L’epoca delle passioni tristi
Gli autori di questo saggio sono due psichiatri che operano in Francia, presso un centro per la cura delle malattie psichiche di bambini e adolescenti. Di fronte alla crescente richiesta di aiuto rivolta loro, hanno voluto interrogarsi sulla reale entità e sulle origini della massiccia diffusione delle patologie mentali tra i giovani (e gli adulti: è estremamente riduttivo considerare i giovani come unici “protagonisti” del libro). Dalle loro ricerche è emersa la presenza di un malessere diffuso, di una tristezza comune a tutte le fasce sociali. Le cause di queste sensazioni di impotenza e di disgregazione sono dovute a vari fattori, il più importante dei quali sembra essere “il cambiamento di segno del futuro”, che da luminoso e promettente è diventato oscuro e minaccioso. Il futuro, per quanto portatore di nuove conoscenze, non condurrà alla soppressione delle sofferenze umane e neppure alla risoluzione della crisi della società che, da qualche decennio a questa parte, rende tutti instabili, insicuri e pieni di angosce di ogni genere. Le “passioni tristi” dei ragazzi sono il segno visibile di questa crisi. Esiste la possibilità di uscire dai “sintomi” che la rendono visibile, e cioè dal dolore, dall’ansia, o addirittura dalla malattia mentale vera e propria? Il problema non è uscirne, dicono gli autori: è piuttosto quello di insegnare ai pazienti ad “assumere il proprio destino” e a scoprire le proprie potenzialità , al di là di ciò che li rende diversi rispetto alla cosiddetta “norma”.
L’epoca delle passioni tristi (Milano 2004) è un saggio scritto da due psichiatri francesi: Miguel Benasayag, filosofo e psicoanalista di origine argentina, e Gérard Schmit, professore di Psichiatria infantile e dell’adolescenza all’Università di Reims. B. e S. indagano sulla diffusione delle patologie psichiche tra i giovani, cercando di individuarne le cause e proponendo ai colleghi e ai lettori che abbiano a che fare con casi di grave disagio nuove piste e nuove pratiche cliniche.
Al centro di questo saggio si pone il problema della recente espansione delle patologie psichiche tra i giovani. B. e S. sottolineano alcune delle tendenze di fondo che determinano il disagio sociale dei bambini e degli adolescenti nella nostra società : il cambiamento di segno del futuro, che non è più pieno di promesse positive ma di oscure minacce (che gli adulti rendono spesso ancora più cupe e intollerabili per i figli), la necessità di essere ad ogni costo all’altezza delle pressanti richieste della società contemporanea (per cui la maggior parte dei genitori non accetta che il proprio bambino non abbia performances scolastiche pari a quelle dei suoi coetanei, o manifesti comportamenti socialmente non accettati), la formattazione degli individui mediante il ricorso ad etichette che tendono a livellare la loro molteplicità . Molto interessante è l’idea che le persone vengano “etichettate†a partire da una caratteristica che le rende ben riconoscibili, “diverse†rispetto agli altri, diciamo pure “al di fuori della normaâ€: in particolare, una persona affetta da patologia mentale verrà arbitrariamente classificata come tale e tutto ciò che riguarda la sua personalità , anche quello che non ha nulla a che vedere con la diagnosi, verrà identificato come sintomo di tale classificazione. “Si vedrà uno schizofrenico che dipinge†– spiegano gli autori – “e la sua pittura sarà quella di uno schizofrenico; si vedrà un disabile impegnarsi in politica, e sarà in primo luogo un disabile che fa politicaâ€. […] Sarà quindi l’etichetta a strutturare, nella percezione sociale, l’essere al mondo delle persone etichettateâ€. Ricevere un’etichetta, dunque, significa essere imprigionati in una sorta di destino predeterminato: significa, per essere chiari, che una persona affetta da patologia psichica verrà riconosciuta come “la sua malattiaâ€, non come essere dalle molteplici e magari inespresse potenzialità . A partire da queste osservazioni, gli autori hanno elaborato proposte innovative per la presa in carico dei giovani pazienti con disagi psicologici.
