Salviamo l’Italia!
“Aggiungerei anche l’idea delle “riforme mobili” [...]. Non si tratterebbe di “riforme” come quelle di cui oggi si sente parlare – la riforma pensionistica (ossia i tagli alle pensioni), la riforma dell’equilibrio dei poteri (ossia distruggerlo), la riforma della Costituzione (no comment). Sarebbero invece riforme che coinvolgono i cittadini stessi in una dinamica di decision making che parte dal basso verso l’alto […]. Idealmente, le “riforme mobili” sono quelle che, strada facendo, portano la gente a interessarsi alla politica, ad autorganizzarsi, a prendere parte continuativa nel processo riformatore. In questo schema gli individui non sono solo i destinatari passivi delle politiche che discendono dall’alto, ma diventano rapidamente cittadini attivi, critici e dissenzienti. Un’idea simile porterebbe al capovolgimento della politica come la conosciamo ora, perché imporrebbe ai politici di diffondere il potere, invece di concentrarlo. Il concetto delle “riforme mobili” può essere applicato a molte sfere diverse – all’ambiente con la raccoltà differenziata, il risparmio energetico e altre misure che partono dalle famiglie stesse, alle politiche partecipative con la creazione di veri forum dei cittadini (non quelli fasulli della “consultazione”).”.
Apriamo la serie di post di quest’anno presentando un altro libretto dello storico di origine inglese Paul Ginsborg, intitolato Salviamo l’Italia (Torino 2010).
G., da poco divenuto cittadino italiano, constatando intorno a sé un diffuso sentimento di tristezza e di rassegnazione circa il destino del nostro paese, svolge una riflessione sull’attuale periodo di difficoltà, proponendo un serrato confronto con l’esperienza storica del Risorgimento.
Secondo G. ci sono indubbiamente dei punti in comune con quel travagliato periodo storico, durante il quale le società degli stati di antico regime e della Restaurazione vissero una profonda crisi. Tuttavia sono certamente maggiori le differenze. Oggi c’è ad esempio più libertà rispetto al XIX secolo; questo non vuol però dire che gli individui siano ora pienamente liberi, in quanto essi rimangono prigionieri dei modelli consumistici di vita. Per contro, prevale attualmente una concezione dello stato piuttosto negativa – frutto di una prolungata delusione per i fallimenti delle istituzioni politiche –, mentre allora lo stato rappresentava la maggiore conquista della modernità. A quel tempo era del resto in ascesa un’idea di progresso, mentre oggi si diffonde sempre più un’idea di declino.
Un declino che in Italia non è solo economico, ma investe ampi settori della vita civile, politica e sociale. G. denuncia ad esempio la distribuzione estremamente diseguale della ricchezza; l’emanazione di una legislazione che deregolamenta la vita associata fino ai limiti dell’illegalità; la connessa espansione delle attività della criminalità organizzata soprattutto verso nord; il ruolo marginale delle donne, soggette ad un potere maschile che non riconosce i diritti e il rispetto dovuti.
Una situazione così grave induce G. a chiedersi se valga veramente la pena di salvare l’Italia come forma politica fondata sullo stato-nazione che si costituì proprio con il Risorgimento.
Per affrontare questa radicale domanda G. individua innanzi tutto una costellazione di quattro elementi positivi della storia italiana, che possono essere valorizzati per dare una risposta affermativa. Questi fattori, che vengono definiti nel loro complesso come nazione mite, sono: 1) la lunga tradizione di autogoverno urbano, indicata già nel Risorgimento da Carlo Cattaneo come la spina dorsale di una nazione che avrebbe dovuto organizzarsi politicamente come gli Stati Uniti; 2) la vocazione europea, che costituisce un potenziale finora ampiamente irrealizzato; 3) la ricerca dell’uguaglianza; 4) la mitezza come virtù sociale, che tuttavia, si badi, non ha nulla a che fare con il mito degli ‘italiani brava gente’.
