La memoria della Resistenza e la legittimità della Costituzione
“Non avrei mai pensato che si dovesse cogliere l’occasione dell’anniversario del 25 Aprile, non tanto per rievocare gli eventi di quei giorni, quanto per spiegarne il significato storico, per farli capire a coloro che dopo mezzo secolo mostrano di non averli ancora capiti. La miglior prova della confusione che regna nel dibattito di questi giorni è la reiterata richiesta di «riconciliazione», senza che a questa parola si dia o si voglia dare un senso preciso. Sia detto allora una volta per sempre che, da un lato, l’Italia fascista, che è cominciata con una dittatura ed è finita alleata della Germania nazista, e, dall’altro, l’Italia, che dopo la caduta del fascismo, attraverso la guerra a fianco degli Alleati nel Sud e la guerra partigiana contro i tedeschi e i neo-fascisti della Repubblica di Salò nel resto del Paese, è rientrata a far parte delle nazioni civili e ha avviato un processo di democratizzazione che dura tuttora, sono storicamente irriconciliabili. Non so con quali argomenti si possa sostenere il contrario. Stato totalitario e democrazia sono antitetici.” (Norberto Bobbio, Democratici e no, in “La Stampa”, 25 aprile 1994)
Torniamo a trattare di una questione riguardante la storia del nostro paese attraverso il libro di Filippo Focardi, La guerra della memoria. La Resistenza nel dibattito politico dal 1945 a oggi (Roma-Bari 2005).
L’oggetto del saggio di F., corredato da oltre settanta documenti, è l’uso della memoria della Resistenza, della Liberazione e dell’antifascismo per legittimare le posizioni e le decisioni politiche prese nel nostro paese dal secondo dopoguerra ai primi anni del XXI secolo. Non è possibile seguire qui tutte le complesse vicissitudini di questa memoria, specie nelle sue fasi iniziali. Ci concentreremo quindi prevalentemente sugli ultimi anni, mostrando al contempo la notevole importanza dell’uso pubblico della storia.
La genesi di un racconto della Resistenza – cioè della lotta armata condotta da partigiani e soldati italiani, sostenuti spesso dalla popolazione, contro il regime fascista ricostituitosi nel nord Italia (Repubblica di Salò) e contro l’occupazione nazista – si può datare addirittura al periodo finale della guerra (1943-1945). Tale racconto nacque quindi in stretta connessione con la propaganda, promossa da: (1) le componenti istituzionali vicine alla monarchia che avevano concluso l’armistizio con gli Alleati, (2) i partiti politici che erano stati esclusi dal fascismo, (3) gli Alleati stessi.
Il riscatto del popolo che la lotta di Resistenza portava con sé – paragonata ad un secondo Risorgimento dell’Italia – ha certo fondate ragioni storiche e ideali: basti citare soltanto gli alti valori che la mossero, i quali rifluirono in una delle costituzioni democraticamente più avanzate dell’Occidente. Tuttavia, la narrazione di tale riscatto non solo è stata mitizzata, ma anche costellata sin dall’inizio di zone lasciate in ombra, che avrebbero in realtà potuto mettere in discussione l’idea di una riscossa del popolo contro la dittatura. Tale riscossa diventava infatti per molti aspetti una via verso l’assoluzione dalle gravi responsabilità che l’Italia fascista aveva nella guerra.
Queste ombre hanno pesato molto sul racconto della Resistenza, che è stato criticato proprio in ragione della sue debolezze congenite. Ombre che non sono solo, come oggi molti vorrebbero, le violenze dei partigiani, specie comunisti, contro i fascisti (che certo ci furono). Esse hanno soprattutto nascosto la mancata resa dei conti con tanti uomini del regime dittatoriale, che furono amnistiati o liberati nonostante le loro gravi responsabilità. Il racconto della Resistenza, fondato costitutivamente sull’antifascismo, dà quindi per scontato (e quindi indirettamente copre) il fatto che la condanna 1) dei colpevoli di atti di violenza durante il regime fascista o 2) delle persone gravemente implicate nella dittatura non avvenne o avvenne in maniera troppo blanda e limitata.
Negli anni successivi alla guerra ciò permise di ’sdoganare’ formazioni politiche di ispirazione fascista, quali il Movimento Sociale Italiano e l’Uomo Qualunque. Questi partiti avevano l’appoggio della destra della Democrazia Cristiana, che era orientata in senso anticomunista. Non a caso una delle fasi più acute della guerra fredda (1948-1953) coincise quindi con un periodo in cui fu posto seriamente in discussione il racconto di una Resistenza unitaria contro il regime.
