Invito alla “lucidità”: la necessità di respingere la riforma costituzionale come premessa per un cambiamento democratico del paese

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Intendo svolgere una considerazione preliminare che prescinde in prima battuta dai contenuti della riforma costituzionale su cui si deciderà con voto referendario nel prossimo dicembre. ‘Cambiare’ non vuol dire necessariamente ‘cambiare in meglio’. Può significare anche cambiare in peggio e in molto peggio. Ora, questa banale constatazione sarebbe superflua, se non fosse che tanto i promotori della riforma, quanto altre personalità pubbliche (si pensi alle dichiarazioni di Roberto Benigni o di Massimo Cacciari), con un movimento di pensiero surrettizio, utilizzano come premessa più o meno implicita, ma evidente, l’idea che l’attuale riforma in quanto cambiamento sia meglio. Certo, è difficile non concordare sul fatto che l’Italia abbia bisogno di voltare pagina. Ma quello che fa la riforma – anticipiamo così il nostro giudizio sui contenuti – è in realtà l’opposto: cercare di costituzionalizzare il peggio, cioè quasi di sancire paradossalmente il non cambiamento. In altre parole, se in Italia le cose vanno male per la democrazia e per la società civile, per il lavoro e per gli investimenti, ecco che ora arriva una riforma che nella sostanza intende legittimare le tendenze peggiori; e nulla garantisce che ciò porterà benefici all’economia. In fondo, anche in altri interventi di cosiddetta riforma è proprio questa la cifra politico-culturale degli ultimi anni: trasformare l’attuale ‘costituzione materiale’ nel paese – il suo concreto funzionare male – in costituzione formale – cioè nella legge fondamentale della Repubblica -, così da neutralizzare una delle più grandi risorse per il cambiamento in senso democratico che ci rimangono: la nostra carta costituzionale.

Introduciamo qui il libro scritto dai giornalisti Marco Travaglio, direttore de “Il fatto quotidiano” e Silvia Truzzi: Perché no (Roma 2016).
In esso è innanzi tutto brevemente riassunta la storia della nascita della costituzione italiana. Il suo iter viene paragonato a quello dell’attuale riforma che, pur toccando solo la seconda parte, ne stravolge il senso. Si descrivono le pericolose novità istituzionali apportate e si elencano le “bugie” propinate dai promotori della riforma all’opinione pubblica. Si prospettano le sue conseguenze politiche più importanti in combinazione con la riforma elettorale: il sostanziale svuotamento dell’incidenza decisionale dei cittadini e l’estensione delle garanzie di impunità per una classe politica irresponsabile. Si ricordano le posizioni contrarie di non pochi sostenitori della riforma attuale nei confronti della riforma Berlusconi che è molto simile a quella presente. Si presentano quindi le alternative possibili, che sono state avanzate e non considerate in quanto comportavano un effettivo cambiamento ‘in meglio’ dal punto di vista delle istituzioni democratiche. Si descrive brevemente la situazione in altri paesi e si chiude con una puntuale lista delle ragioni del NO. Riproporre nel dettaglio la mole di informazioni e argomenti raccolti dagli autori è però impossibile. Ci limiteremo perciò ad alcune considerazioni a mio avviso politicamente significative.

