Il sommerso della Repubblica
“Sappiamo bene, e lo abbiamo già rilevato, che la radice del totalitarismo fascista affonda nel corpo sociale della nazione, là dove sono privilegi che non vogliono cedere il passo alla giustizia che avanza fatalmente in una società democratica, là dove sono angustie mentali, egoismi e chiusure, là dove si teme la libertà e non si crede alla sua forza creativa, redentrice e in definitiva ordinatrice e garante, là dove si guardano in superficie le cose ed il cammino della storia, là dove ci si affida incautamente alla illusoria efficacia risolutrice della forza.” (Aldo Moro, 1962)
Proseguiamo la nostra esplorazione della storia della Repubblica italiana presentando un libro scritto dallo studioso Francesco M. Biscione: Il sommerso della Repubblica. La democrazia italiana e la crisi dell’antifascismo (Torino 2003).
B. muove dalla problematica complessità delle vicende della democrazia italiana nel dopoguerra – una democrazia di volta in volta definita ‘difficile’, ‘bloccata’, ‘incompiuta’ – e, per cercare di delinearne un’interpretazione, elabora ed introduce il concetto di ‘sommerso della repubblica’.
Questo cosiddetto ‘sommerso’ è in sintesi un consistente blocco di potere che caratterizzò trasversalmente la società italiana durante la prima Repubblica: costituito in prevalenza, ma non solo, da fasce del ceto medio borghese tradizionale, esso condizionò, senza mai parteciparvi in maniera esplicita, la vita politica del paese in senso conservatore. Tale blocco rimase estraneo alla fondazione del regime repubblicano a causa della sua cultura non democratica e perciò si contrappose sempre all’egemonia dell’antifascismo quale perno valoriale della Costituzione e, quindi, della rinnovata convivenza politica e civile dopo la dittatura di Mussolini.
Lo scontro tra queste due ‘zolle tettoniche’ – il sommerso della repubblica e l’antifascismo – avrebbe conferito un rilievo particolare alla violenza politica in Italia, che secondo B. sarebbe stata superiore a quella riscontratasi in qualsiasi altro paese occidentale dove non vi fossero altri problemi particolari legati alle minoranze nazionali o alla fine del colonialismo. Questa violenza avrebbe assunto forme particolarmente significative nel periodo compreso tra il 1960 e il 1979, quando per l’autore furono saggiati i limiti e le possibilità del sistema democratico italiano fondato sulla Costituzione del 1948.
Il blocco del sommerso prese in quel periodo una peculiare consistenza in opposizione alla concreta possibilità di un orientamento a sinistra del sistema politico italiano; orientamento a sinistra che in sostanza si sarebbe tradotto in un processo di democratizzazione della società nella piena attuazione del dettato costituzionale. Ma in realtà tale blocco conservatore avrebbe per B. radici ben più profonde: esso è infatti l’espressione di assetti duraturi della struttura sociale in Italia, dove ampie fasce della borghesia non accettarono mai gli sviluppi della partecipazione democratica delle masse e, pur di non dover condividere il potere con i ceti inferiori, aprirono la strada alla dittatura fascista.
Il sommerso, la cui grande rilevanza politica si manifestò già nell’immediato dopoguerra con il sostegno alla monarchia nel referendum (1946) e poi con l’adesione al movimento dell’Uomo qualunque, fu abilmente intercettato dalla Democrazia Cristiana di De Gasperi, che diede vita alla più che decennale esperienza politica e di governo che va sotto il nome di ‘centrismo’ (1948-1960). Non che questi anni siano stati privi di violenza politica o di forme di organizzazione paramilitare in funzione anticomunista – come ad esempio Gladio –; tuttavia, si mantenne una situazione di sostanziale equilibrio che si iscriveva peraltro nel quadro della guerra fredda.
La crisi del centrismo (1960) prospettò la possibilità di uno spostamento a sinistra dell’asse delle maggioranze politiche italiane e ciò provocò una serie di violente reazioni ‘fisiologiche’ del sistema indotte proprio dal ‘sommerso’. È il caso innanzitutto del governo del democristiano Tambroni (1960), che ottenne l’appoggio del Movimento Sociale Italiano. Tale governo cadde ben presto in conseguenza 1) della resistenza opposta dalla società civile antifascista (fatti di Genova, 1960) e 2) della sconfessione da parte delle altre forze politiche (a) di una politica di repressione sanguinosa delle manifestazioni dei lavoratori e (b) delle sue pratiche di schedatura degli avversari.
Ancora più significativo sul piano dell’espressione di una cultura politica conservatrice ed antidemocratica del sommerso fu il cosiddetto Piano Solo (1964). Esso fu apprestato dal generale dei Carabinieri De Lorenzo – già capo dei servizi segreti e pure grande produttore di schedature di avversari politici e di personaggi importanti (il famigerato caso Sifar) – con la collaborazione del Presidente della Repubblica, Segni. In questo caso si evidenziano infatti alcuni elementi che si riscontrano anche negli anni successivi: il ruolo del Presidente della Repubblica, che assume una funzione chiave nella mediazione di spinte politiche istituzionali ed extraistituzionali, e soprattutto il protagonismo dei servizi segreti.
