“L’orizzonte della convivenza, se è davvero impostato su basi democratiche, ammette anche il dissenso che può utopicamente arrivare a ipotizzare una trasformazione radicale (fino al ribaltamento) dei sistemi e dell’organizzazione sociale esistente, può sopportare la separazione volontaria e la non collaborazione (di cui sono manifestazioni oggi, per esempio, l’astensionismo giovanile), ma rifiuta la violenza e la sopraffazione, siano esse individuali, collettive o perfino di stato.â€
La rilevanza che nel panorama politico occidentale e, in particolare, italiano sta assumendo il confronto con le minoranze etniche e culturali rende utile presentare un agile saggio, Per una pedagogia interculturale. Dalla stereotipia dei pregiudizi all’impegno dell’incontro (Bologna 2003), scritto da un docente di pedagogia interculturale dell’università di Bologna, Antonio Genovese.
Con l’intenzione di progettare un confronto non violento tra culture, G. analizza le condizioni dei contatti sempre più frequenti e spesso conflittuali tra gruppi di identità etnica, religiosa e culturale diversa, descrive le modalità di costruzione delle immagini dell’altro (specie quelle negative) e propone alcuni valori di ispirazione democratica da porre alla base dell’incontro con l’altro.G. avvia le sue considerazioni dall’attentato alle ‘Torri Gemelle’, constatando la presenza crescente dell’odio, del conflitto distruttivo, dell’aspirazione ad una purezza e ad una incontaminazione artificiali, che stanno sempre più spesso dietro a certi atteggiamenti e condotte, individuali e collettive, nel mondo contemporaneo. La comprensione di questa situazione non può essere garantita dalle spiegazioni semplicistiche che ci veicolano i media e che si riassumono per lo più nella categoria dello ‘scontro di civiltà ’, in particolare quello che opporrebbe l’Occidente all’Islam. Si tratterebbe infatti un’interpretazione fuorviante e limitante delle attuali trasformazioni politiche e sociali che investono il globo.
Questa situazione di conflittualità va innanzi tutto riconosciuta e quindi analizzata criticamente, perché solo così è possibile, secondo G., comprendere adeguatamente i complessi fenomeni in corso; e ciò significa innanzi tutto partire da una considerazione di due ineludibili componenti del pensiero umano: i pregiudizi e gli stereotipi. Tali componenti sono strettamente connesse: infatti il pregiudizio è un’opinione preconcetta in assenza di un’adeguata esperienza, i cui contenuti sono gli stereotipi, cioè delle idee fisse e standardizzate. Pregiudizi e stereotipi accompagnano la vita quotidiana di tutti e sono solitamente intesi in maniera negativa: il pregiudizio è infatti una tendenza a considerare le persone in modo ingiustificatamente sfavorevole; tendenza che si concretizza in credenze rigide che un gruppo ha riguardo ad un altro gruppo.
Dal punto di vista concettuale mi preme mettere in evidenza che il pregiudizio e lo stereotipo rispondono alle esigenze e ai limiti del pensiero dell’uomo, che riduce così la complessità della società attraverso giudizi ed immagini semplificate. Inoltre, dal punto di vista collettivo, queste modalità e questi contenuti del pensare servono per consolidare la coesione interna di un gruppo (effetto di assimilazione), accentuando le differenze con gli altri gruppi (effetto di contrasto). La forza di pregiudizi e stereotipi risiede nel loro radicarsi nelle emozioni, cosa che non permette un loro facile cambiamento, perché su di essi si fondano aspetti dell’identità connessi con l’appartenenza ai propri gruppi di riferimento (famiglia, amici, comunità ). Nell’ottica di un educatore non è quindi sufficiente comunicare delle conoscenze che dimostrino l’infondatezza di pregiudizi razziali o di stereotipi culturali. L’educatore, per essere efficace, deve infatti trovare il modo di comunicare le conoscenze agganciandole alla dimensione emotiva delle persone che ha di fronte.
Come detto, stereotipi e pregiudizi sono ineludibili, facendo parte della quotidianità di ogni essere umano nell’organizzare la conoscenza del mondo circostante. Non pochi di essi vanno però contrastati, cercando prima di tutto di prenderne coscienza; questo perché alcuni pregiudizi e stereotipi possono rivelarsi il pericoloso terreno di coltura di discriminazioni e violenze, specie in certi frangenti storici. È il caso ad es. degli attuali rapporti con individui e gruppi di religione islamica; oppure quello dell’immigrazione, che sta diventando un fenomeno sempre più importante nel nostro paese. Già , importante: ma fino a che punto? È proprio sull’importanza che ad esempio agiscono negativamente gli stereotipi e i pregiudizi; infatti, la nostra percezione dell’immigrazione è allo stesso tempo selettiva e abnorme. C’è in effetti una tendenza tanto ad accentuare solo alcuni aspetti del fenomeno – quello della microcriminalità , quello dell’inadeguatezza dei modi civili degli stranieri, quello dell’ingiusta concorrenza nel campo lavorativo o delle prestazioni sociali –, quanto a trascurarne le cause. Il risultato è la crescente frequenza di episodi di conflitto distruttivo, violento, non rispettoso dei valori democratici.
