Tempo di cambiare: l’individuo, le famiglie e il futuro della democrazia

no-on.jpg

“Lo stato neoliberale, nel delicatissimo ambito dei rapporti tra famiglie, società civile e stato, fondamentalmente invita le famiglie a cavarsela da sole. Così facendo esso punta a un duplice risultato politico: incoraggia le famiglie a ragionare, più o meno esclusivamente, in termini privati (assistenza sanitaria privata, scuole private, spiagge private, e così via) e nega l’essenza della moderna società civile intesa come sfera dedicata a solidarietà orizzontali, all’equità sociale e alla diffusione del potere. Non che l’associazionismo in questo modello cessi di esistere, ma esso assume un carattere prevalentemente bonding [cioè orientato verso l’interno e il rafforzamento dell’identità], piuttosto che bridging [cioè orientato verso l’esterno e quindi aperto], essendo costituito da gruppi al servizio di interessi particolari, attivi a fini sia caritatevoli che non. Il potenziale trasformativo della società civile viene così a scemare o addirittura sparisce. Le famiglie sono decisamente staccate da qualunque dinamica analoga e saldamente ancorate invece a itinerari improntati al ‘lavora e spendi’.”

l tempo di cambiare. Politica e potere nella vita quotidiana (Torino 2004) è un ampio saggio scritto da un’importante storico inglese che insegna da tempo all’Università di Firenze, Paul Ginsborg.
In questo libro G., cosciente dei limiti degli attuali sistemi democratici e dei loro pericolosi sviluppi recenti (specie in Italia), descrive i rapporti intercorrenti tra l’individuo, la famiglia, i gruppi che costituiscono la società civile e lo stato. Il suo fine è quello di rendere consapevoli i cittadini della rilevanza politica delle scelte compiute nella loro vita quotidiana, in particolare per quanto riguarda il consumo.
Scelte che possono incidere più di quel che si immagini sulle attuali dinamiche globali, che a G. proprio non piacciono: secondo lo storico inglese, infatti, “non si può andare avanti così”. E per illustrare i nodi problematici dell’odierna situazione mondiale, G. organizza le questioni secondo sette coppie di concetti: ricchezza/povertà, potere/mancanza di potere, maschio/femmina, profitti/etica, legalità/illegalità, consumo umano/ conservazione dell’ambiente, guerra/pace.
Non è putroppo possibile seguire l’autore nelle sue puntuali analisi, ma certamente il quadro da lui descritto è tutt’altro che roseo. In sintesi, si delinea un complesso di effetti negativi indotti soprattutto dalla politica neoliberista, affermatasi progressivamente dalla fine degli anni ’70: essa ha portato ad accentuare le differenze tra ricchi e poveri (sia tra i paesi che tra i gruppi sociali di uno stesso paese); ha causato squilibri nell’economia, sempre più disgiunta dall’etica; ha ravvivato le relazioni personalistiche e verticali; ha rallentato l’emancipazione femminile; ha agevolato i traffici illegali di capitali, beni e uomini su scala mondiale; ha mostrato la precarietà delle nostre risorse (in primo luogo energetiche) a causa dei nostri modelli di consumo; ha riportato in auge la guerra come mezzo di risoluzione dei problemi internazionali.
Al cuore di queste dinamiche non si colloca tanto il sistema finanziario – pur importante –, quanto lo sterminato mondo di beni e servizi che viene offerto al consumatore. Questo mondo esercita un grande fascino sugli individui, che vedono in esso lo spazio per l’esercizio della libertà e il campo per l’autodefinizione di se stessi. Nonostante l’incertezza e la flessibilità che tale mondo porta con sé, il consumatore è facilmente colto dalla sindrome del ‘lavora e spendi’, incentivato soprattutto dai modelli forniti dalla pubblicità, che stimola costantemente dei sogni ad occhi aperti.
È però possibile resistere a queste pressioni, tanto più che si va diffondendo una sensazione di disagio di fronte al modello di consumo scriteriato promosso dalle televisioni commerciali. E al disagio si accompagna timidamente una nuova consapevolezza, che comporta alleanze tra consumatori e produttori locali, investimenti in fondi etici, acquisto di prodotti del commercio equo solidale.