Se nel 1964 ci fu solo un “rumor di sciabole” che condizionò la politica delle riforme, in seguito alle tumultuose manifestazioni del movimento del 1968, che si unirono in Italia alle rivendicazioni dei lavoratori (il cosiddetto ‘autunno caldo’), si arrivò alla violenza più cruda e aperta, quella della cosiddetta strategia della tensione. Questi ampi settori conservatori presenti nelle strutture statali e fuori di esse, che si incontravano sempre più nelle logge massoniche, si affidarono all’azione di gruppi eversivi di estrema destra per destabilizzare il quadro politico italiano con una serie di attentati che dovevano però essere attribuiti, mediante opportuni depistaggi, alle formazioni di sinistra. Secondo B. non è da escludere che i neofascisti ingaggiati per questi crimini approfittarono della situazione per accrescere l’instabilità rendendo gli attacchi ben più sanguinosi di quanto era stato previsto nelle sfere più alte. E proprio a questo livello a superiore, si comprese già forse dopo la prima strage, quella di Piazza Fontana, che non si trattava della strategia giusta, perché il risultato era quello di rianimare l’odiato antifascismo e quindi la cultura democratica della società italiana.
È proprio in questa fase, a cavallo del 1970, che si colloca l’azione di Licio Gelli, un faccendiere già fascista e filonazista – antropologicamente estraneo alla democrazia, come lo definisce B. – che assurse in breve tempo al grado Maestro venerabile di una loggia coperta e irregolare della massoneria, la P2. Questa organizzazione, attraverso una struttura reticolare che garantiva l’accesso di schiere di affiliati appartenenti a vari gruppi di interesse (imprenditori, professionisti, militari), riuscì a catalizzare molte di queste forze conservatrici e a collegarle non solo con il braccio operativo dell’intelligence deviata e con quello dell’eversione nera, ma anche con organizzazioni criminali, quali la ‘banda della Magliana’ e Cosa nostra. In particolare la P2 appoggiò, attraverso l’ascesa finanziaria del banchiere Michele Sindona, la mondializzazione degli affari criminosi della mafia legati soprattutto al narcotraffico.
In sintesi – che purtroppo non rende ragione della profondità dell’analisi e del ragionamento di B. –, la P2 comprese che non era la violenza diretta dello stragismo la via 1) per la conquista dell’egemonia politica al posto dei partiti antifascisti e 2) per la destrutturazione del sistema costituzionale. Piuttosto era necessario controllare la finanza, penetrare nell’editoria, nei giornali, nelle televisioni, infiltrarsi nella magistratura al fine di svuotare le istituzioni democratiche senza portare attacchi diretti. È questo il senso del famoso Piano di rinascita democratica (1975-1976), che non è solo un programma eversivo e criminoso, ma anche un progetto politico: il suo scopo era (è?) quello di far convergere molteplici e distanti gruppi di interesse, spesso operanti in maniera assolutamente illegale, su una riforma complessiva del paese che permettesse la deregulation della società – in particolare delle relazioni industriali e finanziarie – e l’instaurazione di un “ordine privato” del potere.
Il fallimento della politica di Berlinguer e di Moro alla fine degli anni ’70 aprì la crisi dei partiti costituzionali e antifascisti che, dopo la parentesi dell’egemonia craxiana (la quale andava già nella direzione voluta da Gelli e dalla P2), esplose dopo la caduta dell’Unione Sovietica. La successiva ristrutturazione del sistema politico, avvenuta agli inizi degli anni ’90, ha di fatto portato con Silvio Berlusconi e Forza Italia ad un’emersione di quel blocco conservatore sottostante, che si alimenta ancora di un’antica retorica anticomunista, di un atteggiamento anticostituzionale e antiparlamentare e di un concreto favore verso le prassi, spesso illecite ed oscure, dell’industria, della finanza e dei poteri forti italiani.
Purtroppo, nei limiti di un post non si riesce a dar conto di moltissimi altri elementi delle indagini di B.: ad esempio il significato della presenza del Partito Comunista rispetto all’anomalia delle dinamiche politiche italiane; o il ruolo delle potenze straniere nel condizionare la democrazia del nostro paese (non solo USA e URSS, ma anche Inghilterra e Israele).
Mi preme tuttavia sottolineare due aspetti in sede di commento: in primo luogo l’esistenza di un’estesa e profonda cultura anti-democratica, condivisa peraltro da aree consistenti delle élites del paese, da quelle politiche a quelle economiche, da quelle professionali a quelle ecclesiastiche; in secondo luogo il fatto che dall’inizio degli anni ’90, come dice B., si è conclamata una crisi che ha tre possibili sbocchi: la stagnazione del sistema politico; l’avvio di una riforma politica e sociale che porti ad una liberalizzazione assoluta, ma distorta delle pratiche sociali (ancora spesso illegali) dalle conseguenze imprevedibili; il ritorno ai valori democratici della Costituzione.
Proprio intorno all’esplorazione di questo nodo si muoveranno anche i prossimi post sulla storia della Repubblica.
E.R.
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