La Terza Fase: forme di sapere che stiamo perdendo

“Alla fine del XX secolo siamo gradualmente passati da uno stato in cui la conoscenza evoluta si acquisiva soprattutto attraverso il libro e la scrittura (cioè attraverso l’occhio e la visione alfabetica o, se preferiamo, attraverso l’intelligenza sequenziale), a uno stato in cui essa si acquista anche – e per taluni soprattutto – attraverso l’ascolto (cioè l’orecchio) o la visione non alfabetica (che è una specifica modalità dell’occhio), cioè attraverso l’intelligenza simultanea. Perciò siamo passati da una modalità di conoscenza in cui prevaleva la linearità a una in cui prevale la simultaneità degli stimoli e dell’elaborazione”.
In questo post ci occupiamo delle problematiche generali connesse con la trasmissione del sapere, presentando le considerazioni sviluppate nel libro La Terza Fase. Forme di sapere che stiamo perdendo (Roma-Bari 2003) da Raffaele Simone, professore di linguistica presso l’Università di Roma Tre.
S. riflette sulle profonde trasformazioni nel modo di conoscere, che sono in atto da oltre trent’anni a questa parte, e della cui portata, in realtà, non c’è ancora una piena consapevolezza.
Non si tratta certo della prima volta che avvengono notevoli cambiamenti nel modo di conoscere: una prima fase di mutamento radicale fu avviato con l’invenzione della scrittura che, fissando su supporto dei messaggi attraverso segni stabili, ha liberato la memoria individuale e collettiva degli uomini dal peso di dover ricordare a mente un’enorme quantità di dati. Una seconda fase fu avviata dall’invenzione della stampa che ha moltiplicato significativamente la possibilità di accesso ai testi, permettendo la modificazione della memoria, lo sviluppo di immagini stampate a fini esplicativi, la diffusione dell’ordinamento e della classificazione dei dati, il passaggio ad un pubblico molto ampio di lettori.
Tali trasformazioni nelle pratiche di scrittura e di lettura hanno insomma profondamente inciso sui nostri modi di conoscere, facendo sì che, fino a qualche decennio fa, la maggior delle informazioni di cui disponevamo fossero ricavate dalla lettura dei testi. Ora, invece, nell’era dell’affermazione della telematica e dell’informatica, la lettura non è l’unico né il principale dei canali: essa è stata infatti sostituita da nuovi e potenti strumenti multimediali, quali la televisione e il computer, che stanno attivando nuove funzioni e nuovi moduli della mente.
Si apre così una Terza Fase del conoscere che S. esplora secondo molteplici percorsi interdisciplinari tra filosofia, linguistica e storia dei media, che purtroppo nei limiti del post non si possono seguire. Un primo tema rilevante che l’autore tocca è quello della gerarchia di valore connessa ai sensi, cioè la valutazione dell’importanza relativa della vista, dell’udito, del tatto, del gusto, dell’olfatto, per la nostra conoscenza. L’attenzione di S. si appunta in particolare su una modalità specifica di funzionamento della nostra vista, sviluppatasi in connessione con l’adozione della scrittura: la visione alfabetica, che permetterebbe di acquisire informazioni e conoscenze a partire da una serie lineare di simboli visivi ordinati l’uno dopo l’altro alla stessa maniera dei segni alfabetici su una riga di testo.
La visione alfabetica avrebbe contribuito allo sviluppo dell’intelligenza sequenziale che S. contrappone a quella simultanea, propria invece delle forme di conoscenza dell’ascolto e della visione non alfabetica, caratterizzate per contro dalla percezione contemporanea di una pluralità di stimoli sensoriali. L’intelligenza simultanea non implicherebbe quindi un ordinamento preciso di tali stimoli a differenza di quella sequenziale, che opererebbe strutturazioni lineari dei dati. S. sostiene che l’intelligenza sequenziale sarebbe più evoluta di quella simultanea e, constatando il fatto che i nuovi media prediligono la seconda nelle loro comunicazioni, paventa il rischio di un arretramento ‘evolutivo’ dal punto di vista culturale: la visione non-alfabetica, caratterizzata da minor grado di governo e di controllo, prenderebbe il sopravvento su quella alfabetica più impegnativa e faticosa, ma anche più autonoma, strutturata, ordinante. Si è creato così un nuovo ordine dei sensi in cui l’udito e la visione non alfabetica sarebbero dominanti; l’arretramento della visione alfabetica sarebbe invece attestato dallo stesso rallentamento dell’alfabetizzazione della popolazione del pianeta. La trasformazione in corso sarebbe peraltro testimoniata anche da un nuovo rigoglio del parlare soprattutto nelle forme tipiche della chiacchiera, quali la chat (scritto che riproduce il parlato), che ricevono impulso da internet e dal telefono cellulare.
