Le mele di Chernobyl sono buone. Mezzo secolo di rischio tecnologico

“Le mele di Chernobyl sono buone? Certo basta seppellire il torsolo in profondità. Recitava una barzelletta russa in circolazione dopo il disastro che ha cambiato per sempre il nostro immaginario sull’energia nucleare. Che la società debba proteggersi dai nuovi pericoli di origine antropica – talvolta aggravati da sottovalutazione del rischio, interessi di parte, carenza di informazioni, iniqua distribuzione di rischi e benefici, danni irreversibili che si estendono a luoghi remoti e generazioni future – era chiaro già in quel 1986, ma oggi lo è più che mai: la riflessione sui rischi connessi allo sviluppo di scienza e tecnologia non può essere rimandata oltre.”
Parliamo della società del rischio, pubblicando una recensione su Le mele di Chernobyl sono buone (Milano 2006), scritto da Giancarlo Sturloni, membro del gruppo di ricerca ICS e collaboratore di diverse testate giornalistiche.
S. mette in evidenza come gli avvenimenti della fine Novecento(quale l’incidente della bomba atomica di Chernobyl) abbiano sensibilizzato l’opinione pubblica in merito al rischio connesso allo sviluppo tecnologico-scientifico. Da questa nuova situazione nasce la società democratica del rischio che necessita di dialettica e di comunicazione tra il mondo scientifico e la società.
La seconda parte del Novecento ha mostrato una serie di eventi catastrofici per la società costringendo quest’ultima a prendere coscienza dei pericoli connessi ad una cattiva gestione dello sviluppo tecnologico. Il 16 luglio 1945 ha luogo in New Messico il Trinity Test, l’ultimo esperimento prima dello sgancio della bomba atomica in Giappone (6 agosto). Kenneth Bainbridge, responsabile dell’esperimento, dopo aver visto trasformarsi la sabbia in vetro sotto i suoi piedi afferma: “Adesso siamo tutti figli di puttana”. Il 31 ottobre, a Washington, nasce la Federation of Atomic Scientists (FAS), il primo tentativo compiuto dalla comunità di studiosi di esercitare un’influenza politica sull’utilizzo dell’energia atomica. Il 18 dicembre viene fondato il National Committee on Atomic Information (NCAI) con il compito di instaurare un filo diretto con il pubblico e promuovere la più ampia comprensione dei fatti e delle implicazioni dello sviluppo nucleare. Purtroppo, però, le tensioni tra USA e URSS impediscono il passaggio della gestione del nucleare dalla forza militare alla società pubblica come auspicato dalla FAS. Le continue sperimentazioni, tra le quali citiamo per importanza storica quella di Bikini, portano alla grande diffusione di movimenti antibomba. Il sociologo R. K. Merton, secondo cui lo scoppio della bomba atomica susseguito da una serie di post-sperimentazioni ha determinato per la prima volta l’irruzione della scienza sulla società, ha commentato: “Molti […] si sono allarmati e disincantati di fronte a queste dimostrazioni di distruttività umana. La scienza è allora diventata un ‘problema sociale’, come la guerra, o come il declino continuo della famiglia, o il verificarsi periodico delle depressioni economiche”. La generazione dell’atomica è dunque la prima ad aver vissuto in piena coscienza sotto la minaccia di una catastrofe ecologica globale. E con la sciagura di Chernobyl ha sperimentato la dimensione planetaria dei rischi annessi allo sviluppo tecnologico.
Purtroppo il rischio tecnologico non è una esclusiva del nucleare: infatti, per una curiosa coincidenza, solo pochi mesi prima dell’incidente nella centrale solvietica, il team di Gerald Wells, veterinario della Ministry of Agricolture, Fisheries and Food, identifica nei bovini una nuova encefalopatia spongiforme. Dieci anni più tardi, nel 1996, questa malattia diventa tristemente famosa con lo pseudonimo di ‘mucca pazza’, proprio non appena l’umanità sembra aver trovato il sistema di convivere con l’HIV. In questo caso assistiamo ad un intervento tecnologico così massiccio e guidato dall’interesse economico da essere capace di trasformare la mucca (archetipo di purezza della natura nell’immaginario collettivo) in un sofisticato artefatto scientifico. Il caso è emblematico per descrivere l’importanza di una gestione più responsabile dello sviluppo scientifico: i dieci anni che vanno dal 1986 al 1996 sono pieni di colpevoli omissioni e errori, che oggi appaiono non più ammissibili. A dichiararlo è la stessa BSE Inquiry, presentata il 26 ottobre 2000, che dopo tre anni di lavoro afferma che il contagio si sarebbe potuto evitare se non fossero trascurati, per interessi economici delle varie lobby, i ripetuti allarmi scientifici, tra i quali è da ricordare il Southwood Report.
In sintesi gli interessi economici hanno prevaricato gli interessi sociali e la comunità dei cittadini, lasciata nella disinformazione, non ha la possibilità di poter scegliere sul proprio futuro.
Sia il caso di Chernobyl che quello della mucca pazza mettono in evidenza quanto sia fondamentale la partecipazione sociale nelle scelte di sviluppo tecnologico al fine di rendere le decisioni sul nostro futuro un bene di tutti e non pagare dei prezzi globali per scelte economiche di alcune lobby di potere. E’ dunque necessaria una divulgazione scientifica che possa rendere comprensibile lo sviluppo tecnologico rendendo la società capace di prendere le proprie decisioni. In questo intento noi con il nostro lavoro cerchiamo di operare per diffondere e mostrare una nostra visione di quello che accade intorno a noi.
M.T.