Ricerca & Sviluppo

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R&S: settori strategici della politica di ogni nazione. Un concetto apparentemente semplice, ma allo stesso tempo complesso nelle sue implicazioni, ben noto a Giorgio Sirilli autore del libro oggetto di questo post: Ricerca & Sviluppo. Il futuro del nostro paese: numeri, sfide, politiche (Bologna 2005). Cercherà qui di seguito di presentare un sunto del saggio e proporvi una fotografia della situazione mondiale e nazionale che S. ci descrive con dovizia di esemplificazioni e documenti di riferimento.

Come sempre è bene partire dall’origine: la necessità di istituzionalizzare la R&S sorge per rispondere all’esigenza d’integrazione fra tecnologia e scienza. Chris Freeman, citato all’inizio del libro, paragona la scienza e la tecnologia a due ballerini che interpretano una stessa danza: CHEEK-TO-CHEEK (guancia a guancia). La scienza influisce profondamente, con il suo supporto teorico, sulla tecnologia e quest’ultima, a sua volta, consente avanzamenti scientifici d’importanza straordinaria: ne sono esempio il telescopio di Galileo per l’astronomia, la tecnologia di Bessener per la scienza dei materiali ed il transistor per la fisica dello stato solido. L’innovazione pone le sue fondamenta nella conoscenza che, secondo Lundvall, possiamo suddividere in: KNOW-WHAT, KNOW-WHY, KNOW-HOW e KNOW-WHO. Le prime due sono prerogative delle istituzioni, quali università e laboratori di scienze, che possiamo più o meno facilmente ritrovare pubblicate in testi scientifici; le altre si sviluppano dall’esperienza pratica e sono gelosamente nascoste nelle ’segrete’ delle imprese. Il fine della R&S è quello di sostenere la ricerca sperando di scoprire risvolti pratici, appropriandosi così del ruolo di anello di giunzione fra la scienza e lo sviluppo sperimentale. La misurazione della R&S, scopro da S., ha le sue origini nel ‘63 con il “Manuale di Frascati” (interessantissimo testo degno di un prossimo post) ed i suoi dati sono depositati negli statistici dell’OCSE, EUROSTAT e l’UNESCO. Pur mettendo in evidenza i limiti del sistema sopracitato e le sue possibili sottostime per il caso italiano, il quadro presentato da S. è alquanto allarmante. L’autore cita il resoconto delle spese per R&S pubblicate dall’OCSE nel 2001: l’Italia conta una spesa di 13,72 milioni di Euro con un incremento annuo del 2,7%; che rapportato al Pil è dello 0,5% come incremento medio dell’ultimo quinquennio (1997-2001). Numeri che evidenziano non soltanto il ritardo congenito nei riguardi delle altre realtà europee di riferimento (es. Svizzera 8,5% d’incremento annuo, R&S/Pil che raggiunge il 4,8%), ma soprattutto un accumulo di ritardo per le mancate iniziative di ripresa. S. prende in esame le varie regioni d’Italia. Nel dettaglio le Marche annoverano una spesa per R&S nel 2001 così distribuita: 0,5% amministrazioni pubbliche, 2,3% università, 1% imprese; per un totale del 1,3%. Non sfugge all’analisi del professore la situazione riguardante le risorse umane: il quadro mondiale non può essere più nero, dal momento che il ricercatore non è incentivato né sul piano economico né su quello sociale. La figura del ricercatore medio italiano è vecchia e necessiterebbe dell’immissione di nuove leve, che, per cause contingenti e strutturali, viene a mancare. Come diretta ed inevitabile conseguenza, l’autore descrive la cosiddetta ‘Fuga dei Cervelli’, suddividendola in 4 sottocategorie: BRAIN DRAIN, BRAIN WAST, BRAIN EXCHANGE e BRAIN CIRCULATION. La prima sta ad indicare il tentativo di trovare spazio nel proprio settore all’estero; la seconda è lo spreco dei cervelli, ossia l’utilizzo di personale altamente qualificato per lavori di routine; la terza categoria descrive lo scambio di cervelli fra due diverse nazioni sviluppando la comunicazione di conoscenza scientifica. L’ultima è una nuova e più recente forma di fuga dei cervelli che preoccupa in particolare gli USA: lo spostamento in un paese ad alto valore tecnologico e il successivo rientro nel proprio paese d’origine, con esperienza e capitali da investire (in particolare l’autore si riferisce ai paesi centro-asiatici quali Cina, India e Taiwan). A questo punto S. passa ad analizzare il valore economico del concetto Ricerca & Sviluppo affrontando l’OUTPUT d’investimento. Ecco alcune percentuali su cui l’autore ci fa riflettere partendo da uno studio economico dell’OCSE, effettuato in 16 paesi, in cui viene mostrato che l’aumento dell’1% in R&S determina un incremento dello 0,13% della produttività totale; senza poi contare la posizione dominante sul mercato che determinerebbe l’introduzione di nuovi prodotti e tecnologie (il citatissimo caso Microsoft). Il modello economico-tecnologico proposto da Kline & Rosemberg, menzionato da S., individua una catena di collegamenti che interconnettono la R&S con il mercato prima potenziale poi di distribuzione, passando attraverso la progettazione e la produzione. Lo schema presentato ha un’interconnessione di elementi molto complessi che sono tutti tra di loro direttamente collegati e dipendenti. S. conclude dipingendo il quadro italiano che sicuramente non è fra i più rosei: il nostro paese dimostra un gap tecnologico evidente ed una reticenza ad intervenire sia sul piano educativo/universitario sia su quello politico/economico.

