Critica della democrazia identitaria

“Pulsioni plebiscitarie e critiche del regime parlamentare, ricerca di identità e insofferenza nei confronti del sistema politico-rappresentativo, volontà decisioniste ed irritazione nei confronti della ricerca del compromesso, preferenza per la legittimità contro una legalità ritenuta un ostacolo alla sovranità ed ai poteri, esasperazione della contrapposizione tra l’ ‘amico’ e il ‘nemico’. Sono queste alcune delle caratteristiche che sostengono la visione di ‘democrazia identitaria’, così come definite dal suo teorizzatore più raffinato[, Karl Schmitt].”
Presentiamo ai lettori del blog un saggio di teoria politica, Critica della democrazia identitaria. Lo Stato costituzionale schmittiano e la crisi del parlamentarismo (Roma-Bari 2005), scritto da Gaetano Azzariti, professore di Diritto costituzionale all’Università La Sapienza di Roma.
A. propone un’analisi attenta della concezione della democrazia di un grande pensatore politico tedesco del Novecento, Karl Schmitt, la quale per tanti aspetti appare purtroppo nuovamente attuale. Schmitt (1888-1985) fu portatore di un’idea di stato fortemente autoritario e, anche per questo motivo, aderì convintamente al regime nazista.
A. intende dunque ritracciare i caratteri ideali della costruzione teorica di Schmitt. Tali caratteri, pur conoscendo oscillazioni nel corso di una riflessione protrattasi per gran parte del secolo scorso, rispondono ad una visione abbastanza coerente del mondo, elaborata in stretta relazione con un complesso nodo problematico delle democrazie liberali dell’Occidente: la crisi dello stato moderno connessa all’accentuato pluralismo della società industrializzata e di massa – due fenomeni conclamatisi a partire dalla fine del sec. XIX.
Il primo elemento caratterizzante della concezione di Schmitt è la distinzione tra principi del liberalismo da una parte – in sostanza i diritti fondamentali dell’individuo – e democrazia dall’altra. I principi liberali sarebbero in realtà degli elementi di disgregazione del corpo politico, la cui consistenza è peraltro piuttosto formale. La democrazia avrebbe invece una dimensione ben più concreta, esistenziale, connessa strettamente ad un agire politico fondato sull’opposizione ‘amico/nemico’. In tale forma democratica prevarrebbe il principio di omogeneità, che comporterebbe l’esclusione e l’annientamento del diverso. La guerra diventerebbe uno dei mezzi di presidio dello stato contro il pluralismo; uno stato che assumerebbe caratteri totalitari, tali cioè da non tollerare una forte società civile e quindi nemmeno la possibilità che gli individui possano avere più appartenenze (cioè essere allo stesso tempo membri di più gruppi).
L’esigenza di fondo è dunque quella di assicurare a tutti i costi l’unità, comprimendo le diversità; in tal senso vi è un’assoluta identità, purtroppo perversa, tra dominati e dominanti: questi ultimi sono infatti autorizzati ad incarnare la volontà del popolo nella decisione. Non è quindi importante come i dominanti prendano la decisione (legalità), ma che si ritenga che la prendano in nome di tutto il popolo (legittimità).
Questa identità supera le forme liberali della rappresentanza, cioè quelle che le democrazie moderne hanno solitamente assunto per delegare alcune persone a governare la comunità politica. Nel caso di Schmitt la rappresentanza è in qualche modo trascendente, fondata, per così dire, in un atto di fede nei confronti di rappresentanti del popolo che si autoproclamano tali. Il popolo non sceglie veramente i suoi rappresentanti e, da ultimo, nella concezione di Schmitt non è affatto un soggetto reale. Esso diviene parzialmente attivo soltanto quando è interpellato attraverso dei referendum plebiscitari: dunque assolutamente predeterminati dai dominanti.
In questa concezione il fondamento dell’azione politica e del sistema ‘democratico’ è, come accennato, la decisione, che è totale, assolutamente in-fondata e presa senza alcuna attenzione per il consenso. Rispetto a quest’ultimo tratto la politica non consiste nella ricerca di un compromesso, ma nel combatterlo: la decisione è un puro atto di forza. E la stessa costituzione è considerata una decisione politica dell’assoluto potere costituente.
È logico quindi il duro attacco rivolto da Schmitt al parlamento: esso si basa certo su penetranti osservazioni critiche, ma poi si piega ad una sua forte condanna pregiudiziale ed ideologica. A partire infatti dal riconoscimento delle effettive disfunzioni delle assemblee politiche degli stati liberali Schmitt giunge infatti ad una condanna definitiva dei parlamenti. Questi organi non sono in grado di garantire l’unità e l’identità, in quanto riflettono il pluralismo della società, un pluralismo che si esprime nella discussione, nella libertà di stampa, di espressione e di informazione. Insomma, Schmitt conduce un attacco frontale alle modalità discorsive della democrazia liberale. È dunque conseguente che la minoranza debba essere annullata e la sua posizione discordante ricondotta alla sua vera volontà, quella dell’unico popolo e dei suoi dominatori.
