La democrazia della natura: il ruolo del caso nell’evoluzione
“La selezione naturale rimane il filtro fondamentale che ogni novità deve superare, ma il caso ha fatto irruzione sulla scena. La mutazione é casuale, la deriva genetica é casuale, ed é casuale anche un altro fondamentale fattore evolutivo, la ricombinazione, un fenomeno per cui il genoma paterno e materno si scambiano dei pezzi, prima di dare origine alle cellure riproduttive, da cui potrà nascere un nuovo individuo. [...] L’improvvisa irruzione del caso sulla scena della vita ha creato un disagio anche superiore all’idea di essere parenti delle scimmie. [...] A ben vedere, la preponderanza del caso porta possibilità innumerevoli a ciascun essere vivente. E’ come se ogni individuo godesse delle stesse probabilità di progredire: una democrazia universale della natura, che forse tende anche a estendere la durata della vita di tutte le specie e di tutti gli individui. Ad ogni generazione, l’ambiente vaglia chi é in grado di vivere e chi no, poi con la nuova generazione si rimescolano di nuovo le carte.”
In occasione del centocinquantesimo anniversario della pubblicazione dell’opera di Charles Darwin L’origine delle specie (e del duecentesimo dalla nascita dello stesso studioso), presentiamo un breve saggio del genetista Luca Cavalli-Sforza e di suo figlio Francesco, regista e divulgatore, dal titolo La selezione naturale e il caso (la democrazia della natura), pubblicato in un numero monografico di “Micromega. Almanacco di scienze” (2009), pp. 87-94.
I due autori si occupano di un aspetto specifico della teoria dell’evoluzione, il caso, che é forse l’elemento che più turba le coscienze religiose, in quanto esclude l’esistenza di un disegno intelligente del mondo e a maggior ragione l’idea di una creazione divina centrata sull’uomo.
La teoria dell’evoluzione é ormai generalmente accettata in ambito scientifico; tuttavia, la sua efficace divulgazione risulta ancora contrastata da credenze e dogmi religiosi, i cui sostenitori si oppongono alla rivoluzione del pensiero che essa porta con sé, cioé il definitivo abbandono dell’antropocentrismo, quindi di una visione del mondo convergente e culminante nell’essere umano. Ed é perciò che ancora negli ultimi anni, con un impegno rinnovato, gruppi di potere religiosi e conservatori hanno cercato di impedire l’apprendimento della teoria evoluzionistica nelle scuole, al fine di inculcare ai bambini visioni più statiche, ordinate e gerarchizzate del mondo biologico – e indirettamente, aggiungo, di quello sociale, perché tale appare il loro scopo ultimo.
Questa difficile ricezione si é tradotta purtroppo in fraintendimenti della teoria darwiniana: ad es. vi é chi l’ha accusata di essere piattamente deterministica; altri vi hanno invece visto, in positivo o in negativo, una concezione del mondo competitiva e poco solidale, in cui si legittima il dominio del più forte. La concezione evoluzionistica deve essere invece compresa come una serie di strumenti concettuali che ci permettono di comprendere meglio lo sviluppo della vita sulla Terra.
Le indagini biologiche di Darwin scaturivano da una serie di riflessioni condotte a partire dal pensiero di un economista inglese, Thomas Malthus, il quale aveva osservato che la consistenza della prole degli esseri viventi é sempre superiore alle risorse disponibili per sfamarli. Tale fenomeno ha per conseguenza un’alta mortalità dei figli, riscontrabile per lungo tempo anche nelle società umane, nonostante le forme culturali di controllo delle nascite con metodi contraccettivi. Coloro che nella prole riescono a sopravvivere per una serie di favorevoli circostanze verificatesi nell’interazione tra individuo e ambiente, sono messi in condizione di riprodursi e di trasmettere il proprio patrimonio genetico con quelle caratteristiche che gli hanno consentito la sopravvivenza (ad es. la resistenza ad una particolare malattia). Ma gli esiti di questa complessa costruzione biologica non sono destinati ad un successo permanente e la situazione può essere messa in discussione dal mutamento delle condizioni in quel medesimo ambiente o semplicemente in un altro ambiente.
La teoria darwiniana si concentrava quindi sostanzialmente sulla selezione naturale, intesa come un fenomeno demografico riguardante la mortalità e la fecondità di una popolazione. Il vantaggio posseduto da alcuni individui in una determinata situazione si traduceva in un’accresciuta possibilità di riprodursi e diffondere il proprio patrimonio genetico. L’accumularsi di differenze nei gruppi appartenenti originariamente ad una stessa popolazione, ma poi diffusisi in ambienti diversi, avrebbe quindi comportato la costituzione di altre specie.
