Un terzo Risorgimento? No, il primo

“Il vero! L’Italia nascente non chiede se non quello, non può vivere senza quello. L’Italia nascente cerca in oggi il proprio fine, la norma della propria vita nell’avvenire, un criterio morale, un metodo di scelta fra il bene e il male, tra la verità e l’errore, senza il quale non può esistere responsabilità, quindi non libertà. […] L’Italia nascente ha bisogno d’uomini che incarnino in sé quel vero nel quale essa deve immedesimarsi; che lo predichino ad alta voce, lo rappresentino negli atti, lo confessino, checché avvenga, fino alla tomba: e voi [politici opportunisti] le date l’esempio d’uomini che dicono e disdicono, giurano e sgiurano, troncano a spicchi la verità, protestano contro i suoi violatori, e transigono a un’ora con essi. Così preparate al giogo del primo padrone straniero e domestico, che vorrà inforcarla di tirannide, una Italia fiacca, irresoluta, sfiduciata di se stessa e d’altrui, senza stimolo di onore e di gloria, senza religione di verità e senza coraggio per tradurla in opera.” (Giuseppe Mazzini, A Francesco Crispi, s.l. 1864)
Torniamo a parlare di educazione coniugando il tema con la questione della cittadinanza e con quella dell’identità italiana, che hanno recentemente assunto nuovo rilievo alla luce del 150° anniversario dell’unità nazionale. Per questo motivo presentiamo il libro Rifare gli italiani. “Cittadinanza e Costituzione” : una risposta alla sfida educativa (Bologna 2010), scritto da Antonio Nanni, docente di filosofia presso il Simi (Università Urbaniana), e Antonella Fucecchi, docente di lettere in un liceo ed esperta di letteratura interculturale.
Gli autori partono da un recente progetto nazionale di rilancio dell’educazione civica, denominato “Cittadinanza e Costituzione”, che, dopo aver addirittura trovato un riconoscimento legislativo (art. 1 della L. 169/2008), si sta ora progressivamente arenando nelle secche letali dei tagli alla scuola.
N. e F. denunciano la gravità di questa situazione perché l’attuazione di tale progetto costituirebbe una delle risposte possibili all’emergenza educativa del nostro paese. L’istanza pedagogica della società contemporanea si sta infatti confrontando con la sfida portata dalla cultura post-moderna in cui, secondo un relativismo assoluto egemonizzato dal consumismo, tutto è valore e al contempo nulla lo è. Addirittura per gli autori si configurerebbe oggi una sorta di drammatica ‘interruzione’ generazionale, in quanto gli adulti sono sempre meno in grado di trasmettere ai figli valori o ideali, limitandosi a dare cose, averi e strumenti.
Spesso le famiglie non sono all’altezza di questo compito ed hanno bisogno dell’alleanza con la scuola che, in quanto istituzione deputata all’educazione, ha maggiori strumenti di orientamento e di intervento per fronteggiare le richieste formative di una società complessa e plurale e quindi per costruire il profilo di un cittadino aperto, democratico e, soprattutto, rispettoso delle diversità. Infatti, il problema nodale per il nostro paese è, per N. e F., proprio quello dell’integrazione degli immigrati, che si riannoda tanto con l’annosa ‘questione meridionale’, quanto soprattutto con la più recente ‘questione settentrionale’.
La proposta di consentire un più facile accesso alla cittadinanza da parte degli stranieri – fortemente dibattuta dai politici – si fonda del resto sulla constatazione che i nuovi arrivati sono circa quattro milioni, di cui una buona parte costituisce una fetta fondamentale della popolazione attiva. E le nuove generazioni nate in Italia si candidano ad essere tra le forze più dinamiche del paese. Non tener conto di tutto ciò, escludendo gli immigrati e le loro energie dai processi decisionali, rischia di mettere seriamente a repentaglio l’economia, la vita democratica e la coesione sociale (e forse politica) dell’Italia.
Occorre dunque ripensare il demos, il popolo, che non può essere più basato su una presunta identità etnica, ma che si deve connettere innanzi tutto con le persone, quale che sia poi il territorio e la formazione politica dove esse si possano di volta in volta trovare. È necessario perciò elaborare una concezione globale, transnazionale, cosmopolitica della cittadinanza, più aderente alla mobilità degli uomini contemporanei e alle loro forme planetarie di comunicazione.
Per rispondere appunto a questa sfida i vertici del sistema scolastico italiano hanno pensato di rivitalizzare l’educazione civica, un ambito dell’insegnamento – voluto nel 1958 dall’allora ministro dell’Istruzione Aldo Moro – che è sempre stato debole e trascurato in Italia. Addirittura con il varo del progetto ‘Cittadinanza e costituzione’ l’educazione civica avrebbe dovuto assurgere al rango di disciplina, soggetta anche a valutazione: ma questi ultimi aspetti sono stati sottaciuti e dunque rimessi in discussione da un documento di indirizzo del marzo 2009.
