Malattie della libertÃ
“…ma lo sapete che oggi molti giovani rubano, senza troppi problemi, e questo avviene anche fra gli scout?” Questa frase, detta distrattamente in una delle tante riunioni di redazione per progettare temi ed uscite della rivista per educatori scout, “R/S Servire”, è stato lo spunto di riflessione per far nascere un numero monografico sulla “libertà malata”. Ovviamente un tema del genere è complesso e delicato, ma la rivista non ha nessuna pretesa di esaurire l’argomento, anche se ogni articolo cerca di approfondirne alcuni aspetti. Da dove viene la libertà e cosa significa essere uomini liberi? Quali sono gli atteggiamenti che possono determinare una libertà malata? Che significato ha la libertà nell’esperienza cristiana? Queste ed altre domande, al centro di altrettanti articoli, costituiscono la spina dorsale di questo numero che accompagna il lettore in un difficile viaggio. R/S Servire, rivista sconosciuta ai più, esce con cadenza trimestrale e cerca di approfondire un tema per ogni uscita con l’obiettivo di aiutare la riflessione pedagogica di chi educa con lo scautismo. La redazione è composta da capi dell’AGESCI, che hanno ricoperto o ricoprono attualmente incarichi nei diversi livelli associativi. Oltre al fatto che il linguaggio, i contenuti ed il taglio tocchino un patrimonio di esperienze che mi appartengono, in quanto capo scout, penso che la lettura di questa rivista in genere, e di questo numero (n°1, 2005) in particolare, possa offrire uno spunto utile anche per chi è più lontano da questa realtà .
Mi piace cominciare la recensione dall’articolo di Roberto D’Alessio, “Malattie della Libertà : furti, soldi, e pratica educativa” (pag.23-28). L’articolo “non apre” la rivista, ma mi fa pensare che sia la sintesi della discussione che abbia mosso la redazione di R/S a scrivere sull’argomento. D. parte illustrando tre situazioni di vita quotidiana: nella prima prende in considerazione un’atteggiamento scout sempre più in voga purtroppo, lo “sciattare”. In pratica non è altro che “un’appropriazione indebita” di materiali personali o di squadriglia, lasciati più o meno incustoditi in occasione di campi, uscite o altro. Nella seconda situazione prende in considerazione la sparizione ripetuta di soldi nella palestra di una scuola superiore; l’impotenza della scuola, che non riesce a scoprire il colpevole, sarà sostituita dalla determinazione di alcuni ragazzi che coglieranno sul fatto una loro compagna. Infine l’autore conclude riferendosi ad una situazione in cui un giovane, dopo aver smesso le superiori ed iniziato il lavoro, si lamenta della fatica di arrivare a fine mese a causa delle spese, anche se i genitori professionisti e benestanti provvedono a garantirgli il necessario per vivere.
L’analisi di queste tre esperienze lo portano ad elencare tre di quelli che anche a mio avviso sono i sintomi di una libertà malata: da una parte il gruppo dei pari, al quale i ragazzi appartengono, appare più impegnato a condividere emozioni ed affetti piuttosto che ad elaborare una propria visione del mondo e della vita. Il gruppo ha perso la sua funzione propositiva e propedeutica al diventare adulti, anzi ha sempre più spesso una valenza regressiva ed anestetizzante. Le “bravate”, come ad esempio allagare una scuola, sono spesso approvate, anzi apprezzate da molti ragazzi più o meno coetanei, siano o no loro amici. Questo atteggiamento esasperato di sottovalutazione delle responsabilità personali e collettive può portare a compiere gesti criminali “inconsapevoli”, e qui gli esempi si sprecherebbero. In questo contesto, sottolinea D., è compito degli educatori e quindi di tutti gli adulti – anche se la dimensione dell’adulto che educa si sta sempre più indebolendo – reagire alla sottovalutazione chiamando con il proprio nome le cose: nel caso dello “sciattare” sarebbe meglio far ricorso al termine furto. Inoltre, aggiunge D., bisognerebbe reagire a quei climi educativi “laissez faire” – sia familiari che associativi – proponendo un tempo libero riempito con tante buone regole: non ossessive, non autoritariamente imposte, non inibenti la libertà , ma chiare, esplicite e condivise in modo tale da poterne esigere il rispetto.