Leggendo questo libro si ha ben chiaro che la R&S non è il fattore risolutivo, ma sicuramente fondamentale per la nostra società. E’ la conoscenza, senza ombra di dubbio, la chiave per ottenere un futuro diverso. Vorrei soffermarmi, infine, sull’ultimo avvenimento menzionato nel libro: al vertice europeo di Lisbona del 2000, gli stati membri dell’Unione si sono proposti di raggiungere il 3% sul rapporto R&S/Pil entro l’anno 2010. Obbiettivo eletto ed auspicabile, per il quale varrebbe la pena rimuovere l’arroccato individualismo che regna nella nostra società.

M.T.

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3 Responses to “Ricerca & Sviluppo”

  1. eugenio Says:

    BRAINS ON THE RUN, AGAIN. Proprio questa mattina ho ascoltato al radio giornale (GR1 delle otto) un servizio riguardante l’amaro destino dei cervelli in fuga rientrati in Italia con il recente provvedimento del governo. Sono molto pochi quelli che hanno trovato una collocazione confacente nelle strutture di ricerca e universitarie; la maggior parte, infatti, sono stati tendenzialmente emarginati e dequalificati, tanto che alcuni pensano di ritornarsene all’estero. Il progetto, costato oltre 50 milioni di euro, sta fallendo perché non si ha una chiara percezione (o forse la si ha, ma si avvia un costoso progetto solo per propaganda) di quanto degenerato sia il sistema di cooptazione – cioè di risucchio dall’interno – dei ricercatori: un tale risucchio è in realtà presente anche nelle strutture universitarie straniere, ma in tal caso la selezione sulla base del merito e del valore avvengono prima delle abilitazioni. In Italia si assiste invece ad una diffusa cooptazione sulla base di criteri personalistici, cioè di simpatie, di parentele, di amicizie, di favori tra potenti, che in altre situazioni non si esiterebbe a definire mafiosi. In questo contesto l’esperienza all’estero o, addirittura, quella in un’altra università italiana possono trasformarsi paradossalmente in fattori oggettivi di ostacolo alla carriera nell’ambito della ricerca, in quanto, se non sono più che concordati con i capi, diventano un controproducente allontanamento dal ‘territorio’ controllato dalla ‘famiglia’, con il rischio che qualcuno, durante l’assenza, faccia le scarpe all’aspirante ricercatore incautamente espatriato. Ricordo di aver letto su un numero dell’Espresso di qualche anno fa un articolo in cui si sottolineava proprio questo problema delle strutture universitarie nella formazione dei nuovi ricercatori: e con espressione colorita si denunciava già la produzione di ‘cretini glocali’ invece che – dico io – di scienziati globali.

  2. massimiliano Says:

    L’esempio riportato da Eugenio dimostra che molti ns ricercatori sono interessati a rientrare.Il problema è la mancanza di progetti e strutture. L’università italiana è ormai incapace sia per docenti che per mancanza di finanziamenti a recepire questi “coraggiosi al ritorno”. Spero che le industrie possono capire l’importanza di questa risorsa umana. Un mio collega russo diceva sempre: gli italiani sono molto ricchi spendono milioni di euro per istruire studenti e quando possono diventare fruttuosi se li fanno scappare. Se in questo momento qualche facoltoso avesse coraggio facendo del sano “mecenatismo” protrebbe rilanciare l’italia ai gloriosi e ormai lontani vertici tecnologici.

  3. admin Says:

    A proposito di Università ed Industria: ho sentito che all’estero uno studente appena Laureato può chiedere una “Raccomandazione” al Professore con cui ha collaborato durante la sua Tesi. In sostanza è un’attestazione riferita al valore professionale che l’ex studente potrebbe spendere per entrare nel mondo del lavoro con una carta in più. In questo modo il Professore mette in gioco la sua reputazione, per questo ha tutto l’interesse a che, chi riceve la sua fiducia, sia in grado di meritarsela. A mio avviso questo atteggiamento potrebbe generare un circolo virtuoso, ed incentivare un sistema di merito.
    A mia insaputa mi è successo di essere “Raccomandato” per un colloquio. A prescindere dalle scelte che le parti in causa faranno è stata una bella sensazione, condivisa da tutti: da me, da chi mi ha raccomandato e dalle persone a cui lo sono stato. Mi è sembrato che anche in Italia, la terra delle “raccomandazioni” con la erre minuscola – intese solo come favori personali pesanti come debiti da estinguere, quando ve ne sarà occasione, con altro in cambio – si avesse la possibilità di poter giocare le proprie carte tentando di mostrare il proprio valore. Che bella opportunità, potrà mai diventare la regola?

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