Ad ogni modo il nuovo curricolo di tale materia si dovrebbe iscrivere nel quadro delle “Competenze chiave per l’apprendimento permanente”, emanate con una Raccomandazione dell’Unione Europea nel 2006, in cui sono specificamente contemplate anche abilità sociali e civiche. Per N. e F. tali competenze dovrebbero essere apprese in un contesto assio-pratico, cioè in una scuola intesa come permanente palestra di cittadinanza, in cui si ponga attenzione alla dimensione democratica a partire dalla stessa quotidianità. Questa routine positiva dovrebbe essere poi costellata di incontri con ‘testimoni della cittadinanza’, cioè con personalità che ogni giorno vivono e difendono i valori della Costituzione, le quali possano fungere da esempi concreti per bambini e ragazzi e fortifichino la loro capacità di resilienza con la forza persuasiva dei modelli.
Una Costituzione che non deve però essere mitizzata, ma vissuta ed interpretata con atteggiamento di apertura e spirito critico. Ciò in consonanza con una concezione di cittadinanza intesa in modo problematizzato come ‘paradigma incompiuto’, come un’esigenza mai soddisfatta che induce costantemente al ripensamento e al miglioramento.
In tal senso è necessario riformulare i concetti fondamentali della convivenza civile – quali ad esempio cultura, laicità, identità etica pubblica –, che devono essere sempre più declinati in un’ottica interculturale, cioè di scambio costante con gli altri, al fine di approdare ad un nuovo pensiero umano, di dimensione planetaria, e dunque ad una nuova educazione alla cittadinanza globale. Cioè “un’educazione che contribuisce alla formazione di cittadine e cittadini responsabili impegnati per la giustizia e la sostenibilità del pianeta che promuove il rispetto e la valorizzazione della diversità come fonte di arricchimento umano, la difesa dell’ambiente e il consumo responsabile, il rispetto dei diritti umani individuali e collettivi, la parità di genere, la valorizzazione del dialogo come strumento per la risoluzione pacifica dei conflitti, la partecipazione, la corresponsabilità e l’impegno nella costruzione di una società equa, giusta e solidale” (p. 67).
Per tale fine N. e F. sono convinti che “la scuola costituisca un attore sociale e politico imprescindibile; rappresenti uno spazio privilegiato per la formazione di cittadine e cittadini critici e partecipativi, capaci di dare forza alle trasformazioni che vogliamo promuovere; e infine, abbia un ruolo fondamentale nel rispondere alle sfide poste dalla nostra contemporaneità” (p. 67).
Dunque, dalla scuola e dalla sua missione educativa dovrebbe partire secondo gli autori un terzo risorgimento in Italia, il quale dopo il primo, che portò all’unificazione nazionale, e il cosiddetto secondo (la Resistenza), che condusse alla liberazione dalla dittatura fascista, possa in ogni senso integrare il nostro paese più di quanto non sia avvenuto finora.
I risultati sia del primo che del secondo risorgimento non sono stati infatti pienamente soddisfacenti e la loro spinta ideale si è ben presto affievolita. In tal senso, in sede di commento, ritorno sull’anteprima che riporta un brano tratto da uno scritto di uno dei padri dell’unità d’Italia, Giuseppe Mazzini. Si tratta di un piccolo pamphlet, di una sorta di ‘lettera aperta’, inviata tre anni dopo l’unificazione ad un uomo a lui in precedenza vicino, ma poi divenuto uno dei capi della sinistra parlamentare, Francesco Crispi, al quale Mazzini rinfacciava un comportamento intenzionalmente contraddittorio e incoerente: “Voi siete, come oggi barbaramente dicono, opportunista”.
Ma la parabola metamorfica del Crispi rivoluzionario repubblicano a contatto con il potere era ben lungi dall’essere compiuta nel 1864: qualche anno dopo la morte di Mazzini (1872), Crispi divenne infatti leader della sinistra storica e primo esempio di ‘uomo forte’ della storia dell’Italia unita, che si rese protagonista di un decennio di egemonia politica personale caratterizzato da autoritarismo, accentramento dei poteri ma anche da dura repressione delle manifestazioni del popolo, scandali bancari (Banca Romana, 1893), aggressive quanto disastrose pretese coloniali (sconfitta di Adua, 1896).
Le parole di Mazzini e la traiettoria di Crispi mi confermano quindi nell’idea che in realtà ci siano problemi profondi – storicamente profondissimi – di cultura politica e di etica pubblica nelle élites politiche italiane, già presenti all’indomani del Risorgimento. L’unico modo per affrontarli alla radice è appunto l’educazione alla cittadinanza che – come suggeriscono gli stessi autori del libro – permetta di ripensare interamente, senza infingimenti, la storia del nostro paese e di valorizzarne le forze ideali più democratiche ed aperte, quali appunto il pensiero di Giuseppe Mazzini.
E. R.
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