Bilancio 2017 – La moralità dello 0 a 0

1319587_20151026_pasolinicalcioOriginariamente il post per i dieci anni del blog avrebbe dovuto essere dedicato al tema ‘indipendenze e egoismi’. Avrebbe brevemente trattato una tendenza attuale, quella a richiedere una forte autonomia se non una separazione, più o meno fondata su legittime ragioni culturali e politiche, da parte di alcune regioni europee: tendenzialmente quelle ricche (Catalogna, Veneto e Lombardia, Fiandre). E assolutamente non marginale sarebbe stata in tal senso la questione fiscale: si pensi al malumore espresso anche dalle regioni del Sud della Germania in questo ambito, che sostengono con le loro tasse la società del più florido paese europeo. Si sarebbe così fatto notare l’intreccio tra ragioni politiche condivisibili e moti di egoismo, tutt’altro che atipici in epoca neoliberista. Il problema più grave di questo intreccio risiede nel movimento centrifugo rispetto al progetto politico europeo. Ciò comporterebbe il rischio, sulle prime insospettabile, di fare delle regioni divenute più separate tra loro, tanto le povere (vedi già il caso della Grecia) quanto le ricche, una facile preda di potenze esterne (che non vuol dire necessariamente stati (extra)europei, ma sicuramente luoghi di potere dotati di grandi capitali). Il paradossale pericolo di una frantumazione politica regionale dell’Europa (che non è l’idea dell’ “Europa delle regioni” e nemmeno un progetto di rifondazione regionale europea di mercati e monete) è quello di fare di un’affermazione di indipendenza l’anticamera di dipendenze neocoloniali.

Non parleremo di tutto questo, ma – in una prospettiva più italiana – di calcio, della sua moralità strutturale. Lo spunto lo dà lo shock dell’eliminazione della nazionale. Non tratteremo di ciò del punto di vista tecnico – peraltro chi scrive non ha visto le partite e ha smesso di seguire attivamente questo sport negli ultimi anni per la delusione maturata di fronte alla sua evoluzione. Partiremo dai fondamenti filosofici di questo sport – quelli a cui accennava tra altri Albert Camus – che si appoggiano, procedendo per riduzione, sull’assoluta centralità che vi assume il pareggio e quindi, fondamentalmente nella sua forma più compiuta, lo 0 a 0. Un tale esito di un incontro di calcio replica una struttura portante della storicità della vita umana, implica l’esistenza della possibilità di un ‘nulla di fatto’, di uno stato in cui non si vince e non si perde, come accade spessissimo nelle vicende degli esseri umani. Di uno stato che non è però chiuso fino al fischio finale, che potrebbe essere sempre rotto, anche all’ultimo secondo di una partita, e potrebbe essere rotto in una maniera ‘sportivamente’ ingiusta – non “fair”, come si usa dire oggi -, ma insperata. Si può infatti immaginare nel calcio più facilmente che in ogni altro sport la vittoria della squadra peggiore, la cui prestazione sia stata nel corso della partita pessima fino al punto di non aver mai tirato direttamente in porta. Basterebbe a questa squadra infatti un autogol. In tal senso tutti possono sperare, anche quelli che compongono e sostengono una squadra di mezzi tecnici inferiori. Tutto questo permette di raggiungere un livello di moralità ancora più alta rispetto a quella prettamente sportiva di altri sport, in cui per vincere la tua prestazione deve essere stata in qualche modo superiore a quella dell’altro, A mio avviso, questa differenza di grado, che diventa sostanziale, costituisce, la ragione profonda e spesso non percepita consapevolmente, del fascino esercitato dal calcio su centinaia di milioni di persone al mondo.