Supponiamo che un ragazzo si presenti presso lo studio di uno dei nostri due psichiatri: egli lamenterà senz’altro la presenza di sintomi che gli rendono la vita insopportabile e chiederà loro di farli sparire. Ma è questo che è giusto fare, sempre e comunque? No, perché quello che il paziente chiama sintomo è spesso un elemento importante del suo “modo di essere nel mondo†e non è detto che per lui sia un bene disfarsene. Il paziente verrà accompagnato verso l’accettazione della fragilità della vita in generale ed in particolare della sua, ma anche verso la scoperta delle potenzialità che possiede, o delle quali si riapproprierà quando sarà libero dall’unidimensionalità dell’etichetta e la molteplicità della sua persona potrà venire alla luce; verrà guidato verso l’autonomia, verso la creazione di legami fondati su affinità elettive, “verso la gioia del fare disinteressato, del piacere di coltivare i propri talenti senza fini immediatiâ€. I sintomi che rendono “diverso†il paziente probabilmente non spariranno: sarà piuttosto il paziente a cambiare il proprio atteggiamento verso i sintomi, ed insieme a lui, si spera, la sua famiglia e i suoi amici.
Un’ultima osservazione: B. e S. parlano di “assunzione del proprio destinoâ€, e spiegano che questa formulazione lascia inorriditi molti dei loro colleghi, per i quali il destino è l’esatto opposto della libertà . I nostri autori distinguono, invece, il destino dalla fatalità : quest’ultima è quella che si incontra ogni volta che si cerca di sfuggire al proprio destino, inteso come un insieme di condizioni, di storie e di desideri che determinano una singolarità , una personalità ed il suo modo di essere nel mondo. È inutile cercare di vincere il destino, perché si perde e ci si sente solo più impotenti: ci si sente in pace, invece, quando si cammina a fianco di esso [augent volentem fata, nolentem trahunt: il destino conduce chi acconsente e trascina chi si oppone].
L’epoca delle passioni tristi è un libro pieno di idee e di spunti per chiunque voglia leggerlo. Tuttavia, ritengo che chi esercita la professione di psicologo, di educatore o di insegnante debba studiarlo con attenzione, per comprendere la gravità e la complessità della situazione che stiamo attraversando e per cogliere l’innovazione profonda delle proposte avanzate dagli autori. La tristezza e, in molti casi, il disagio dei giovani sono ben noti a tutti, ma si mostrano con particolare evidenza a chi lavora presso i centri di psicologia e nella scuola; forse nella scuola diventano più incombenti, perché la maggior parte dei ragazzi e dei loro genitori (e qualche insegnante) chiude gli occhi di fronte alla fragilità della vita, non gradisce la presenza di ragazzi che assumono comportamenti socialmente non accettati e desidera in modo più o meno palese che essi vengano “normalizzati†oppure trasferiti in un altro istituto. A scuola si tende a “normalizzare†più di quanto accada negli studi degli specialisti, con effetti gravissimi per i bambini, per le loro famiglie e per coloro che li seguono.