Al tempo di Darwin non era ovviamente conosciuto il ‘veicolo’ molecolare proteinico che trasmetteva queste caratteristiche; esisteva certo un sapere pratico relativo alle selezioni delle specie animali e vegetali, ma non vi era stata nessuna elaborazione teorica. Solo con il religioso boemo Gregor Mendel, nella seconda metà del secolo XIX, si giunse ad un modello di distribuzione dei caratteri degli esseri viventi nella loro prole.
Occorreva però attendere la metà del ‘900 perché venisse individuata la complessa struttura molecolare dell’acido desossiribosonucleico (DNA), presente in ogni cellula. Da allora si é impetuosamente sviluppata la biologia genetica, che negli ultimi anni é approdata alla mappatura del genoma, cioé del complesso dei geni trasmessi dalla molecola di DNA. Da tale mappatura é risultata la presenza di molte parti del genoma comuni a tutti gli esseri viventi, dai batteri all’uomo, e di altre parti invece da cui si può constatare il grande processo di differenziazione avvenuto nel corso di miliardi di anni; si sono peraltro rilevate molte aree della mappa genetica che sono dei residui di precedenti esperimenti della vita sulla Terra, ancora conservati nonostante la loro – solo apparente, direi – inutilità . Il fenomeno ‘vita’ si é infatti manifestato in un’altissima varietà di forme, tanto che la biodiversità constatabile in questo momento sul nostro pianeta darebbe conto soltanto dell’ 1% delle specie che le hanno precedute. Tale biodiversità é il risultato di costanti mutazioni genetiche provocate da cambiamenti, spesso minimi, delle strutture molecolari: la maggior parte di essi sono irrilevanti; alcuni possono invece essere significativi e portare con sè dei vantaggi o degli svantaggi per l’adattamento.
Gli uomini oggi esistenti sulla terra sono uno degli esiti di questa multiforme evoluzione: essi hanno preso il posto di altre specie umane nel corso di un processo di diffusione, durato cinquantamila anni, che ha condotto nei cinque continenti i discendenti di un unico gruppo, composto da poche centinaia o migliaia di individui, originariamente stanziati in Africa orientale. La loro dispersione ha causato la progressiva differenziazione delle cinque-seimila popolazioni umane che si possono attualmente distinguere dal punto di vista genetico. L’isolamento ha infatti favorito l’uniformizzazione di determinati caratteri all’interno della popolazione a causa del processo di drift, di deriva genetica casuale. Da questo fenomeno deriverebbe l’80% delle differenze genetiche tra i gruppi umani; mentre solo per il restante 20% dei mutamenti avrebbe inciso il processo di selezione. Secondo gli autori ciò si spiega agevolmente con il fatto che la specie umana diffusa oggi sulla terra é molto giovane e la selezione non ha avuto il tempo per differenziare sottospecie diverse.
E’ dunque il caso, cioé l’interazione tra un complesso di fattori troppo numerosi e/o troppo poco visibili per poter essere considerati dall’osservatore, ad essere l’elemento decisivo nei mutamenti del patrimonio genetico. E sono appunto casuali i processi di differenziazione e di adattamento che si manifestano nell’interazione di un essere vivente o di un gruppo di esseri con un ambiente continuamente soggetto a mutamenti. In tal senso a qualsiasi individuo é data la potenziale opportunità di vincere la propria sfida per la sopravvivenza e di riprodursi quindi con successo.
Gli autori definiscono metaforicamente ‘democratica’ questa prevalenza del caso; e respingono al contempo qualsiasi ipotesi di disegno intelligente dell’universo. La pertinenza di questa qualifica non si coglie appieno, se non si comprende come le modellizzazioni del mondo che il sapere umano propone nel tempo sono il frutto di una complessiva costruzione sociale della realtà . La ‘democrazia’ dell’evoluzionismo, della selezione naturale, del drift – con la loro libertà dinamica e uguaglianza degli esseri viventi – destruttura profondamente la gerarchizzazione del cosmo, che per lungo tempo ha caratterizzato la visione dell’ordine del reale. La gerarchia e la fissità degli esseri corrispondono quindi a quelle di una società organizzata per gruppi stratificati e formalmente chiusi, che nella tradizione giudaico-cristiana sono fondate dalla stessa creazione divina del mondo. Non é difficile dunque comprendere come le élites ecclesiastiche (accanto a quelle più ampiamente conservatrici) abbiano sempre contrastato l’evoluzionismo che pone da ultimo in discussione la loro pretesa ad un’immutabile supremazia nella società degli uomini.
E. R.
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