto – questa l’inaccettabile giustificazione.
Neanche Obama si è sottratto a questo atteggiamento in campagna elettorale, specie quando ha sostenuto che il ritiro dall’Iraq si sarebbe accompagnato ad un più intenso impegno militare in Afghanistan; e ancora meno tranquillizzante appare la volontà di inseguire i ribelli al governo del presidente Karzai fin dentro il Pakistan, correndo il grosso rischio di allargare il conflitto. Per S. Obama si sarebbe costruito delle insidiose trappole con le sue stesse mani; tuttavia fa sperare in meglio la voce circolata ufficiosamente in ambienti vicini al nuovo presidente americano, secondo cui sarebbe sua intenzione procedere a negoziati regionali con i talibani.
L’attenzione dell’autore si appunta poi su un’espressione particolare: ‘togliersi i guanti’. Essa è stata usata dai repubblicani in campagna elettorale – ma già prima dall’amministrazione Bush – per manifestare l’intenzione di ricorrere alle maniere forti. Cosa significa in concreto? Durante la presidenza appena terminata tale espressione trasfigurava l’impiego della tortura per trovare pezze d’appoggio della propria politica. È il caso, ad esempio, del rapimento di un collaboratore di Osama Bin Laden, Ibn al-shaykh al-Libi, che è stato torturato finché non ha ammesso per disperazione ciò che non era vero: i legami tra Al-Quaeda e Saddam Hussein e il piano per la realizzazione di armi di distruzione di massa. Questa falsa informazione, estorta con la tortura, fu presentata all’ONU per sostenere la legittimità di un attacco americano all’Iraq.
Per S. gli Stati Uniti possiedono tuttavia una base di valori costituzionali che possono pemettere una reazione contro questa pericolosa tendenza alla violenza (fisica e simbolica) e alla menzogna. Secondo l’autore Obama deve dare quindi dei segnali forti e inequivocabili di una volontà di inversione di rotta a cominciare dalla chiusura di uno dei simboli di questa degenerazione politica americana: il campo di prigionia di Guantanamo.
Uno dei primi atti – come ora sappiamo – del neopresidente è stato quello di sospendere per quattro mesi il sistema giudiziario connesso con questo campo: è stato un passo importante, ma prudente, come sembra essere più in generale l’atteggiamento di Obama. Bene, dunque, ma è ancora una volta tutto da verificare.
In sede di commento mi interessa però tornare sul problema nodale posto da S., quello del distacco della politica dalla realtà o, meglio, quello del distacco tra le narrazioni e le descrizioni che la politica fa pubblicamente e la realtà fattuale. In non pochi paesi occidentali le élites stanno raccontando delle storielle che difficilmente reggono di fronte ad una lettura della realtà informata ai valori fondanti della democrazia: la libertà , l’uguaglianza, la solidarietà e la partecipazione.
La situazione più grave sembra essere proprio quella dell’Italia dove, a mio avviso, più che altrove, a causa di uno sviluppato populismo mediatico, il racconto della realtà fornito dai mezzi di informazione, egemonizzati dalla politica, più si distacca dai fatti, come abbiamo avuto modo di rilevare nel primo post del nostro blog dedicato alla loro ‘scomparsa’ nei giornali e nei telegiornali italiani.
E.R.
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