Chi scrive lavora presso un Istituto comprensivo bolognese come insegnante di sostegno ed ha un allievo – chiamiamolo Luca – intelligentissimo. Luca presenta tuttavia i segni evidenti del grave disagio psicologico descritto da B. e S., le cui cause sono da ricercare nell’ambiente famigliare deprivato al quale appartiene. La neuropsichiatra che lo cura non è stata in grado finora (e si pensi che lo segue da molti anni) di indicare alcuna via che porti alla risoluzione non già dei suoi sintomi, ma delle situazioni che gli tolgono la serenità e lo rendono violento, chiuso e insicuro. La lettura di questo saggio è stata di grande aiuto per chi scrive: perché non provare a togliere a Luca l’etichetta di “matto†che tutti gli hanno affibbiato? Perché frenare sempre e comunque i sintomi del suo dolore, anche se sono veramente difficili da sopportare (l’allievo è iperattivo, offende i compagni, rifiuta con forza l’aiuto, non parla con l’insegnante di sostegno e non la vorrebbe tra i piedi, a ricordargli ogni giorno la sua diversità )? Perché non cercare di farlo sentire amato così com’è? è stato necessario chiedere alla Dirigente scolastica, ai colleghi delle varie discipline e agli altri alunni della classe di lasciare che il bambino manifestasse la sua personalità : questo ha significato permettergli di lavorare da solo, accettare i suoi lunghi silenzi e le sue offese, consentirgli talvolta di uscire dalla classe e di non lavorare affatto, e comunque essere sempre pazienti, gentili e pronti a coinvolgerlo nelle varie attività , sperando di vedere prima o poi qualche risultato. E un risultato l’abbiamo visto pochi giorni fa, quando Luca, durante una lezione di francese, ha guardato la sua insegnante di sostegno che stava in fondo alla classe e ha detto: “Simona, mi aiuti? Non so scrivere questa cosaâ€; un altro evento straordinario è accaduto proprio ieri, quando il bambino ha voluto giocare con un compagno che lo aveva invitato, ma che non gli era mai piaciuto e che aveva sempre ricoperto di insulti. Certo può trattarsi di due casi isolati, ma a chi scrive piace sperare che Luca stia gradualmente smettendo di sentirsi etichettato, che abbia percepito il tentativo degli adulti e dei compagni di avvicinarsi a lui, di non frenarlo, di non giudicarlo per il suo disagio.
Simona C.
Tags: adolescenti, disagio, futuro

febbraio 18th, 2008 at 12:02 pm
Aggiungo una nota a margine che traggo da un libro che ho recentemente studiato. Secondo alcuni ricercatori di psicologia dell’adolescenza i genitori vivrebbero attualmente una crisi di identità e di sicurezza: il loro affetto per i figli si accompagna a scarsa autorità , all’incapacità di essere fermi sulle proprie posizioni e di opporre dei ‘no’ decisi. Si delinea così un passaggio dalla ‘famiglia etica’, che si fonda su valori e regole, alla ‘famiglia degli affetti’, che pone al centro la felicità dei figli. Questo fine, di per sé assolutamente condivisibile, è però perseguito attraverso l’abbassamento del tasso di dolore mentale che i genitori ritengono si possa somministrare al proprio figlio nell’educazione. Gli adolescenti dunque non saprebbero più affrontare le situazioni dolorose e l’incapacità di sopportarle li indurrebbe a cercare ‘anestetici’ di vario tipo, che impedirebbero il processo di maturazione.
marzo 5th, 2008 at 9:15 pm
E si potrebbe continuare con “L’OSPITE INQUIETANTE†– Il nichilismo e i giovani di Umberto Galimberti
E’ sempre emozionante quando alcune letture ti portano come una conseguenza magica ad altre anche quando sembrano non avere nulla in comune.
E’ cominciata con un fumetto: MARTIN MYSTERE n. 294 “Ricordi dal futuroâ€.
Si parla di una società acquiescente e spersonalizzata felice della sua dipendenza, addormentata dalla “rete†e dai suoi programmi … ma intanto è Natale e mentre scelgo i reali per i bambini (libri, libri e libri) mi capita fra le mani “Pippi Calzelunghe†di Astrid Lindgren: lo avevo letto (e visto in tv) da bambina ma è più forte di me, sento che devo rileggerlo.
“Pippi†è del 1944 e fece scalpore la libertà di una bambina che cresce da sola amando tutto quello che la circonda con lo stupore ed il piacere di farlo. Nel mondo di Pippi la parola “negri†non è razzista semplicemente indica un colore, nel mondo di Pippi l’amico Momo è un cip-cipoide che vive lontano, una vita diversa ma non per questo peggiore o migliore, nel mondo di Pippi tutto è possibile anche non diventare grandi ed aspettare comunque il futuro con il cuore di bambino pieno di attesa e di speranza.
