Il “vaso nel vaso”: scienza e tecnologia tra complessità culturale e solidarietà

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“Una delle funzioni della scienza è quella di prevedere, per quanto possibile, alcuni eventi  che riguardano l’ambiente in cui viviamo al fine di razionalizzare risorse e interventi. Entrare in questa dimensione previsionale comporterebbe grandi benefici in termini di vite umane e risorse, ma una simile iniziativa di vasto respiro e di notevole impegno economico richiede ad un tempo una “mutazione” politica in senso “science-oriented“, che punti alla realtà dei fatti e si basi su analisi e soluzioni razionali, e una trasformazione di mentalità: [1] una “mutazione” politica in quanto i politici dovrebbero investire in un programma privo di immediate ricadute positive sulla loro immagine e, di conseguenza, sul loro elettorato; [2] una trasformazione di mentalità in quanto gli esseri umani guardano con maggiore attenzione al presente che al lontano futuro.”

Con questo post volgiamo lo sguardo alle prospettive della scienza odierna, in particolare delle discipline biologiche, presentando un piccolo libro, Dove ci porta la scienza (Roma-Bari 2003), scritto da un noto divulgatore, Alberto Oliverio, professore di psicobiologia presso l’Università “La Sapienza” di Roma.
O. articola in brevi capitoli, relativamente indipendenti, una serie di riflessioni intorno alle attuali tendenze della scienza, nella quale la biologia molecolare, l’ingegneria genetica, la biologia della riproduzione e le neuroscienze hanno assunto una posizione di primo piano, togliendo il primato alla fisica.