Dunque, lo 0 a 0 che ha chiuso malamente la qualificazione dell’Italia ai mondiali va colto in primo luogo nella già detta moralità strutturale, così umana, del calcio. A partire da ciò, cioè dalla sua positività, dal suo essere chiave essenziale nel replicare in un certo senso una lezione di vita, bisogna dunque cogliere le ragioni della nostra profonda delusione. Questo sentimento è una tristezza provocata dal tradimento delle aspettative: le aspettative in questo caso di giocarci il mondiale – nulla rispetto ad altri problemi che affliggono questo, ma attenzione a non trascurare la rilevanza simbolica e politica del calcio. Le nostre aspettative si fondano su una tradizione gloriosa e vincente – quattro volte campioni e due volte vicecampioni – e su un movimento calcistico che è corrispondentemente grande. Tale blasone è stato già parzialmente offuscato dalle due pessime prestazioni nelle ultime due competizioni mondiali. Dunque, questo grande movimento calcistico non riesce di fatto a esprimere il suo potenziale su un piano nazionale (e anche su quello di club, se si eccettuano pochi casi). Perché? L’impressione molto forte è che con ciò il calcio replichi un fascio di processi negativi presenti nell’intera società: lo scarso senso di responsabilità, la poca lungimiranza, il perseguimento di fini personali contro quelli collettivi e – cosa che a prima vista potrebbe sembrare impossibile nello sport e nel calcio in particolare – scarso riconoscimento del merito/talento. Ma quest’ultimo aspetto discende dai precedenti: se chi ha la responsabilità di guidare federazioni, campionati, club, settori giovanili in realtà non è all’altezza sul piano delle competenze e allo stesso tempo non si assume le responsabilità connesse con il proprio ruolo, i talenti e i patrimoni tecnici vengono dilapidati, perché non si ritiene rispondente al proprio interesse (personale) impegnarsi più a lungo per sgrezzare i diamanti. È altamente probabile insomma che il sistema produca ancora talenti, ma che questi molto più facilmente vengano buttati se non sono immediatamente spendibili. E ciò significa che vanno quasi sicuramente persi.

Purtroppo questa situazione si può estendere a molti altri ambiti e soprattutto alla politica, dove i nostri rappresentanti come quelli selezionati per la nazionale di calcio non sembrano assolutamente all’altezza del prestigio, della tradizione e ancora delle nostre residue ricchezze culturali, industriali e umane. E non mi sento di escludere nessuno da questo giudizio: anzi il politico attualmente più prominente, Matteo Renzi, è oggettivamente, a cominciare dal suo linguaggio e dalla sua cultura politici, di un’assoluta mediocrità, malamente nascosta dalla tracotanza. Gli altri ‘giovani’ non sono allo stesso modo adeguati; mentre altri ancora sono ormai vecchi arnesi, che hanno fatto il loro tempo e dovrebbero fare spazio a volti non solo nuovi, ma diversi. Purtroppo, come notava un commentatore qualche settimana fa, con questi politici giovani e vecchi che si preparano alle elezioni: l’Itali si prepara alla retrocessione.

Amaro è quindi il bilancio del decimo anno del blog. Dieci anni fa, il 19 novembre 2007, abbiamo dato avvio a questa iniziativa per riflettere sulla situazione del paese, che allora era già in pessime acque, ma – sia detto en passant per sorridere – era ancora campione di mondo di calcio. Amaro per la situazione dell’Italia, ma amaro anche per il blog. Tale iniziativa è infatti diventata un po’ esangue negli ultimi due anni: non si riesce a tenere più il ritmo precedente, soprattutto per l’impossibilità di chi ora scrive a fornire come in precedenza il suo contributo. Ma l’iniziativa non si è ancora spenta e si rimane in attesa di momenti in cui possa intensificarsi di nuovo l’impegno. Soprattutto offre nel suo archivio, come avemmo occasione già di dire, un vero e proprio arsenale critico di testi riguardanti i più diversi temi, che sono tutti però proposti al fine di confortare la maturazione della cittadinanza democratica in Italia. Le cittadine e i cittadini di una democrazia avanzata, come ce ne sono anche in Italia, sono soggetti ad elevate conoscenze, competenze e consapevolezze. Conoscenze, competenze e consapevolezze di cui si pongono le basi nella scuola, che sta sempre al centro dei nostri pensieri come luogo strategico per cambiare le cose.

A presto.

E. R.

Tags: , ,

Leave a Reply

You must be logged in to post a comment.


facebook like