Riaprire il vaso di Pandora: le mutilazioni genitali femminili

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“Con il termine “Mutilazioni Genitali Femminili” (MGF) si intende una serie di pratiche, diffuse in molti paesi, che mirano ad alterare la conformazione degli organi genitali femminili esterni per finalità non terapeutiche.” (Mazzetti); “Le MGF causano gravi danni alle bambine e alle donne adulte e frequentemente provocano patologie più o meno gravi a breve e a lungo termine. Gli effetti sulla salute dipendono dall’estensione della mutilazione, dall’esperienza dell’operatore, dalla sterilità degli strumenti con cui viene eseguito l’intervento e dalle condizioni di salute della bambina o della donna nel momento in cui subiscono la mutilazione” (Sacchetti); “dietro alle MGF non c’è il gusto del macabro di una violenza gratuita, ma un substrato nel quale le donne che portano sul proprio corpo la mutilazione sono immerse: le loro radici, la loro terra, i loro genitori, quanto avevano di più caro prima di lasciare il paese di origine. E quanto probabilmente continua almeno in parte, a dare senso, significato e giustificazione alla loro esistenza. […] le MGF non sono mai approvabili, e vanno combattute con fermezza, perché provocano danni gravi e irreversibili alle donne. Ma non vanno combattuti i sistemi entro cui si sono sviluppate, ne tanto meno le donne che le hanno subite” (Mazzetti).

Torniamo ancora a toccare il tema dell’integrazione e del confronto tra culture, recensendo una piccola raccolta di saggi sulle Mutilazioni Genitali Femminili (MGF), Senza le ali. Le mutilazioni genitali femminili (Milano 2000), curata da Marco Mazzetti, medico, pediatra e psicoterapeuta.
In questa raccolta M. unisce ai suoi contributi quelli di altri esperti, che permettano di fornire una visione articolata e complessiva – medica, psicologica, culturale, giuridica – di queste “tragiche” pratiche di intervento sul corpo di bambine e giovani donne.

Le MGF sono prevalentemente diffuse presso alcuni popoli dell’Africa sub-sahariana; si rinvengono però anche in alcune regioni del Medio ed Estremo Oriente e nei paesi occidentali, dove sono praticate dagli immigrati. Nonostante la mancanza di una conoscenza accurata del fenomeno – per lo meno all’anno di pubblicazione di questi lavori –, si suppone che le MGF riguardino tra i 120 e i 140 milioni di donne nel mondo, che le hanno subite tra la prima settimana di nascita e l’adolescenza.
Gli interventi sugli organi di bambine e ragazze sono compiuti in modi e forme diverse e spesso assumono anche nomi differenti: ad es. circoncisione femminile (termine fuorviante), sunna (parola che rinvia in maniera surrettizia all’ambito religioso islamico), escissione, infibulazione. M. descrive quattro tipi diversi di MGF, che vanno dalle incisioni del clitoride (fino all’asportazione) alla rimozione di altri tessuti sensibili (piccole e grandi labbra) e infine alla chiusura di gran parte dell’ostio vaginale (la cosiddetta infibulazione). Tali interventi possono avvenire in diversi contesti: in quello familiare, in quello comunitario (dove si può configurare come cerimonia, rito di passaggio, ecc.), in quello ospedaliero; le persone che compiono l’operazione sono le più diverse: dalle donne anziane ed esperte del villaggio, alla moglie del fabbro, alle levatrici, ai dottori.
Dal punto di vista culturale le MGF costituiscono una pratica sociale stratificata e complessa, che richiama cioè tanti significati diversi che si sono depositati nel tempo. Va però subito sgombrato il campo dall’idea che tale pratica sia prescritta nell’ambito della religione islamica: le più autorevoli fonti dell’insegnamento di Maometto non ne fanno cenno; solo alcune raccolte di detti del Profeta, a cui in ambito musulmano si riconosce minor valore, la indicano come pratica meritoria (nelle sue forme più leggere), ma assolutamente non obbligatoria. Ciò non toglie che la pratica, di gran lunga precedente alla diffusione dell’islam, si sia stata poi incastonata nell’insieme dei comportamenti di parecchie comunità musulmane in regioni dell’Africa e del Medio-Oriente.
Ma il suo nocciolo significato è molto più antico e profondo: semplificando, si può dire che esso riguardi soprattutto la volontà di controllare il grandissimo potere che la donna ha di generare la vita e, conseguentemente, di instaurare la morte. Tale nocciolo è – osservo di passaggio – presente anche in pratiche e simboli della nostra stessa cultura. Esso peraltro si connette con la definizione culturale della femminilità: se i nostri organi sessuali sono infatti determinati da una trasmissione di informazioni biologiche, la nostra identità di genere (il nostro essere maschio o femmina) è un fatto assolutamente culturale, non ‘naturale’. Attraverso le MGF passa quindi in certi contesti la definizione dell’essere donna in una società: l’asportazione del clitoride è anche intesa come una sorta di chiarificazione, in quanto le sue caratteristiche di organo erettile provocano confusione (e concorrenza?!) con l’organo sessuale maschile. Si capiscono così l’importanza che riveste per tutta la comunità una tale operazione definitoria e anche la rilevanza delle MGF per l’identità e la posizione delle donne in determinate società. Da ciò si comprende l’accettazione da parte di molte di esse di questo tragico trauma.
Un trauma innanzi tutto fisico. Le conseguenze immediate delle MGF possono essere già gravi e portare la bambina o l’adolescente alla morte: oltre all’intenso dolore c’è il rischio di gravi emorragie, di infezioni, di ritenzioni urinarie. Ma vi sono anche gravi complicazioni a lungo termine: ad es. infezioni ricorrenti, fistole, disfunzioni sessuali e soprattutto gravi difficoltà durante il parto che possono seriamente nuocere al nascituro.
Ma il trauma è soprattutto di carattere psicologico. Dalle poche ricerche condotte ancora negli anni ’90 – ricordo che il libro è stato pubblicato nel 2000 – risulta che, al di là di un’accettazione sociale da parte delle donne, favorita e rafforzata dal consenso della comunità, vi sono evidenti segni permanenti di un’esperienza personale di grande paura e dolore, assimilabile per certi aspetti a quella di una violenza sessuale.
La questione si complica però decisamente nel caso di donne immigrate in altri paesi: in questo caso gran parte della compensazione sociale delle MGF viene perduta perché il contesto di valori della comunità viene relativizzato dalla presenza di altri modelli forti, tanto che si può addirittura giungere ad un’inversione di segno della pratica: una condizione di integrazione si trasforma in elemento di marginalizzazione.
Per affrontare queste delicate situazioni nei paesi occidentali è indispensabile una notevole preparazione da parte degli operatori, in particolare nel settore ospedaliero. È necessario far maturare un atteggiamento di accoglienza, che non alimenti ancora la marginalizzazione: la manifestazione più o meno cosciente del disprezzo ferisce infatti le donne nella loro stessa identità. Esse devono essere sostenute ad es. attraverso l’allestimento di gruppi di auto-aiuto, in cui esse riescano a raccontare e ‘addomesticare’ il loro trauma. Un ruolo importante assume poi l’educazione sia nei paesi di provenienza che in quelli di immigrazione: infatti, è fondamentale riuscire a spiegare le grandi conseguenze negative di questa pratica senza (1) portare una critica generale alla cultura in cui le MGF si inseriscono e (2) colpevolizzare i singoli. Questa strategia è particolarmente importante proprio nei paesi occidentali, in quanto le difficoltà di integrazione degli immigrati comportano spesso una riaffermazione dell’identità tradizionale in modi più forti che in patria; in particolare, i genitori, di fronte alla perdita di controllo sui figli che si assimilano alla cultura del nuovo paese, possono cercare di riaffermare la loro autorità proprio attraverso l’imposizione di questa pratica.