La logica dominativa, necessaria per mantenere l’unità dell’unico popolo, si esprime al meglio in un sistema presidenziale, che individua una sola persona come guida – il Führer –, in grado di incarnare la volontà del popolo, che lo sceglie e lo conferma per acclamazione. Il presidente può assolvere il compito della decisione senza rimanere legato nelle pastoie delle procedure parlamentari.
A questo modello A. oppone quello del più noto avversario intellettuale di Schmitt, Hans Kelsen, uno dei più grandi giuristi del Novecento. L’autore mette in rilievo una particolare concezione della democrazia – non l’unica – che emerge da alcune opere del giurista praghese. Per Kelsen, alla base di un corretto funzionamento democratico si pone il bilanciato rispetto dei valori di libertà e di uguaglianza: esso si concretizza nel confronto tra gli interessi di tutti che si ottiene attraverso la discussione. Il rischio di un dominio assoluto della maggioranza è dunque impedito dalla tutela costante dei diritti della minoranza, che si traduce nelle modalità di decisione: esattamente al contrario di quanto sostenuto da Schmitt, l’importante per Kelsen non è cosa si decide, ma come si decide.
Una sede specificamente deputata alla definizione della decisione è il parlamento, in cui si deve rappresentare, per quanto possibile, il ventaglio delle posizioni politiche di una società complessa e pluralistica. È importante che il parlamento sia aperto quanto più possibile, altrimenti le forze sociali non rappresentate troverebbero altre forme di espressione ad esso esterne.
L’assemblea politica democratica non è però il solo luogo del compromesso: in una democrazia strutturata esso si forma anche e soprattutto al di fuori del parlamento. Insomma, è il dialogo tra i gruppi della società civile a porre le basi per la composizione degli interessi contrastanti dei cittadini. Ed è attraverso questo confronto diffuso nella società, culminante nelle decisioni del parlamento, che avviene quell’integrazione politica, che Schmitt pretenderebbe di imporre con la forza.
A. conclude il suo saggio sviluppando alcune considerazioni sulla presente crisi della democrazia: il fatto che alcuni caratteri del tipo identitario tracciato da Schmitt si possano ritrovare attualmente costituisce indubbiamente un sintomo di sofferenza. La questione dell’integrazione politica della comunità – che sta alla base della posizione estrema del giurista tedesco – è certo un problema reale, cui non si può però dare una risposta che tradisca i valori fondamentali della democrazia: non si può insomma delegare la presa di decisione ad un ‘capo’ in grado di incarnare la volontà di tutto il popolo. Il pluralismo delle nostre società va accolto come un dato preliminare, sulla base del quale deve essere costruita l’unità. Il cemento di questa unità è per A. il testo costituzionale, portatore dei valori fondamentali che devono essere quanto più estesamente condivisi dai membri della società e dalle forze politiche che essi esprimono. Il parlamento diventa un luogo elettivo del confronto tra tali forze condotto a partire dal quadro di valori definito dalla costituzione.
Questa posizione si accorda con quanto abbiamo scritto sulla democrazia negli ultimi due anni. La democrazia è per noi non solo forma, procedura, ma ha innanzi tutto una sostanza fatta di valori, che sono la libertà, l’uguaglianza, la solidarietà e la partecipazione, i quali riguardano tutta la vita sociale e non solo determinati luoghi o momenti istituzionali: “in democrazia nessun fatto si sottrae alla politica”. In tal senso si può ad esempio integrare il quadro teorico presentato da A. con la proposta della democrazia nella vita quotidiana di Ginsborg, illustrata qualche tempo fa sul blog.
Ora, è evidente che quanto sta accadendo negli ultimi anni e specie negli ultimi mesi in Italia va invece nella direzione della democrazia identitaria: in vari settori si spinge verso l’esclusione, l’omologazione, l’intolleranza del diverso (razziale, sessuale, politico), il disprezzo delle dinamiche parlamentari, il decisionismo assoluto (si ricordi il caso Englaro e le decisioni prese dal governo in aperta rottura della legalità costituzionale), l’insofferenza per la libertà di espressione, di stampa e di informazione. E tutto ciò accade sotto la leadership di un Presidente del Consiglio che crede di incarnare in sé – naturalmente all’ennesima potenza – la volontà degli italiani. Quelli che si oppongono alle sue scelte sono ‘anormali’ e vogliono il male del paese. Tutti i suoi comportamenti da quelli della politica estera a quelli privati – che, si badi, egli stesso ha reso in vario modo pubblici – confermano purtroppo l’idea di chi, qualche anno fa, sosteneva l’estraneità di Berlusconi alla democrazia liberale. Egli è purtroppo molto vicino alla pericolosa democrazia identitaria.
E.R.
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