Le cose cambiarono però ben presto (con la fine del periodo di massima tensione tra USA e URSS) e le forze politiche sostennero nuovamente la narrazione positiva della lotta resistenziale, tanto da farla diventare ‘egemonica’, cioè la chiave di interpretazione dominante di quel periodo storico. Questa tendenza emerse nettamente negli anni ‘60 e ‘70, quando la democrazia italiana, messa alla prova da ripetuti tentativi di colpo di stato, dallo stragismo neofascista e dal terrorismo rosso, trovò un punto di forza proprio nella memoria dei valori della Resistenza e della Costituzione: i partiti del cosiddetto ‘arco costituzionale’ (cioè che avevano elaborato la nostra carta fondamentale) fecero fronte comune contro le minacce alla vita democratica.
In maniera apparentemente – e, sottolineo, apparentemente – paradossale, chiusasi la lunga stagione degli attacchi violenti alla nostra democrazia (dall’alto e dal basso, da destra e da sinistra), la memoria della Resistenza venne nuovamente messa in discussione. Fu l’emergere della leadership di Bettino Craxi, che aveva imposto al partito socialista una linea nuova, ad aprire la strada a proposte di revisione costituzionale negli anni ‘80. Per assecondare la volontà socialista di diventare forza dominante a sinistra, occorreva depotenziare la legittimità della Resistenza e dell’antifascismo, cui si richiamava in particolare il Partito Comunista.
La legittimazione politica derivata dalla Resistenza fu però definitivamente messa in crisi dai rivolgimenti successivi al 1989 (caduta del muro di Berlino e dei regimi comunisti) e al 1992 (Tangentopoli), che provocarono la dissoluzione dei più importanti partiti protagonisti della Resistenza. Alla scomparsa o alla trasformazione delle formazioni politiche che si richiamavano all’esperienza della Liberazione e della Costituzione si accompagnò l’emergere di forze politiche che non potevano richiamarsi a quella memoria legittimante. In particolare, divenne emblematica la traiettoria del Movimento Sociale Italiano, che prese le distanze dal fascismo in nome di una riconciliazione nazionale, promossa soprattutto dal suo leader, Gianfranco Fini. L’obiezione da subito sollevata contro questa presa di posizione, anche e soprattutto dal Presidente della Repubblica Oscar Luigi Scalfaro, fu che non poteva esserci conciliabilità dei valori della Resistenza con quelli dei sostenitori della Repubblica di Salò, anche se ciò non precludeva affatto la pacificazione nella commemorazione di tutti i caduti della guerra civile.
A queste tendenze revisionistiche e delegittimanti nei confronti della memoria della Resistenza si accompagnava peraltro una progressiva ‘defascistizzazione’ del regime di Mussolini, che è stato sempre più presentato come una ‘dittatura benigna’, assolutamente lontana dalla ferocia disumana del nazismo. Proprio per questo si è fatta più forte e diffusa la convinzione che l’unica vera colpa del fascismo sia stata quella di aver promulgato la legislazione razziale.
Contro lo sbiadirsi della memoria della Resistenza si è recentemente impegnato il Presidente Ciampi, che ne ha promosso una vera e propria rifondazione. Ciampi ha insistito su un protagonismo allargato della lotta di liberazione nazionale, sottolineando in particolare il ruolo dei soldati italiani e dei prigionieri che non vollero aderire alla causa nazi-fascista. Tra gli elementi di novità di questa nuova visione della Resistenza spicca certamente anche la sua dimensione europea che, in un ideale richiamo al pensiero di Mazzini, si coniuga con la dimensione nazionale.
Nonostante questi ed altri aspetti positivi della pedagogia civile di Ciampi, non nascondo, come ho fatto già in precedenti post, una certa perplessità su alcuni punti della sua posizione: è il caso ad es. della declinazione nazionale di tale memoria (bandiera, inno), oppure della visita ad El Alamein (luogo di una battaglia per il dominio coloniale in Africa che certo non ci fa onore), oppure ancora del fatto di non mettere l’accento sulle responsabilità e i crimini dei fascisti (come vorrebbe la ‘memoria intera’ pretesa dallo stesso Presidente).
Questi aspetti non sono pericolosi in sé; tuttavia, possono essere facilmente manipolati da un fronte vario di poteri che vorrebbero una revisione della Costituzione italiana in senso meno democratico, cioè meno caratterizzato dai valori di libertà , uguaglianza, solidarietà e partecipazione.
In questo senso la rilevanza della memoria storica della Resistenza e della Liberazione nella lotta politica emerge ancora in una vicenda a prima vista lontana come quella di Eluana Englaro. Nel caso specifico l’attuale Presidente del Consiglio ha ancora attaccato
E. R.
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