Ed è proprio questo uno dei tratti più evidenti della crisi della “big science”, cioè del ridimensionamento della scienza come istituzione sociale di riferimento nei paesi occidentali. Un ridimensionamento che si è avviato negli anni ’60 e si è poi accelerato con il venir meno della ‘Guerra fredda’ alla fine degli anni ’80. Tra i tanti cambiamenti che negli ultimi decenni ha conosciuto questa gigantesca macchina (O. segnala la redazione annuale di ben tre milioni di articoli scientifici) uno dei più rilevanti è certamente la privatizzazione progressiva della ricerca: l’indebolimento della presenza pubblica e la tendenza degli scienziati a mettersi in affari hanno progressivamente incentivato una forte concorrenza e una finalizzazione tecnologica per il mercato dai risvolti non sempre positivi. Anzi, il perseguimento di risultati eclatanti (che è andato peraltro di pari passo con la loro mediatizzazione) ha condotto a distorsioni nelle procedure di ricerca e di comunicazione, che sono addirittura giunte fino alla frode scientifica.
Ma la crisi della ‘grande scienza’ si manifesta anche nella crescente diffidenza dell’opinione pubblica occidentale e mondiale nei confronti di certe conquiste della ricerca: alcune critiche sono senza dubbio fondate, ad es. quelle riguardanti le conseguenze nocive per l’ambiente di certe tecnologie; altre invece appaiono alimentate da una reazione negativa alle profonde trasformazioni che le scoperte, sempre più incalzanti, comportano nella concezione dell’uomo e della società (ad es. nei movimenti new age).
O. sottolinea la significatività delle frontiere della conoscenza recentemente raggiunte nell’ambito delle scienze biologiche e la rilevanza delle loro applicazioni. Ad es. le tecniche connesse con la biologia della riproduzione sono state completamente rivoluzionate attraverso le varie forme di fecondazione assistita e artificiale; così pure, negli ultimi anni, un grande impatto hanno avuto sull’opinione pubblica le indagini sull’uso terapeutico delle cellule staminali e quelle sugli OGM (Organismi Geneticamente Modificati). Secondo O. le scoperte in questi e in altri ambiti – ad es. nel settore delle neuroscienze oppure nelle indagini sulla mappatura del genoma umano – e le loro sempre più rapide ricadute tecnologiche hanno dischiuso delle possibilità che implicano la messa in discussione di alcune certezze sull’essere umano (ad es. il confine tra naturalità ed artificialità).
O., con grande prudenza, lascia aperte molte questioni, criticando le soluzioni frettolose e unilaterali: noto è il caso della clonazione che comprende una serie di procedimenti dai risultati tutt’altro che soddisfacenti (debolezza degli organismi, invecchiamento precoce, alta mortalità); essa ha tuttavia alimentato credenze, quale quella di una possibile immortalità, assolutamente infondate, in quanto lo sviluppo biologico di un organismo è connesso funzionalmente all’ambiente particolare in cui avviene e dunque mai realmente riproducibile.
Nell’applicazione delle tecniche già disponibili è comunque necessario giudicare molte situazioni nello specifico (ad es. come valutare la nascita attraverso selezione embrionale di un bambino in funzione della guarigione di un fratello malato?) e O. suggerisce perciò l’istituzione di autorità deputate alla considerazione dei singoli casi, che tengano conto anche e soprattutto delle implicazioni psicologiche.
Ma la crisi della fiducia nella grande scienza dipende anche dal più intenso confronto culturale tra l’Occidente e altri ambiti di civiltà. Qui ci si imbatte in un altro nodo di problemi di risoluzione tutt’altro che facile, tanto più che la scienza ha perso proprio in questo confronto alcuni suoi tratti specifici (l’universalità, l’unitarietà, il progresso), che ne avevano caratterizzato il trionfo tra l’Ottocento e il Novecento. Non tutte le società umane si rapportano infatti alla natura e all’essere umano allo stesso modo; e non è detto che i valori occidentali connessi con certi aspetti della scienza siano accettati da tutti. Ad ogni modo, anche in questo caso, le questioni sono molto più complesse e, oltre agli aspetti culturali, ve ne sono in ballo di materiali.
Un’esemplificazione di tale problema è offerta dall’impiego degli OGM, che è a tutti (confusamente) noto attraverso i media. O. sottolinea come il ricorso a prodotti agricoli geneticamente modificati sia indispensabile per certi paesi in via di sviluppo che devono far fronte a carenze di beni alimentari. D’altra parte, quello che fanno gli scienziati nelle sperimentazioni non è altro che un’imitazione di processi naturali per i quali anche noi uomini, attraverso varie forme, possediamo e possiamo acquisire geni di altri animali e, addirittura, geni di esseri vegetali. Il problema più grave che si cela dietro agli OGM è piuttosto di ordine politico-economico, in quanto il mercato dei generi alimentari è controllato di fatto su scala mondiale da pochissime multinazionali, che detengono il monopolio dell’agricoltura ad altissima tecnologia e possono in qualche modo condizionare l’intera vita mondiale sul bene più strategico di tutti, il cibo.
Milioni di piccole fattorie non possono del resto accedere alle alte tecnologie; e altre aziende agricole occidentali, pur potendo, non intendono utilizzarle, preferendo forme alternative di aumento della produttività. Esistono infatti molte soluzioni che, pur non sopperendo ai bisogni alimentari di interi paesi, possono riuscire a migliorare le condizioni di vita di tantissimi lavoratori. Si tratta di soluzioni che ibridano vecchie conoscenze con nuove tecnologie e comportano spesso la costituzione di reti di informazioni. È il caso dei “pescatori in rete” del Bengala, che, pur servendosi di rudimentali zattere, beneficiano quotidianamente delle informazioni meteorologiche ottenute da un sito della marina statunitense.
Ancora più significativa è l’invenzione di un maestro nigeriano, Mohammad bah Abbah, che ha realizzato un frigorifero rudimentale ma efficace, coniugando la conoscenza dei principi della termodinamica con i metodi di conservazione dei cibi propri del suo popolo. Il tutto è stato realizzato mettendo un vaso di coccio poroso più piccolo dentro uno più grande e aggiungendo nell’intercapedine della sabbia opportunamente bagnata (l’immagine è tratta dal sito Celsias). L’evaporazione dell’acqua, aggiunta due volte al giorno, permette l’abbassamento della temperatura nel vaso interno, dove si possono conservare più a lungo ortaggi e frutta.
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Il frigorifero di Mohammad si sta diffondendo in Nigeria; come tutte le scoperte tecnologiche, esso non ha solo delle ricadute immediate sul tenore di vita, ma modifica più in generale il contesto sociale: in questo caso ha liberato il tempo di molte bambine e ragazze che erano costrette quotidianamente ad andare al mercato per vendere i prodotti prima che marcissero; ora possono invece dedicarsi alla scuola.
Il potenziale emancipatorio del sapere scientifico-tecnologico deve essere dunque sapientemente calibrato sui diversi contesti culturali e alimentarsi soprattutto di due valori: la condivisione (propria della conoscenza scientifica) e la solidarietà, che presuppone forme di committenza e sostegno alla ricerca diverse rispetto a quelle delle multinazionali. In questo senso O. sottolinea l’importanza avuta dalle associazioni dei malati nel riorientare le indagini sulle patologie più gravi (in particolare l’AIDS), associazioni che hanno contrastato gli interessi puramente commerciali delle aziende farmaceutiche. C’è una forte esigenza di ritorno del ‘pubblico’, che è possibile soltanto con l’assunzione di un atteggiamento lungimirante da parte della politica, anch’essa troppo spesso protesa a sviluppare il suo marketing in funzione del giorno dopo.

E. R.

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