A questi quattro caratteri positivi che, seppure non dominanti, potrebbero essere coltivati dagli italiani, G. contrappone quattro grandi pericoli per il nostro paese: 1) una chiesa troppo forte in uno stato troppo debole; 2) la grande e pervasiva diffusione del clientelismo, che comporta forme di socializzazione caratterizzate dalla sottomissione e dall’ossequio alle gerarchie sociali, le quali favoriscono peraltro l’illegalità; 3) l’invenzione periodica di regimi dittatoriali, tra cui, per certi aspetti, va annoverata anche l’egemonia politica berlusconiana a causa della distorsione del processo democratico indotta dal suo potere; 4) la povertà delle sinistre, incapaci di essere veramente leali ai valori democratici.
Compiuta questa radiografia delle potenziali virtù del nostro paese e dei possibili pericoli che corre, G. si interroga su chi possa essere il protagonista del salvataggio dell’Italia. Se gli attori del Risorgimento non furono solo i membri di un’élite intellettuale, ma anche molti giovani uomini di diversa estrazione e pure più donne di quel che normalmente si pensa, tutti mossi da una profonda adesione agli ideali della nazione romantica, oggi i possibili protagonisti di un rinnovamento profondo dell’Italia devono essere trovati nei ceti medi.
In realtà, come evidenzia lo stesso plurale, questo strato intermedio della società occidentale e italiano è oggi un soggetto molto complesso. G. individua una fascia specifica all’interno di questo grande gruppo, composta da professionisti, soprattutto impegnati nel campo delle professioni socialmente utili. Tra di essi si annoverano insegnanti, assistenti sociali, impiegati, studenti e anche precari. Ciò che caratterizza questa fascia è il fatto di essere una parte consistente del cosiddetto ‘ceto riflessivo’, cioè di quella parte della società che ha un’alta formazione e quindi gli strumenti per sottoporre a critica le eventuali distorsioni del processo di modernizzazione e democratizzazione della società.
Secondo G. questo gruppo ha costituito la parte più consistente e agguerrita dell’opposizione a Berlusconi. Tuttavia, il suo carattere composito rende la partecipazione alle manifestazioni e alle altre iniziative civili piuttosto intermittente, instabile. I movimenti, nonostante i loro successi, necessitano di un adeguato referente politico che interpreti e traduca in un programma di governo le esigenze di democratizzazione e giustizia sociale. È alto allora il rischio che la perdurante assenza di una leadership politica adeguata porti ad un ripiegamento di questi ceti su se stessi, specie di fronte alle offensive violente, populiste e razziste che danno delle risposte semplici, ma false, ai problemi complessi del nostro tempo.
In realtà, questa componente più consapevole della società italiana dovrebbe fungere da traino per una più vasta alleanza di gruppi sociali che si opponga ai guasti provocati dal modello neoliberista, specie nella declinazione berlusconiana, e alle conseguenze nefaste del “sado-monetarismo” che, dietro le parvenze dei funzionamenti oggettivi del mercato, sta affossando la democrazia.
Per G. tale alleanza sociale non deve ricorrere alla violenza per far sentire la sua voce, per quanto quest’ultima possa avere un maggiore impatto mediatico. Questi gruppi di cittadini si devono piuttosto affidare a due virtù, la costanza e la creatività.
Costanza e creatività che, pur con tutti i limiti, animano la nostra iniziativa. Ancora una volta, quindi, mi sento in sintonia con la concezione della società proposta da G., anche se in questo libretto essa appare un po’ meno lucida rispetto ai saggi recensiti precedentemente. Tuttavia, quello che mi preme sottolineare in sede di commento è che esistono ancora delle risorse, per quanto confinate in alcune riserve della società e di ogni singolo individuo, che si possono valorizzare per cambiare il segno della vita democratica della nostra società. La resilienza dell’Italia è ancora possibile.
E.R.
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