Questo non è il primo tentativo di ampia riforma della Costituzione. Al di là dei piccoli ritocchi, che si sono sempre succeduti nella storia della Repubblica e sono normali, e della riforma del Titolo V, che ha dato più potere alle autonomie locali (2001), vi sono stati molti progetti nell’ultimo trentennio caratterizzati da una cifra politica: la legge fondamentale dello Stato rappresenta un problema per ampia parte delle élite irresponsabili e predatorie italiane, specie per quelle politiche ed economiche, in quanto oppone una barriera legale alle concentrazioni di risorse in maniera illegale: cioè potere e ricchezza facili a scapito di tutti gli altri e del paese nel suo complesso. Questa avversione profonda al funzionamento delle istituzioni democratiche e ai loro valori fondanti (uguaglianza, libertà, partecipazione, solidarietà; ma anche legalità, responsabilità, meritocrazia), sempre forte in Italia, si è rafforzata negli ultimi anni per le attuali tendenze autoritarie che la cultura politica globale – di marca neoliberale, ma con un concetto di libertà ristretto – impone. Il mix di autoreferenzialità partitica nostrana e di ossequio verso questa cultura politica anti-democratica globale è stato incarnato al meglio non da Silvio Berlusconi, ma dall’ex-Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, resosi protagonista di ripetute forzature del tessuto istituzionale della nostra democrazia, che in altri paesi politicamente avanzati avrebbero comportato un disonorevole impeachment.
Napolitano è uno degli ispiratori principali della presente riforma, simile a quella di Berlusconi, che è stata messa nelle mani del Presidente del Consiglio Renzi e della Ministra Boschi. Due figure-‘piacione’, non elette dagli italiani per questo scopo, e che si contraddistinguono a ogni passo per un’evidente mancanza di cultura politico-istituzionale. Ma è appunto questa la configurazione strutturalmente voluta dalle élite italiane: non consentire ai cittadini di eleggere, cioè scegliere, persone che assumono certe responsabilità pubbliche, oltre che per legittima ambizione, per meriti e competenze specifiche nella politica democratica, bensì porre a capo, attraverso un procedimento elettorale svuotato, figure che con la loro presenza possano mediare un consenso televisivo o da bar (magari confortato da distribuzione di ‘regalini’ e ‘posticini’) e che nascondano, finché è possibile, la natura predatoria e irresponsabile della maggior parte delle élite e soprattutto la loro manifesta incapacità. Ad esempio nella politica industriale; senza la quale, non si creano posti di lavoro.
Non permettere la scelta della rappresentanza da parte dei cittadini è il fine della nuova legge elettorale, il cosiddetto ‘Italicum’, che si combina con la riforma costituzionale. Essa cerca di restringere di fatto le basi dell’elettorato attraverso meccanismi di premio per una maggioranza che è sempre più minoranza. Una minoranza degli elettori – si consideri sempre che, con l’alto astensionismo, le basi elettorali sono numeri reali inferiori di almeno un terzo – il cui consenso si possa più facilmente ‘acquisire’ per adesione convinta o opportunistica a quella logica sociale non-democratica.
Anche in questo caso si potranno fare cento differenze tecniche rispetto alla precedente legge bocciata sonoramente dalla Corte Costituzionale, il cosiddetto ‘Porcellum’, la cui incostituzionalità priva, come è noto, di legittimità l’attuale Parlamento. Ma è facile capire che entrambe le leggi – che tra l’altro non si differenziano in sostanza di molto – sono figlie della stessa cultura politica. Se si volesse far scegliere veramente gli elettori, sarebbero ben altre le disposizioni da prendere. Ma ciò sarebbe un ‘suicidio’ per l’attuale élite politica perché la conseguente competizione democratica svelerebbe l’impresentabilità di molti protagonisti, compreso lo stesso Renzi.
Tornando alla riforma costituzionale, si prenda ad esempio la riforma del Senato. Si può discutere a buona ragione e fondamente se vada realizzato un Senato federale, composto da rappresentanti dei governi delle autonomie locali (è così ad esempio in Germania il Bundesrat). Si può persino discutere se una seconda camera sia necessaria: il costituzionalista Gaetano Azzariti ha avanzato sostanzialmente questa proposta per semplificare il processo legislativo e risparmiare in maniera più consistente rispetto ai modesti tagli che l’attuale cambiamento comporta. In realtà, la riforma non fa né l’una e nell’altra cosa, perché le forme di rappresentanza delle autonomie locali sono molto mal congegnate e la riduzione del numero dei senatori, mantenendo l’organo, porta a risparmi irrisori. Si tratta, nella sostanza, di mascherare attraverso un pasticcio l’istituzione di un altro organo sotto controllo partitico dove far approdare politici locali discutibili per metterli sotto la protezione dell’immunità parlamentare. Oltre tutto, i meccanismi di discussione e approvazione delle leggi tra Camera dei Deputati e Senato risultano confusi e per questo ancora più manipolabili di quelli attuali. In realtà, è noto che anche l’attuale sistema può essere velocissimo nell’iter legislativo, se c’è la volontà politica. Lo è stato per le ‘leggi vergogna’ degli ultimi anni; e si può a buona ragione supporre, su un piano squisitamente politico, che ora l’approvazione di tali leggi a favore delle élite sarà sicuramente ancora più veloce: un vero vantaggio della riforma. La velocità dell’iter delle altre leggi rimarrà invece sempre una questione politica e non di architettura istituzionale.
Un secondo aspetto che mi preme sottolineare dal punto di vista politico è la neutralizzazione/anestetizzazione delle autonomie regionali in nome della reintroduzione di una ‘clausola di supremazia’, reazionaria rispetto alle forme di federalismo democratico avanzate. Si tratta di uno di quegli elementi che caratterizzano la riforma e il suo implicito, ma sostanziale presidenzialismo autoritario, così apprezzato dalla cultura politica globale neoliberale che invece di assumersi le sue gravissime responsabilità negli squilibri mondiali, cerca sempre più di farli accettare con la forza. Facciamo un esempio: mettiamo caso che una o più regioni, controllate da partiti di opposizione, facciano scelte nel campo energetico di tipo sostenibile, ad esempio investendo nelle energie rinnovabili e accantonando invece le strategie per cercare ancora combustibili fossili. Ecco, basterebbe la convergenza di interessi tra il governo e una lobby nazionale e internazionale dei petrolieri per frenare o bloccare le alternative su un piano regionale sulla base di un presunto interesse ‘nazionale’. Si potrebbero immaginare altri esempi nell’agricoltura o in altri campi di rilevanza non strettamente economica, come l’educazione.

Ho rinunciato a trattare le questioni nello specifico tecnico-istituzionale, da una parte perché ci sarebbe stato spazio per descrivere diffusamente solo uno dei tanti aspetti e, dall’altra, perché è sul significato politico di questa riforma che intendevo soffermarmi. La stessa formulazione del quesito referendario è un indicatore allarmante del carattere capzioso, doloso, delle intenzioni che muovono i sostenitori di questo progetto. La gravità della situazione è impossibile da sottovalutare perché la scelta avrà un impatto per almeno una o due generazioni. E tra i tanti interrogativi che questa drammatica situazione suscita, mi chiedo perché alcuni sostenitori liberali, di sinistra o comunque dotati – un tempo – di spirito critico non si schierino decisamente contro la riforma e addirittura l’avvallino, non avvertendo l’enorme regresso che essa comporta e l’offesa della dignità dei cittadini. Forse dobbiamo allora ricorrere all’interpretazione di Maurizio Viroli, nel libro La libertà dei servi. Ormai la mentalità servile, la perdita del senso di libertà e indipendenza, la scomparsa di un sentimento franco dell’uguaglianza dei cittadini si stingono nel calcolo generalizzato del ‘particulare’, anche da parte di protagonisti della vita culturale, ormai invecchiati e che non hanno altro da dire che non sia funzionale alla difesa dei propri privilegi. Ma il ‘particulare’ sarà però sempre più gramo e non dignitoso. Per tutti.

E. R.

 

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