La seconda esperienza mette in luce il fatto che molti dei crimini quotidiani, quelli che di solito vengono liquidati con un laconico “sono solamente ragazzi!”, sono purtroppo frutto del benessere. La ragazza protagonista della vicenda non rubava per bisogno, ma perchè sentiva l’esigenza di avere più denaro di quello che in realtà le era veramente necessario. Secondo D. la spiegazione di questo atteggiamento si può ricondurre ad un meccanismo noto, e penso io facilmente riscontrabile da tutti: il desiderio di soddisfare bisogni non essenziali, indotti dai media e dal confronto con tenori di vita molto più alti, provoca nelle persone meno schermate una rincorsa dell’acquisto di beni e servizi come una rivendicazione di un diritto. D. insiste sul fatto che questo atteggiamento non sia una rivalsa di chi non ha niente e vuole così appropriarsi di alcuni simboli per affermare la sua identità sociale, ma piuttosto pensa che sia frutto di un mix “instabile” di sentimenti diffuso tra i giovani: senso di onnipotenza, narcisismo e impazienza. Anche in questo caso, fornisce agli educatori la sua proposta che è quella di recuperare alcune dimensioni etiche per le quali, citando Gandhi, “un diritto è l’ombra di un dovere”.
L’ultima esperienza delle tre, quella del “bambaccione” per stare nell’attualità , mostra quella che secondo D. un caso di prolungata adolescenza, in cui il lavoro non è collegato alla risoluzione dei bisogni primari e nemmeno diventa occasione di indipendenza. Il lavoro è svuotato di senso: serve ad avere soddisfazioni che non si sono ottenute altrove, ma non serve più a mantenersi. Da questa situazione derivano una libertà ed un’autonomia effimere, pagate da altri: quel giovane non riuscirà mai a farsi un’idea delle sue reali capacità ed il suo uso delle risorse economiche sarà sempre vacuo e asociale. L’intervento suggerito agli educatori ed alle famiglie è più articolato e per brevità lo lasciamo al lettore che desidererà proseguire la lettura su carta. L’idea chiave che D. porta avanti, sintetizzata all’estremo, è quella di riportare l’economia, legata agli interessi, nell’educazione legata alla gratuità , per evitare di fare un intervento sui nostri ragazzi distante dalla vita reale e quindi sostanzialmente poco efficace.
Questo articolo così pragmatico è accompagnato da altri che cercano di porsi delle domande sulla libertà ed i suoi più grandi mali. “L’origine delle malattie della libertà ”, di Gianmaria Zanoni, comincia sottolineando come per un credente la libertà possa avere solo malattie. Secondo Z. Cristo per un credente è l’esempio della libertà , e l’incontro con Lui segna il momento in cui l’uomo libero può finalmente riuscire ad esserlo. L’autore parla di una libertà che va costruita, anzi più precisamente parla della libertà come di un progetto, frutto di un paziente lavoro che può portare l’uomo ad autodeterminarsi senza condizionamenti. Proprio come un atleta raggiunge traguardi importanti grazie alla disciplina dell’allenamento, Z. afferma in maniera quasi paradossale che uno è tanto più libero quanto più è stato capace di assoggettarsi a delle regole fino a farle diventare una propria natura. La prima malattia della libertà sta proprio nell’ ignoranza delle regole che essa esige. Z. passa quindi ad esporci quella che per lui è la seconda malattia fondamentale: il mancato passaggio dall’etica della convinzione – collaboriamo perchè viviamo nello stesso comunità , parliamo la stessa lingua, ecc. – all’etica della responsabilità – il mio benessere ed anche la mia sopravvivenza dipendono dal lavoro altrui, quale che sia -. Noi uomini contemporanei siamo diventati così “potenti”, che diventa indispensabile pensare anche alle conseguenze del proprio agire, assumendoci ognuno le nostre responsabilità . La sintesi che ci propone lo porta a parlare dell’individualismo come fondamento di entrambe le malattie. Per l’uomo di oggi la tentazione dell’individualismo e la sua capacità distruttiva hanno raggiunto proporzioni critiche: nel mercato libero, dove la logica che prevale è quella del fare il proprio interesse, tanto poi il mercato garantirà il massimo vantaggio per tutti; nell’aggressione allo Stato, dove i nostri politici non sono in grado di pianificare e proporre iniziative comuni per lo sviluppo ed il cittadino è incapace di fornire il controllo necessario sulle istituzioni. Z. conclude ricordandoci, come, oggi più che mai, nessuno possa dimenticare di “farsi carico” delle conseguenze e degli effetti dell’agire proprio ed altrui.
Ho scelto di recensire due degli innumerevoli articoli che la rivista propone, perchè ben ne racchiudono lo spirito e le idee chiave. Una delle cose più interessanti che ho trovato nella lettura è stato proprio l’impulso propositivo dei vari autori. L’analisi della realtà resta indispensabile, ma poi occorre rimboccarsi le maniche ed iniziare a fare qualcosa. E a dire il vero ritrovo in questo atteggiamento quello che è stato lo spirito che anima questo Blog.
C.G.
Tags: educazione, individualismo, libertà, malattie
