I costi sociali e morali della riforma della giustizia

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“A questo punto i nostri politici hanno avuto un colpo di genio (quello che, sciaguratamente, stanno avendo anche adesso, a circa dieci anni di distanza). Se non riusciamo a fare quello che vogliamo perché la Costituzione ce lo impedisce, beh, che problema c’è? Cambiamo la Costituzione nella parte in cui reca i principi che non ci permettono di fare quello che vogliamo. E poi facciamo quello che vogliamo. Insomma: se la Costituzione dice che è irragionevole non considerare prova valida nel processo quello che è stato acquisito come prova nella fase delle indagini dal Pubblico Ministero, cambiamo la Costituzione e facciamole dire una cosa diversa.”
“Quello che nessuno dice mai [...] è che l’autonomia e l’indipendenza dei Giudici, il loro non dover rispondere a nessuno (a nessun politico, nessun ricco, nessun potente; ma al CSM sì, eccome!), il loro indagare, decidere, “giudicare” senza pressioni, istruzioni, segnalazioni ecc.; tutto questo costituisce una garanzia per i cittadini. Non per i Giudici, per i cittadini.”

Come nel post dello scorso 9 novembre, ci accostiamo ad una tematica di stretta attualità, la riforma delle istituzioni giudiziarie in Italia. Lo facciamo presentando un libro pubblicato all’inizio di quest’anno La questione immorale. Perché la politica vuole controllare la magistratura (Milano 2009), scritto da un ex-magistrato, Bruno Tinti.
L’autore intende da un lato spiegare i reali obiettivi dei politici nell’avanzare proposte di riforma della magistratura – obiettivi che, per quanto palesi, non sono di solito adeguatamente esposti dai mezzi di informazione –; dall’altro porre in evidenza i limiti di funzionamento dell’attuale sistema giudiziario italiano che, con opportuni e semplici correttivi, potrebbe essere rapidamente messo in condizione di diventare più efficiente.