Riaprire il vaso di Pandora vuol dire innanzi tutto far uscire la speranza che nel mito greco, dopo l’uscita di tutti i mali, era rimasta sul fondo; significa anche comprendere e superare tutti quelle componenti culturali che, nelle società tradizionali, tendono a chiudere, a controllare la donna come portatrice del grande potere di vita e di morte. Le MGF vanno combattute perché ledono senza dubbio i diritti fondamentali di donne e bambine, ma il tutto va fatto attraverso un’opportuna azione educativa che rispetti le culture e operi, come abbiamo già visto in un post precedente, in maniera interculturale. Non va quindi respinta un’intera costellazione di valori e di comportamenti di un gruppo a causa di una pratica, ma vanno conosciuti e accolti tali sistemi, mostrandosi al contempo aperti alla diversità, ma fermi nel difendere i diritti fondamentali degli individui, quando questi subiscono forme di violenza e di oppressione. Intorno al confine dei diritti umani, un confine forte anche se non assoluto, perché è storico, passa anche la delicata soluzione dei diritti culturali dei gruppi nelle odierne società multietniche.

E. R.

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One Response to “Riaprire il vaso di Pandora: le mutilazioni genitali femminili”

  1. massimiliano Says:

    Il post mi dà l’occasione per soffermarmi sul caso del Congo. Oggi è sulla bocca di tutti grazie all’intervento sul blog di Grillo dal titolo “reviolé”. Il Congo è vittima di un uso sistematico di violenza sessuale che sta perdurando per tutta la durata della lotta fratricida fra governi e ribelli. Sono stati oltre 30.000 i casi di stupro del 2008 stando alle cifre del piano umanitario. Da strumento di guerra in poco tempo lo stupro è diventato oggetto di ordinaria criminalità esercitato dall’esercito regolare e dalla popolazione civile. Il chaos che ormai domina nella zona settentrionale ha tolto dignità all’uomo che ora utilizza le proprie armi maschili per distruggere la dignità delle donne. Quest’ultime subiscono una distruzione fisica e psicologica, si vedono umiliate nei confronti delle loro famiglie e dell’intera comunità. Lo scandalo raggiunge il culmine se si pensa che questa situazione si perpetua ormai da anni e, se nel caso dell’Afganistan tutti sono pronti ad intervenire per il petrolio, quando si parla di valori umani tutti se ne stanno con le mani in mano.

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