Rianimare la democrazia: contro i pericoli del capitalismo consumistico

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“La democrazia ha molti nemici in attesa tra le quinte, politici e movimenti per il momento costretti a giocare secondo le sue regole ma il cui intento reale è tutt’altro – populista, di manipolazione mediatica, intollerante e autoritario. Conquisteranno molto spazio, se non riformeremo rapidamente le nostre democrazie. E non c’è ambito in cui questa riforma sia più necessaria che in seno alla stessa Unione Europea.”

Torniamo ad occuparci del tema della democrazia nel mondo contemporaneo, presentando un altro libro dello storico inglese Paul Ginsborg, La democrazia che non c’è (Torino 2006).
In questo saggio G. parte dal confronto con le posizioni di due grandi filosofi del secolo XIX, il liberale John Stuart Mill e il socialista Karl Marx, per riproporre il problema dell’inadeguatezza delle forme attuali di vita politica democratica. Il richiamo ai due grandi pensatori dell’Ottocento funge da espediente per discutere i principi e i valori fondamentali della democrazia, che negli ultimi tempi stanno diventando sempre più sbiaditi fino quasi a scomparire.

G. avvia il suo discorso sulla democrazia a partire dalle radici storiche di alcune situazioni paradossali manifestatesi negli ultimi venti anni. Dal 1989, con il progressivo crollo dei regimi comunisti in Unione Sovietica e nei paesi dell’Europa orientale, è infatti caduta l’alternativa concreta ai sistemi liberali occidentali. Gli esperimenti di democrazia diretta che avevano caratterizzato l’alba della rivoluzione russa nei soviet, consigli locali composti soprattutto da operai, furono precocemente soffocati dall’élite bolscevica. Da questo deficit originario di democrazia erano poi scaturiti regimi autoritari, retti da partiti unici, che anestetizzarono la vita politica di intere nazioni.
Senza più avversari la democrazia liberale occidentale poteva così celebrare il proprio trionfo, confermato sul piano quantitativo dal significativo aumento di paesi retti da istituzioni democratiche nel corso di tutti gli anni ‘90 del secolo scorso. Tuttavia, in concomitanza con questa diffusione, si è palesata una profonda crisi qualitativa di tale sistema politico; una crisi che aveva radici profonde.
La democrazia aveva infatti conosciuto a partire dal sec. XIX una lenta evoluzione verso forme di partecipazione sempre più ampia. Tale partecipazione assumeva (e assume) però le forme della rappresentanza, determinata attraverso variabili procedure di elezione. Sin dall’inizio si comprese che i rappresentanti dovevano essere costantemente controllati per impedire i più diversi abusi di potere. Tuttavia, non si definirono mai chiaramente istituti o procedure che potessero assolvere questa funzione. Dopo la seconda guerra mondiale, che aveva visto la vittoria finale delle democrazie occidentali e dell’URSS contro i regimi nazi-fascisti, gli stati europei erano riusciti addirittura a coniugare gli istituti democratici con la garanzia di diritti sociali ed economici per tutti i cittadini (welfare state). La tendenza cambiò però già  con gli anni ‘70, che pure furono un periodo in cui la richiesta di una maggior partecipazione alla vita istituzionale fu altissima. E’ da lì che si avviò la crisi pienamente conclamatasi solo negli anni ‘90.
La disaffezione per la vita politica e la perdita di fiducia nelle istituzioni si possono ricondurre a vari fattori: 1) la costituzione di un corpo di politici professionisti lontano dai cittadini; 2) la dipendenza di tali politici da gruppi affaristici che, in cambio di appalti o aiuti, finanziano partiti e singoli esponenti politici (capitalismo delle amicizie strumentali, crony capitalism); 3) la debolezza della democrazia statunitense, la più importante del mondo, la cui legittimità  si è recentemente persa in guerre imperialistiche, in provvedimenti e condotte lesivi dei diritti dell’uomo, in ferme opposizioni a linee di governance mondiale (sull’ecologia, sui diritti umani, sull’ONU). Ma soprattutto è stata determinante l’affermazione di un modello culturale dettato dal capitalismo consumistico, che ha comportato un ripiegamento sulla sfera familiare e un’organizzazione della vita intorno all’imperativo del ‘lavora e spendi’. Tale modello culturale è veicolato soprattutto dalla televisione commerciale e viene imposto da nuove oligarchie nazionali e transnazionali, che poco o nulla hanno a che fare con la democrazia.
Per contrastare questo consumismo, che compensa il senso di impotenza nella sfera pubblica, e gli altri elementi generatori di indifferenza e di passività dei cittadini, è necessaria una rivitalizzazione della partecipazione democratica che comporti la formazione di cittadini attivi, critici, indipendenti e capaci di organizzarsi, la cui azione deve essere finalizzata, come sosteneva il liberale Mill, a “saper vivere insieme come degli eguali“.
