La fattoria degli italiani
“Oggi il populismo ha perso quelle ingenuità [del pieno Novecento] e si presenta in una forma più sofisticata e quindi più insidiosa. Si ammanta infatti di una domanda di “vera democrazia”, al posto di quella attuale, consunta dalla grettezza di una classe politica inetta. Chiede strumenti di partecipazione diretta per far sentire la voce del popolo. Richieste giuste e condivisibili, in linea di principio. Solo che <, in> questa esaltazione del pan-partecipazionismo incappa in una domanda impossibile quando invoca la rimozione di ogni barriera che si interponga tra la volontà dei cittadini e la sua messa in atto: il che significa spazzar via tutti gli istituti di rappresentanza, tutte le istituzioni che rendono possibile il bilanciamento tra i poteri e impediscono il prevalere dell’uno sull’altro. Invece i pesi e i contrappesi sono stati inventati proprio per tenere a freno il popolo il quale, come già sapevano i classici greci, se aizzato dai demagoghi può provocare grandi disastri.”
Torniamo ad occuparci della situazione politica dell’Italia attuale presentando La fattoria degli italiani. I rischi della seduzione populista (Milano 2009), un libro che raccoglie alcuni articoli scritti da Piero Ignazi, docente di Politica Comparata all’Università di Bologna.
Commentando singoli avvenimenti e fenomeni politici avvenuti negli ultimi anni, dal G8 di Genova al caso Alitalia, I. svolge una serie di riflessioni sull’anomalo sviluppo democratico del nostro paese, favorito in particolare da una peculiare cultura politica di destra, incarnata da Silvio Berlusconi.
Infatti, al di là della crisi di crescita che i sistemi democratici stanno conoscendo in tutto il mondo, l’Italia mostra spiccate tendenze verso un’evoluzione pericolosa del modello rappresentativo liberale, che è oggi assolutamente prevalente.
Nel nostro paese la delusione per la politica – che si riscontra peraltro un po’ ovunque nei paesi occidentali e che dipende dalle più alte esigenze e dalla più grande consapevolezza dei cittadini postmoderni –, ha assunto delle forme di espressione che contrastano con i cardini valoriali democratici. La richiesta di trasparenza, l’esigenza di partecipazione, l’irritazione per i privilegi dei politici di professione sono qui distorti da una sorta di immatura immedesimazione tra ‘capo’ e ‘popolo’, che configura appunto una nuova forma di populismo.
Tale identificazione fa sì che la volontà del ‘capo’ coincida con quella del popolo e, una volta posta questa idea a fondamento della democrazia, tutto ciò che contrasta il volere del capo va contro il popolo. In quest’ottica le mediazioni istituzionali sono considerate inutili se non negative e viene meno così uno degli assiomi delle democrazie mature, quello di essere sistemi del limite, fondati sull’autocontenimento da parte di tutti e strutturate con organi di controllo e di bilanciamento (checks and balances).
È facile comprendere dunque che i portatori di questa cultura politica possano considerare le istituzioni come soggetti di parte quando si oppongono alla loro volontà: ed è proprio tale la sorte toccata negli ultimi tempi al Capo dello Stato, alla Corte Costituzionale, agli organi giudiziari. Questi ultimi, in particolare, vengono significativamente delegittimati anche sulla base dell’assunto che i suoi membri non sono direttamente nominati dal popolo; quindi il loro mandato, pure sancito nella Costituzione, avrebbe minor valore rispetto a quello degli eletti che, in tale visione della politica, non sono più concepiti come semplici ‘delegati’, ma quasi ‘consacrati’ o, come si è detto, ‘unti’.
È questa una concezione che, con chiare risonanze pre-moderne, pone in discussione l’assioma della divisione dei poteri, affermato già da Montesquieu nel secolo XVIII. Concretamente – come si è visto anche in tempi recentissimi –, ciò vuol dire che l’applicazione delle norme può essere interpretata (e stravolta) dal potere esecutivo, sopraffacendo le competenze degli organi giudiziari con un uso ‘arbitrario’ e ‘principesco’ della legge.