T. inizia il suo saggio lodando la nostra Costituzione che, elaborata all’indomani della caduta di uno dei peggiori regimi del XX secolo, si distingue nel panorama delle carte fondamentali come capolavoro di ingegneria giuridica, garante di una piena vita democratica e ‘scudo’ per i cittadini di fronte agli abusi del potere – quegli abusi che avevano sostanziato il ventennio fascista. Secondo T. è purtroppo evidente che a non pochi membri dell’élite del nostro paese certe parti della Costituzione sono sgradite, in particolare quelle che rendono il potere giudiziario svincolato dagli altri due, quello legislativo e quello esecutivo. L’indipendenza della magistratura, soggetta solo alla legge, fu però voluta dai padri costituenti proprio perché non si riproponessero dei soprusi; si tratta quindi un istituto forte, pensato per i cittadini e non per i giudici e i pubblici ministeri (PM).
Nell’esercizio della sua attività di PM deputato ad indagare sui reati economici, T. ha accumulato una certa esperienza degli ordinamenti giudiziari stranieri, soprattutto grazie al diretto confronto con i colleghi con cui collaborava. Dalla comparazione tra i diversi sistemi emerge nettamente la superiorità di quello italiano in ordine al perseguimento del fine della giustizia. E questo perché nessuno può imporre ai nostri magistrati le modalità di indagine e di giudizio, e nemmeno decidere al posto loro quali reati essi possano perseguire: il PM in Italia ‘beneficia’, se così si può dire, dell’obbligo dell’azione penale, cioè della responsabilità di intervento di fronte alla conoscenza di un’infrazione di legge. All’estero i PM sono invece per lo più sottoposti al potere politico (parlamento e/o governo), che di fatto condiziona l’esercizio dell’attività giudiziaria, ovviamente nel senso di non danneggiare chi è al potere e magari, talvolta, di dare il via libera ad alcuni processi contro gli avversari.
Di fronte a questo sistema potenzialmente in grado di rispettare meglio degli altri i principi fondamentali della democrazia, in quanto garante dell’uguaglianza di tutti i cittadini al cospetto della legge, i politici nostrani, specie a partire dagli anni ’80, hanno cercato di trovare degli escamotages che garantissero sempre più l’impunità a loro e ai loro ‘amici’, soprattutto rispetto ai reati di corruzione e concussione e a quelli connessi (ad es. il falso in bilancio). Questa tendenza si è acuita negli ultimi anni sotto la spinta dell’egemonia politica di Berlusconi, giovandosi però anche di atteggiamenti ambigui da parte delle opposizioni. Secondo T. sono tre le strade che si stanno battendo per conseguire questi obiettivi, il cui disastroso effetto collaterale è il degrado della convivenza civile:
1)      le leggi specifiche o ad personam che, per risolvere problemi di singoli esponenti dell’élite politica, hanno provocato effetti dannosi sull’intero sistema, perché poi alcune di esse si sono spesso potute estendere a tutti i cittadini, specie i delinquenti. Si tratta di provvedimenti che hanno diminuito la possibilità di perseguire i colpevoli di falso in bilancio, abuso di ufficio, finanziamento illecito ai partiti; della prescrizione rapida; dell’allungamento dei tempi processuali con apposite procedure per facilitare le prescrizioni.
2)      la delegittimazione dei magistrati, le cui azioni e decisioni sono state ridotte ad atti politici e non considerati, come invece dovrebbero, atti volti a preservare la vita della comunità: lo scopo ultimo di questa cosciente distorsione è quello di porre sullo stesso piano la sentenza frutto di indagini, dibattimenti e garanzie per gli imputati, con la semplice autocertificazione di innocenza di un politico indagato; è evidente che ciò fa crollare un pilastro fondamentale della nostra comunità democratica: quello di regolarsi sulla legge garantita dai magistrati.
3)      la delegittimazione della legge stessa, che viene spesso calpestata da inviti, più o meno espressi, dell’élite a non rispettarla.
Riconoscendo le grandi difficoltà e lentezze del sistema giudiziario italiano – provocate certo da queste posizioni dei politici e dalle loro conseguenti decisioni, ma in parte imputabili agli stessi magistrati –, T. delinea alcune possibili e semplici riforme, criticando al contempo quelle attualmente in discussione, che mirano a far scempio della democrazia costituzionale italiana. Non si possono qui seguire nel dettaglio gli aggiustamenti suggeriti dall’autore, ma è evidente che vi sono delle assurdità da eliminare: ad es. l’impossibilità di utilizzare nelle udienze tenute davanti al giudice le dichiarazioni rilasciate di fronte al PM dagli interrogati (magari ottenute sull’onda emotiva del fermo). A mesi e mesi di distanza i testimoni possono infatti essere stati opportunamente minacciati o adeguatamente oliati; ma per facilitare questo compito disonesto i politici italiani hanno fatto sì che la falsa testimonianza, ancora formalmente perseguibile come reato, non lo sia più di fatto; cioè si può dire il falso in un processo con un’altissima probabilità di farla franca per i termini della prescrizione. Ed è chiaro che questo non vale solo per i politici (circostanza gravissima), ma per tutti (circostanza quantitativamente ancora più grave).
Secondo T., al contrario, oltre ad eliminare tutte le pastoie in cui si è avvinghiato il processo, bisognerebbe compiere alcune operazioni di razionalizzazione, tra l’altro da lui stesso proposte senza successo durante la sua carriera: l’ottimizzazione delle circoscrizioni giudiziarie (alcune troppo piccole, altre troppo grandi), la riorganizzazione del funzionamento degli uffici, il più ampio ricorso agli strumenti informatici nel trattamento della documentazione; la depenalizzazione: non del falso in bilancio, però, ma di reati quali la guida in stato di ebbrezza, l’infortunistica sul lavoro o il mancato versamento dei contributi, per i quali i colpevoli spessissimo non scontano una pena a causa i termini di prescrizione troppo brevi; bisognerebbe invece sanzionarli con pesanti multe e sequestri disposti immediatamente dalle forze dell’ordine, senza alcun iter processuale. Ma, osserva T. i politici non intervengono in questo senso perché sennò i magistrati avrebbero più tempo da dedicare ad altri reati per loro più delicati. La loro intenzione è invece quella di attuare una contro-riforma che anestetizzi tutto il sistema.
Le due ultime battute – ma questo saggio consentirebbe di dire ancora tantissime cose interessanti che tutti dovrebbero sapere – le lascio per le intercettazioni telefoniche e per la separazione delle carriere tra PM e giudici. Le intercettazioni sono molto pericolose per i criminali perché attualmente sono la prova di un reato più vicina alla constatazione diretta; per i politici hanno inoltre un costo molto elevato perché finiscono quasi sempre sui giornali (spesso in maniera indebita): perciò i politici devono eliminarle per non avere prove di malaffare a carico e per non divulgarle pubblicamente. Ma certo non si possono eliminarle tutte; e, anzi, ve ne è un tipo nuovo e più utile, in mano solo alle forze dell’ordine, che T. definisce un mezzo di controllo da stato non democratico in grado di colpire tutti.
La separazione delle carriere è un altro nodo della contro-riforma e un grave errore per la democrazia italiana, in quanto sottoponendo i PM al potere dei politici non verrebbero più perseguiti i reati di quest’ultimi; inoltre, tale proposta è insaporita da due improvvidi condimenti: 1) l’abolizione dell’obbligatorietà dell’azione penale, con cui i politici deciderebbero di fatto quali crimini far perseguire; 2) l’eliminazione dell’autonomia della polizia giudiziaria, cioè del braccio indipendente della magistratura nelle indagini.

Il commento a questo libro potrebbe essere lunghissimo per i tanti riferimenti a vicende di questi giorni. Mi limito ad un’osservazione soltanto: il modello americano, cui qualcuno si ispira – ma in maniera molto lontana – per alcune di queste riforme, non convince, perché il PM non deve essere considerato l’avvocato dell’accusa: non deve cioè cercare di far condannare l’imputato, ma accertare, per quanto possibile, i fatti. Il processo penale come delineato dalla costituzione – chissà per quanto ancora – promuove la ricerca della ‘verità’, con tutti i limiti che gli uomini hanno nel fare ciò; non di stabilire che la persona imputata è colpevole, ma di far emergere le responsabilità effettive e, se l’imputato è innocente, scagionarlo. Il tutto per il bene pubblico. Non c’è quindi alcuna simmetria – checché ne dicano tanti opinionisti – con l’avvocato difensore, che agisce comunque in vista degli interessi privati dei clienti, anche quando criminali.
L’indipendenza della magistratura è quindi vitale per l’esistenza della comunità democratica in Italia; ma con l’attacco alla ‘giustizia’, unitamente a quello alla libertà di informazione, è evidente che buona parte delle élite del nostro paese non vuole una democrazia basata sui valori di libertà, uguaglianza, partecipazione e solidarietà. È un altro tipo di ‘democrazia’ cui tende soprattutto l’egemonia di Berlusconi, quella identitaria, che comprime la cittadinanza nel nome di un popolo inteso come contenitore vuoto.

E.R.

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