Un altro interessante ambito di riflessione di S. è costituito dalle forme di acquisizione e di scambio delle conoscenze. In particolare, egli nota che i mutamenti in atto hanno profondamente inciso sull’enciclopedia di ciascuno, cioè sul suo patrimonio di conoscenze, che oggi è certamente diventato più articolato e complesso. Rispetto alle società tradizionali, quella della Terza Fase, in seguito allo sviluppo dei mezzi tecnologici di diffusione e di controllo delle conoscenze, è caratterizzata da banche dati delle informazioni, dalla moltiplicazione o addirittura polverizzazione dei luoghi di produzione del sapere – si pensi ai milioni di blog –, dall’aumento delle preconoscenze necessarie per compiere una varietà di comportamenti. In quest’ultimo senso S. parla di esplosione del software che crea nuove difficoltà per l’accesso rispetto a quelle esistenti nel passato e che implica una sorta di rovesciamento sociale nel possesso delle conoscenze: se una volta erano i vecchi a detenere un sapere da trasmettere ai giovani, ora sono questi a possedere un sapere superiore da comunicare alle generazioni precedenti.
Di considerazione in considerazione S. arriva quindi a trattare anche della scuola, che è ancora il luogo principale in cui si riproduce e si distribuisce la conoscenza evoluta nelle sue forme iniziali e si trasmettono formalmente certe conoscenze selezionate. Tuttavia, essa sta perdendo terreno in questo passaggio epocale, mostrandosi incapace, per una serie di motivi (non ultimo le resistenze dei docenti), di seguire il processo di accrescimento veloce della conoscenza – è cognitivamente lenta – e quello di diffusione delle metodologie di accesso alle nuove banche dati – è metodologicamente lenta. Paradossalmente, la scuola corre il rischio di diventare un luogo dove si è protetti dai nuovi processi di conoscenza.
Una delle cause principali di questi processi è per S. la nuova prevalenza del guardare sul leggere. Un’analisi comparativa delle caratteristiche di ‘amichevolezza’ delle pratiche di apprendimento attraverso la lettura o di quelle attraverso la visione – analisi condotta secondo criteri che qui è possibile solo elencare: ritmo, correggibilità, richiami enciclopedici, convivialità, multisensorialità, iconicità, citabilità – porta ad una valutazione sbilanciata a favore del secondo metodo.
E questa prevalenza del guardare sul leggere ha rilevanti ricadute non solo sullo stile cognitivo, ma anche sulla concezione del testo. Nella tradizione moderna occidentale – diversamente dall’epoca antica e medievale – le élites hanno sostenuto un’idea filologica del testo, cioè fissa, prodotta da un autore, originale nei contenuti. Ora, invece, nella ‘Terza Fase’, si sta riaffermando una concezione aperta del testo, disponibile per la copia e l’interpolazione.
Questi cambiamenti non possono non avere ricadute nel linguaggio, specie in quello dei giovani: e non solo sul loro lessico, ma anche sulla stessa struttura. S. introduce quindi una nuova distinzione concettuale, quello tra modello proposizionale e modello non-proposizionale di organizzare i pensieri e quindi la loro espressione linguistica. Il primo modello sarebbe caratterizzato da analiticità, strutturazione, contestualizzazione spazio-temporale, referenzialità (cioè riferimenti precisi alla realtà esterna); il secondo, proprio di questa nuova fase, sarebbe invece generico, vago; non darebbe nomi alle cose, e rifiuterebbe la struttura. E tutto ciò avrebbe ovviamente notevoli implicazioni sul modo di concepire l’esperienza di vita e quella del mondo.
Naturalmente, ci sarebbe molto da discutere sulle posizioni di S. che ha innanzitutto il merito di affrontare fenomeni di grande portata che noi non riusciamo ancora ad afferrare bene perché ci viviamo in mezzo. Apprezzabile è anche l’intenzionale equilibrio con cui giudica i nuovi sviluppi senza condannarne le conseguenze, benché sia implicitamente evidente la sua preferenza per il precedente sistema di apprendimento delle conoscenze.
Purtroppo, in sede di commento, mi devo limitare a due sole considerazioni personali, che sono peraltro connesse. Il mutamento nelle modalità di conoscenza e negli stili cognitivi è evidente ed è soprattutto dovuto alle grandi potenzialità – e ai grandi poteri – dei nuovi media. Governare questo salto tecnologico richiede a sua volta un balzo del pensiero umano nella complessità, che esige una nuova educazione, quale quella proposta da Edgar Morin – che abbiamo già visto sul blog – o da Gregory Bateson. Ciò che mi sembra necessario fare è innestare le nuove forme di pensiero complesse o ‘ecologiche’ su una solida base di intelligenza sequenziale. Cioè, per andare avanti, non si può semplicemente abbandonare i risultati ottenuti dalla visione alfabetica, ma integrarvi i nuovi sviluppi simultanei.
È evidente che le trasformazioni causate dai nuovi media provocano una situazione di fluidità sociale globale, sfruttata anche per la costituzione di nuovi poteri (ad es. televisivi, o relativi al software informatico), i quali hanno tutto l’interesse nel proporre la ricchezza della visione simultanea in maniera primitiva, eteronoma, cioè non educata e non autonoma. In concreto, la televisione e la multimedialità sono usate per agevolare una certa regressione del pensiero e in particolare della facoltà critica. E in tal modo si potrebbe in parte spiegare perché sia possibile così facilmente che i nuovi poteri producano discorsi politici assolutamente autocontraddittori, insostenibili spesso da un punto di vista logico-argomentativo (che è di tipo sequenziale), e guadagnare il credito di telespettatori ‘rimbambiti’ da fantasmagorici stimoli multimediali non facilmente ordinabili né gerarchizzabili, dove tutto è uguale a tutto.
E. R.
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