Questi elementi dal sapore arcaico si coniugano con le linee generali di sviluppo del potere nella società postmoderna, in particolare con l’efficacia pervasiva dei media: un mix che in Italia si incarna perfettamente nella persona di Silvio Berlusconi. Secondo I. “il Cavaliere è alieno, per la sua storia personale e professionale, alla cultura del confronto e del limite. Il suo impero economico, fondato su una linea di comando personale e familiare, estraneo al mercato sia in quanto concessionario e nulla più (di terreni, di etere, di spazi pubblicitari, ecc.), sia in quanto limitato alla – e protetto dalla – dimensione nazionale, riflette, e allo stesso tempo rinforza, una cultura padronal-aziendalista vecchio stampo, di cameratismo se si è ossequienti, di emarginazione se si osano critiche: perché «il Capo ha sempre ragione».” (p. 19).
Insomma, la sua politica non sarebbe caratterizzata da posizioni liberiste e liberali, ma da pulsioni “anarcoidi”; in essa il valore centrale sarebbe allora quello dell’arricchimento personale compiuto al di fuori delle regole e quindi, in fondo, contro la comunità. Si comprende quindi facilmente l’insofferenza per le leggi – almeno per quelle che impediscono l’aumento del proprio potere economico, sociale e politico –, atteggiamento che lo distingue da altre posizioni della destra occidentale.
Per costruire il consenso intorno a questa cultura politica – deleteria per lo sviluppo democratico –, Berlusconi si avvale della forza della comunicazione mediatica attraverso cui muove “potentissime leve simboliche-affettive”, quali la casa, la famiglia, la vita (si pensi al caso Englaro), che sono organizzate spesso intorno ad elementari dicotomie: amico-nemico, bene-male e, recentemente, amore-odio. Dicotomie – sia detto di passaggio – che non possono assolutamente risolvere i problemi politici complessi di quest’epoca.
Purtroppo, questa egemonia politica, caratterizzata in senso neo-populista, converge ancora con le tendenze globali in quella che I. definisce la nuova “lotta di classe”, condotta dai ricchi contro i poveri: con essa i detentori delle risorse economiche e politiche puntano a rafforzare le posizioni di dominio acquisite non solo contro gli strati inferiori, ma anche contro quelli medi. E per fare questo non si ricorre più in maniera privilegiata alle vie contrattuali – che pure sono proprio in questi giorni utilizzate ancora una volta per comprimere i diritti dei lavoratori –, ma al connubio tra corporazioni economiche e potere politico. In concreto, ciò si traduce nel fatto che, a parte pochi settori che competono veramente sul piano internazionale, la maggior parte degli imprenditori del nostro paese beneficiano di reti di protezione pubblica consistenti in tariffe, concessioni e barriere.
La degenerazione del sistema italiano non si ferma però qui, perché investe più in generale la società civile, sempre più contraddistinta da uno “spirito incivico”. Anche I. si richiama ad una mutazione profonda, “antropologica”, del paese – che abbiamo già visto nel post su Crainz –, caratterizzata dal prevalere dell’individualismo, del familismo, del cinismo, affermati al di sopra di tutti gli interessi collettivi, dello Stato e della legalità. Lo sfogo ipertrofico di questo ego, che risulta per certi aspetti infantile, non può non opporsi alla divisione e al bilanciamento dei poteri, al pluralismo delle idee e degli interessi, al rispetto delle norme. Insomma, alla democrazia del limite.
E tutto quello che in tal senso sta accadendo all’Italia incuriosisce e preoccupa al contempo le opinioni pubbliche straniere e, in particolare, gli studiosi di altri paesi. Questi ultimi non si interrogano soltanto sull’abnorme conflitto di interessi e sull’incapacità degli italiani di riconoscere la fallimentarietà di una classe politica, a cominciare dallo stesso Silvio Berlusconi. Essi osservano con inquietudine l’impianto di un vero e proprio laboratorio politico in cui si compie un pericoloso esperimento populistico all’interno di un’importante democrazia occidentale, che potrebbe diventare un modello negativo.
Ciò che I. accenna appena, ma non sviluppa, concentrato giustamente sull’attualità, è il fatto che i processi descritti hanno forti analogie con forme di poteri antichi, pre-moderni, che comprimono l’identità politica del cittadino. Perché qui è il punto chiave cui si possono ricondurre le varie tematiche trattate in molti degli ultimi post: la cultura politica delle élite politiche di questo paese non accetta l’autodeterminazione libera di tutti, frutto di un secolare processo di democratizzazione centrato sui valori di libertà e uguaglianza, partecipazione e solidarietà.
E il prevalere di questa posizione deriva da un retaggio storico profondo, da cui non è estraneo il sempre perdurante condizionamento esercitato da tutte le forze retrive, comprese le stesse gerarchie ecclesiastiche, che cercano di immobilizzare la società italiana, di impedirne l’emancipazione.
E.R.
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