Ma ecco la magia: parlo di Pippi a Catie (bellissima ragazza brasiliana cresciuta in Italia) e lei mi racconta che la sua lettura preferita dell’infanzia è stata “Momo†di Michael Ende. Momo il cip-cipoide? No, è sempre e solo una casualità , di quelle magiche ovviamente, di quelle che indicano ancora un’altra strada.
“Momo†è del 1973 ed è una storia di amicizia e di “signori grigi†che vogliono rubare il tempo. Ma il tempo è vita e la vita dimora nel cuore, senza il tempo tutto muore e diventa grigio e poi cenere.
E ancora la magia dell’attesa e della speranza: Domenico mi regala “L’epoca delle passioni tristi†di Benasayag e Schmit. Non più un libro per bambini ma su bambini e adolescenti e sì leggerlo è importante ma il titolo, il titolo dice molto anzi tutto. E’ una definizione di Spinoza della nostra epoca dominata dalle “passioni tristiâ€. Una diffusa tristezza che viene scambiata sempre più spesso per patologia e ci colpisce tutti sino a far divenire il mondo una minaccia da combattere per dominare sé stessi, l’ambiente in cui viviamo ed anche chi ci circonda.
E’ lo stesso Galimberti che cita “L’epoca delle passioni tristi†come esperienza anche “medica†nel suo “L’ospite inquietanteâ€.
L’argomento sono i giovani e “l’ospite†che si aggira nelle loro (nostre) vite: il nichilismo.
“Il nichilismo. Non serve a niente metterlo alla porta, perché ovunque, già da tempo e in modo invisibile, esso si aggira per la casa. Ciò che occorre è accorgesi di quest’ospite e guardarlo bene in faccia†Martin Heidegger.
E’ Nietzsche che ci dice cosa significa nichilismo: manca il fine, manca la risposta al perché, i valori supremi perdono ogni valore. Muore Dio, tramonta la cultura occidentale con la sua razionalità della tecnica, perché la tecnica non ha scopo, non ha un senso, non redime, la tecnica funziona e basta. Ovvia la conseguenza: il futuro non è più una promessa ma una minaccia, Dio è davvero morto ed i suoi eredi (scienza, utopia e rivoluzione) non hanno mantenuto la promessa. E la scuola? La scuola istruisce, non “educaâ€, come se l’educazione (non solo buone maniere ma soprattutto acquisizione di sé) fosse un semplice derivato dell’istruzione che altro non fa che oggettivare ciò che è soggettivo e risolvere l’identità delle persone con la quantità ed il calcolo: un paziente per il medico è un “organismoâ€, il lavoratore è “misurato†in base all’efficienza, lo studente in base al profitto. Ecco fatto: l’educazione si risolve un puro fatto di quantità sommando nozioni e voti (e non dimentichiamo che profitto è termine del mondo economico!) scordando totalmente che “non si entra nella verità senza l’amore†(Paolo di Tarso) e che “l’essenziale è invisibile agli occhi, lo si vede bene solo con il cuore†(A. De Saint-Exupéry). Ecco come l’educazione emotiva è lasciata al caso ma l’intelligenza e l’apprendimento non funzionano se non li alimenta il cuore. E la famiglia? Manca l’impegno ad educare i giovani a sé stessi, assolutamente a sé stessi perché questa è la forza d’animo che oggi non hanno, ed insieme a difendere l’interiorità dalla esposizione e pubblicizzazione di tante (troppe) trasmissioni e simili che fanno dell’assenza di pudore nell’esprimere i sentimenti più profondi il loro successo e raggiungono lo scopo di omologare l’identità dei giovani stessi.