Queste scelte non sono compiute dall’individuo in maniera isolata, ma solitamente all’interno della famiglia, un’entità sociale per G. tanto fondamentale quanto molteplice nelle sue forme. La sfera intima familiare è certo un valore, tuttavia le dinamiche neoliberiste hanno favorito fenomeni come l’isolamento, il comportamento privatizzato e il familismo (cioè delle strategie che mirano all’affermazione degli interessi familiari non tenendo conto di quelli più generali). La televisione è certamente l’agente fondamentale di privatizzazione delle famiglie che sono sempre meno connesse tra loro. L’autore propone invece di sviluppare una versione più porosa della famiglia, meno centrata su se stessa, meno frustrata da modelli irraggiungibili e più aperta verso l’esterno: un’apertura che può concretizzarsi ad esempio nella semplice-difficile pratica di mettere in comune con altri nuclei familiari l’automobile.
A questo livello la famiglia si incontra con i gruppi della società civile, che possono essere rivolti a rafforzare la propria identità (bonding) o aperti verso l’esterno (bridging). Con il termine società civile non si intende però indicare indiscriminatamente l’intero ventaglio dell’associazionismo, ma solo quello che ha un particolare orientamento verso i valori della cittadinanza. Secondo la definizione di G. la società civile “promuove la diffusione piuttosto che la concentrazione del potere, indica mezzi pacifici anziché violenti, agisce per la parità di genere e l’equità sociale, costruisce solidarietà orizzontali piuttosto che verticali incoraggia la tolleranza, il dibattito e l’autonomia di giudizio anziché il conformismo e l’obbedienza”. Perché si possano costituire dei gruppi così caratterizzati, si deve garantire la presenza di alcune condizioni, quali la capacità di dialogo e di ascolto, la limitazione della leadership (specie quella carismatica), l’uso di un tempo adeguato e ben regolamentato, che permetta la partecipazione più ampia possibile. Questi gruppi di cittadini attivi sono però fortemente contrastati dalle famiglie privatizzate (con le loro logiche personalistiche), dalle corporation, dagli imperi mediatici, dai partiti, dagli stati (non solo quelli non democratici).
Lo sviluppo della società civile è di un’importanza vitale, in quanto costituisce la polpa della democrazia, che altrimenti sarebbe ridotta ad uno scheletro di procedure formali. E qui, sul piano politico, si colloca un problema centrale per il futuro di questa forma di governo, quello di coniugare le istituzioni rappresentative con nuove forme di partecipazione dei cittadini. Ciò non è facile perché il populismo mediatico, gli stili di consumo, la degenerazione dei partiti, i rapporti patrono-cliente si oppongono a questi sviluppi partecipati delle democrazie. Essi appaiono però fondamentali per il loro rinnovamento e, in questo senso, dei politici onesti e consapevoli dovrebbero favorire le assemblee deliberative dei cittadini, mettendo a disposizione luoghi e strutture, fornendo informazioni imparziali e dettagliate, stabilendo modi e tempi precisi di accoglimento delle istanze provenienti dal basso, mostrando responsabilità nella gestione delle risorse pubbliche.

G. riconosce insomma una diffusa volontà di agire da parte dei cittadini, ma anche le loro difficoltà nel trovare i modi adeguati di azione. Per contrastare il conseguente senso di impotenza, l’autore cerca di mostrare ai lettori come il globale, il locale e l’individuale siano strettamente interconnessi. Scelte politiche rilevanti si possono allora compiere nel guardare la televisione (e magari, qualche volta, nel non guardarla), nel fare la spesa, nel cercare contatti con altre famiglie, nell’interessarsi ai problemi del territorio, dell’amministrazione locale, della scuola.
È purtroppo evidente che ciò risulta particolarmente difficile in Italia, dove la partitocrazia e, in generale, le élites cercano di soffocare le iniziative dal basso per la difesa delle proprie posizioni di privilegio. Ma proprio nel nostro paese, forse più che in altri stati occidentali, la degenerazione della democrazia in populismo mediatico dovrebbe essere contrastata attraverso una mole di decisioni minime, molecolari (come dice G. riprendendo Gramsci), in grado di provocare una trasformazione politica profonda.

E. R.

Tags: , , ,

Leave a Reply

You must be logged in to post a comment.