Orientamento 2017 – Punto cieco democrazia

seamistIl ministero degli Esteri della Repubblica Federale tedesca, Frank-Walter Steinmeier, subito dopo il referendum costituzionale dello scorso 4 dicembre, ha espresso ‘a caldo’ un parere negativo sul suo esito. Pur riconoscendo la chiara volontà degli elettori e limitando diplomaticamente le conseguenze del risultato a una crisi di governo, ha giudicato questo un contributo assolutamente non positivo in uno dei periodi più difficili per l’Europa. Renzi avrebbe fatto ‘ciò che è giusto e necessario’, ma non sarebbe stato per questo ‘ricompensato’ dai cittadini (implicitamente ingrati, dunque). Ora, viene da chiedersi, come può uno dei più importanti e stimati politici della Germania e del mondo esprimere un tale giudizio di valore che testimonia la mancanta conoscenza dei pericolosi contenuti della riforma? Non li conosce – e allora bisogna rivedere in parte il giudizio sulla sua figura – oppure li conosce, ma vede soltanto alcune potenziali conseguenze sul piano politico-economico che essi potrebbero garantire e non le gravi conseguenze sul piano democratico? E allora, bisognerebbe a maggior ragione rivedere il giudizio sulla sua figura.
Tralasciando altre ipotesi, più maliziose, ciò è comunque sufficiente per affermare che la questione della democrazia era nel suo discorso un ‘punto cieco’.

La percezione dei media tedeschi lo conferma. Se infatti si leggono gli articoli del principale quotidiano tedesco, la “Frankfurter Allgemeine Zeitung”, precedenti o seguenti il referendum, o si seguono i commenti di un’emittente radiofonica caratterizzata da serio rigore nell’informazione politica, come WDR 5, si ritrova per lo più la stessa percezione del ministro. Il referendum italiano viene semplicemente equiparato alla cosiddetta Brexit e quindi visto come un grave danno per la politica e l’economia europea. Ma anche qui ci si deve chiedere, come possono i corrispondenti di prestigiose testate giornalistiche non vedere la differenza con il caso inglese e la gravità dei contenuti della riforma Renzi, così come delle condizioni e del modo in cui è stata imposta per lo sviluppo della democrazia in Italia?
Ovviamente, ci sono stati dei distinguo in quegli stessi articoli e contributi, specie ex-post). E nell’opinione pubblica tedesca c’erano anche altre voci, seppur minoritarie. Tuttavia, è incontrovertibile il fatto che il pericolo corso dalla democrazia in Italia sia stato scarsamente percepito: se in Germania si proponesse anche solo un decimo di quello che il progetto Renzi-Boschi prevedeva, sarebbe scesa in piazza la totalità dei cittadini. Perché, dunque, questa cecità?
Qui, il problema diventa più generale: in un certo senso i produttori dell’opinione pubblica della Germania – in questo momento, senza dubbio, il più forte sistema democratico al mondo – si concentravano effettivamente solo un aspetto, quello di una stabilità politico-economica che doveva essere garantita anche a costo della democrazia, che coscientemente o no diventava il punto cieco della loro rappresentazione. Non si potevano così riportare i circostanziati pareri degli eminenti costituzionalisti che guidavano il comitato del ‘NO’ perché contrastavano con una sorta di visione, tendenzialmente ‘unica’, della realtà.
In tal senso, questa cecità è il sintomo del grave stato della democrazia stessa in Europa, piegata com’è soltanto alla cultura politica neoliberale che tradisce principi e valori del modello politico sviluppatosi nel nostro continente in seguito alla seconda guerra mondiale. Con ciò nessuno intende minimizzare la grave situazione economico-finanziaria italiana, che è davvero preoccupante. Ma una classe politica responsabile europea, orientata allo sviluppo della democrazia, di fronte all’attuale situazione italiana, dovrebbe: 1) benedire la fuoriuscita (purtroppo nei fatti temporanea) di Renzi, uomo giusto solo per traghettare l’Italia tra i paesi del Terzo Mondo (e magari farci colonizzare: cosa che è sempre molto conveniente per élite incapaci locali e élite capaci esterne); 2) tirare un sospiro di sollievo per lo scampato pericolo di una svolta autoritaria anche in Italia, analoga a quelle in corso in Ungheria, in Polonia e in Turchia; 3) sostenere le istituzioni (se non i partiti, cosa difficile in Italia) nella lotta all’evasione fiscale, alla criminalità organizzata e al lavoro nero, dimensioni illegali dell’economia, di cui un quinto dei proventi annuali sarebbero già in grado di raddrizzare il bilancio annuale italiano, invertire la tendenza del debito pubblico (in sé impossibile da risolvere) e infine fornire allo Stato le risorse per rimettere in moto l’economia (con le necessarie politiche – diciamolo – keynesiane). Questo sarebbe il dovere di un’élite europea che, nel caso italiano (ma ce ne sono altri: l’anno scorso avevamo visto quello polacco), avrebbe l’occasione buona di invertire la tendenza alla cancrena dei sistemi democratici: l’esito del referendum è un segno ben diverso dalla Brexit o dall’affermazione di Trump. Sarebbe un compito proprio dei partiti di area progressista, come quello cui appartiene l’autorevole Ministro degli Esteri Steinmeier. Partiti che attualmente vivono una disperata crisi di identità.

Quest’anno, nei limiti del possibile, cercheremo dunque di approfondire la questione del futuro della democrazia che appare quanto mai urgente. Sembra proprio che le fondamentali conquiste novecentesche, specie quella della seconda metà del secolo scorso, vengano ora rimesse in discussione dall’azione di due culture politiche in ascesa che forse con Donald Trump negli Stati Uniti o in Inghilterra, dopo l’uscita dell’Europa, arriveranno a toccarsi: cioè il neo-nazionalismo e il neoliberalismo. Del resto, hanno entrambi un concreto fine comune dal punto di vista del potere, al di là del modo molto diverso di raccontare il mondo: quello cioè di concentrare delle risorse in determinate e ristrette aree superiori della società attraverso dei meccanismi di esclusione. La combinazione può avvenire in diversi modi, ma assomiglia del resto, da un punto di vista idealtipico, a quanto è in parte accaduto in Occidente a partire dall’ultimo trentennio del XIX secolo con l’imperialismo. Prima della prima guerra mondiale.
Inoltre, sotto il segno della continuità con l’anno appena trascorso, arricchiremo ancora i filoni di post dedicati alla corporeità e al rapporto tra potere e arte (anche nella forma pop del fumetto). Non mancheranno anche post dedicati alla scuola che rimane per noi il punto nevralgico per lo sviluppo democratico, in quanto esso richiede un’intensa pedagogia della cittadinanza. La democrazia è un esercizio lento e complesso, ma che vale la pena fare se non si vuole pagare in termini di diritti, di libertà, di ‘vera sicurezza’ e di benessere. Se si vuole rispettare se stessi.

Buon anno!

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