Per opporsi a queste tendenze pericolose, occorre prendere coscienza che l’immigrazione si iscrive in una serie di trasformazioni più ampie che stanno investendo tutto il pianeta e a cui, genericamente, diamo il nome di globalizzazione: si tratta di mutamenti che riguardano non solo l’economia, ma i modi di vita di tutti gli uomini; uomini che si spostano ora sul globo secondo flussi che creano ‘panorami etnici’ complessi e che hanno la possibilità di entrare in comunicazione immediata con tutte le parti del globo. L’esito, per quello che ci riguarda da vicino, è la trasformazione dell’Italia in un paese multiculturale, cioè in una realtà sociale e politica in cui coesistono persone di etnie e culture diverse.
Questa ‘situazione di fatto’ non è di per sé negativa, ma lo può diventare se questi gruppi etnici e culturali diversi non entrano in una reciproca relazione costruttiva e aperta: altrimenti, la coesistenza può allora svilupparsi in modalità conflittuali addirittura distruttive per tutti i gruppi che entrano in relazione. Qui può intervenire la proposta di incontro offerta dall’impostazione politica ed educativa dell’intercultura. Si tratta di un’accettazione delle differenze, del pluralismo, che non consiste in una tollerante sopportazione del diverso, ma che è piuttosto una disponibilità all’ascolto e al dialogo, in cui si è capaci di mettere in gioco se stessi e di arricchire in questo modo la propria identità personale e di gruppo. In altri termini, si tratta di comprendere che non bisogna solo accogliere degli immigrati in condizione di indigenza e compiere interventi di tipo assistenziale e compensativo, ma che siamo più in generale immersi in un mondo diverso, molto più interdipendente, in cui vecchie forme di identità (ad es. quella nazionale) hanno per molti aspetti perso molta efficacia. Una politica interculturale non solo si organizza per affrontare l’emergenza dei flussi dei migranti, ad esempio assistendo i clandestini che arrivano sui barconi, oppure sostenendo socialmente la loro presenza con un trattamento analogo a quello di ogni altro cittadino; ma si impegna ad educare la maggioranza etnica e culturale di un paese a prendere coscienza dei propri pregiudizi, favorendo, attraverso la consapevolezza, la disponibilità all’apertura alla pluralità del mondo contemporaneo.
Quali sono i limiti critici dell’apertura? Fino a che punto può arrivare il riconoscimento dei diritti culturali di comunità differenti compresenti in uno stesso spazio geopolitico, diritti che costituiscono una delle frontiere per la costruzione di una rinnovata comunità politica?
G. insiste espressamente sull’aspetto del contenimento della violenza: il limite nel riconoscimento si costituisce nel controllo dell’ineludibile dimensione conflittuale dei rapporti umani, che deve esprimersi senza evolvere nella sopraffazione, non solo fisica, ma anche simbolica.
A mio avviso, su un piano positivo e più ampio (cioè non di semplice contenimento della violenza), questo si traduce nell’intenzione di attuare i valori democratici di libertà , uguaglianza e solidarietà , che possano mettere tutti i membri di una comunità multiculturale in condizione di partecipare pienamente alla vita sociale e politica: questa costellazione, su cui si è più volte ritornati nei post precedenti, non può non creare conflitti, forse anche duri, sia con altre culture sia con alcune componenti della nostra, che pure ha prodotto tale costellazione. Per questo motivo risulta assolutamente strategica nel mondo contemporaneo l’elaborazione e la promozione di una pedagogia democratica (vedi il post Imparare democrazia), che arricchisca il suo nocciolo duro di valori nell’incontro con gli altri, educando tutti i cittadini all’intercultura.
E.R.
Tags: democrazia, intercultura, multicultura, pregiudizi
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on sabato, giugno 28th, 2008 at 11:01 pm and is filed under Società.
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luglio 1st, 2008 at 8:57 am
Il contatto multiraziale mi ha permesso di abbattere barriere personali che investono sia la sfera razionale che quella affettiva. La necessità di vivere a stretto contatto con culture/religioni diverse mi ha imposto di cambiare il punto di vista delle cose. Le abitudini giornaliere sono fonti di certezza così come gli usi e costumi di un popolo, ma allo stesso tempo diventono un limite, una prigione. Cambiare cibo, vestiti, orari è cambiare la sfera incoscia delle sicurezze. Ogni ostacolo al mantenimento di questo stato è un nemico: pertanto è necessario cambiare l’orizzonte delle nostre vedute. Nella mia esperienza personale è stato fondamentale il contatto umano con queste persone, il solo che mi abbia permesso di distruggere i pregiudizi. Condividere gli usi e le tradizioni (condividere feste, indumenti, cibi comuni) mi ha permesso di avere una posizione privilegiata per capire e condividere. Il risultato è una focalizzazione e allo stesso tempo una defocalizzazione delle differenze raziali. Sempre e comunque in entrambe le colture c’è stato un passo avanti incredibile.