Galimberti affronta molti aspetti, colpisce il mondo delle droghe viste come stimolo. L’individuo deve fare appello alle sue risorse interne per raggiungere i risultati per i quali sarà “valutato†e perciò … Dagli anni settanta in poi cresce un “senso di insufficienza†rispetto a ciò che si potrebbe fare e non si è in grado di fare o non si riesce a fare rispetto alle attese degli altri, attese che misurano però il valore di noi stessi e così che fatica essere sé stessi! Ecco la patologia dell’azione che non ci fa più chiedere “ho il diritto di fare questa cosa†ma “sarò capace di fare questa cosaâ€? E il concetto di limite dov’è andato? Saltato e così pervasi da un senso di inadeguatezza la salvezza arriva dall’uso di “tonificanti e dice S. Freud: “ non è forse lecita la diagnosi che alcune civiltà , o epoche civili, e magari tutto il genere umano, sono diventati “nevrotici†per effetto del loro stesso sforzo di civiltà ?â€.
Oltre il nichilismo? Galimberti ci parla dell’ â€etica del viandante†cioè della necessità di andare oltre, non più spettatori ma naviganti, naufraghi, nomadi con un andare che salva se stesso, senza la prospettiva della meta che sinora ha cancellato l’andare stesso. Ma l’andare non è un vagare anarchico ma la rinuncia alle nostre convinzioni radicate quando il radicamento è dettato solo dalle vecchie abitudini; l’uomo del territorio ha proprietà , confini e leggi che li regolano, il viandante ha solo i due poli che Kant indicava nel “cielo stellato†e nella “legge morale†in cui esprimere la propria vita, due poli in tensione come gli estremi di un arco (Galimberti).
“Due cose riempiono l’anima di ammirazione e venerazione sempre nuova e crescente, quanto più spesso e più a lungo la riflessione si occupa di esse: il cielo stellato sopra di me e la legge morale in me. Queste due cose io non ho bisogno di cercarle e semplicemente supporle come se fossero avvolte nell’oscurità , o fossero nel trascendente, fuori dal mio orizzonte. Io le vedo davanti a me e le connetto immediatamente con la coscienza della mia esistenzaâ€. I.Kant
L’attesa, la speranza e la rivelazione di sé a sé possono portarci oltre il nichilismo, passando da Martin Mystère e dai ricordi del futuro, attraverso il “cuore†di Pippi, vivendo il “tempo che è vita†di Momo, lasciando la tristezza delle “passioni tristi†per vagare e continuare a vagare con “il cielo stellato†sopra e la “legge morale†dentro ma soprattutto con noi stessi, in compagnia davvero di noi stessi come uno speciale amico ritrovato da amare, rispettare e proteggere.
A noi, al nostro essere viandanti:
Quando partirai, diretto a Itaca,
che il tuo viaggio sia lungo
ricco di avventure e di conoscenza.
Non temere i Lestrigoni e i Ciclopi
né il furioso Poseidone;
durante il cammino non li incontrerai
se il pensiero sarà elevato, se l’emozione
non abbandonerà mai il tuo corpo e il tuo spirito.
I Lestrigoni e i Ciclopi e il furioso Poseidone
non saranno sul tuo cammino
se non li porterai con te nell’anima,
se la tua anima non li porrà davanti ai tuoi passi.
Spero che la tua strada sia lunga.
Che siano molte le mattine d’estate,
che il piacere di vedere i primi porti
ti arrechi una gioia mai provata.
Cerca di visitare gli empori della Fenicia
e raccogli ciò che v’è di meglio.
Vai alle città dell’Egitto,
apprendi da un popolo che ha tanto da insegnare.
Non perdere di vista Itaca,
poiché giungervi è il tuo destino.
Ma non affrettare i tuoi passi;
è meglio che il viaggio duri molti anni
e la tua nave getti l’ancora sull’isola
quando ti sarai arricchito
di ciò che hai conosciuto nel cammino.
Non aspettarti che Itaca ti dia altre ricchezze.
Itaca ti ha già dato un bel viaggio;
senza Itaca, tu non saresti mai partito.
Essa ti ha già dato tutto, e null’altro può darti.
Se, infine, troverai che Itaca è povera,
non pensare che ti abbia ingannato.
Perché sei divenuto saggio, hai vissuto una vita intensa,
e questo è il significato di Itaca.
Konstandinos Kavafis (1863-1933), Itaca