Come abbiamo già  avuto modo di notare nel post dedicato all’altro libro di G., Tempo di cambiare, lo storico inglese insiste molto sulla funzione della famiglia come centro propulsore della vita pubblica. Sui nuclei familiari si deve basare quel sistema di connessioni che sostiene la società  civile, cioè quello spazio compreso tra individui, istituzioni economiche e politiche, in cui agiscono gruppi organizzati di cittadini. Con società civile non si intende però solo questo spazio, ma anche un programma di azione politica alla base di molte associazioni, finalizzato a promuovere la diffusione del potere, l’uso di mezzi pacifici per risolvere i conflitti, la fine delle discriminazioni e la costituzione di solidarietà  orizzontali. E’ sulla base di questi interessi organizzati che si possono esercitare controlli e pressioni sulla politica e sull’economia.
Come fare concretamente per favorire la partecipazione? Più che fornire delle soluzioni, G. porta degli esempi e individua alcuni nodi problematici. Secondo lo storico inglese è necessario dare consistenza ai tanti discorsi riguardanti l’empowerment, cioè il potenziamento della fase decisionale di una comunità  politica attraverso una partecipazione più ampia. Efficaci processi di empowerment avvierebbero infatti circoli virtuosi nella formazione di cittadini responsabili, consapevoli e attivi.
I metodi di partecipazione alle decisioni sperimentati su scala locale sono stati molti. Alcuni di essi si basano sull’individuazione di un gruppo di membri della comunità, sulla base di un campionamento casuale, che possano concorrere alla processo di decisione: è il caso delle giurie di cittadini, ristrette numericamente e finalizzate alla risoluzione di problema specifici; oppure quello del town meeting, che coinvolge un maggior numero di persone e fornisce delle direttrici per le più complessive policy urbane. Questi strumenti istituzionali, nonostante offrano la possibilità di partecipazione a persone appartenenti a tutte la fasce sociali, trovano però un grosso limite nella loro saltuarietà, che non permette una continuità di azione politica ai cittadini, e nel loro carattere consultivo.
Altri metodi invece sono aperti dal punto di vista della partecipazione. E’ il caso ad es. del community policing di Chicago, che ha cercato di coinvolgere i cittadini in questioni riguardanti la sicurezza e l’istruzione, e soprattutto quello della città brasiliana di Porto Alegre. Quest’ultimo è per G. un esperimento di democrazia combinata, diretta e indiretta, molto interessante: qui la partecipazione alla definizione di parte del bilancio cittadino (Orçamento partecipativo) si dispiega nel corso dell’anno attraverso un complesso meccanismo di assemblee pubbliche. Nel 2002 hanno partecipato a questa attività oltre 31.000 persone, che potrebbero apparire poche, in termini assoluti, rispetto ad una popolazione di un 1.300.000 abitanti; ma in termini di qualità e quantità di democrazia locale è un risultato eccezionale.
Per elevare la qualità della democrazia questi metodi non bastano. Occorre inoltre, secondo G., (1) ristrutturare il funzionamento della politica in maniera da garantire una piena partecipazione delle donne, in modo che essa tenga conto della loro ‘differenza’; (2) democratizzare la vita economica attraverso la partecipazione più attiva dei lavoratori-cittadini alla produzione di beni e servizi.
In questa complessa sfida portata alla democrazia dal tempo presente G. riconosce un ruolo fondamentale all’Unione Europea, che tuttavia è per ora come un ‘gigante addormentato’ dalle enormi potenzialità. Questo letargo è dovuto al fatto che purtroppo, sin dalla nascita, l’Unione Europea è stata affetta da un deficit di democrazia, tuttora persistente, come mostrano i recenti fenomeni di astensionismo alle elezioni e di avanzata di movimenti euroscettici. I cittadini non credono insomma nelle attuali forme di partecipazione e G. auspica che i vertici della UE, resisi conto di ciò, stimolino nuove sperimentazioni democratiche, che coniughino forme dirette e rappresentative.

In sede di commento mi preme mettere in evidenza ancora una volta un messaggio che si evince dai libri di G.: la democrazia è una questione che non riguarda solo le procedure, pure indispensabili, ma concerne fondamentalmente i valori.
Riportata all’attualità questa affermazione mi induce a due ulteriori considerazioni. Discutere pubblicamente della legge elettorale, proporre dei referendum per determinarne le caratteristiche sono indubbiamente aspetti importanti della vita democratica di uno stato; e non sono assolutamente materie di per sé riservate al parlamento o a tecnici, una volta che i quesiti siano posti chiaramente. I recenti referendum erano quindi, a prescindere dai loro contenuti, assolutamente legittimi: tuttavia, il loro oggettivo fallimento, avvenuto per il concorso di tante cause, mi appare il segno evidente del gravissimo stato della democrazia italiana, che dipende non dalle procedure, ma dalla debolezza dei valori che la sostanziano.
Valori il cui evidente tradimento non si può per contro coprire con una vittoria elettorale: dimostrazione ulteriore, se ve ne fosse bisogno, che le procedure sono contenitori che vengono riempiti dalla sostanza civile e morale di una società.

E.R.

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