Mal di scuola

maldiscuola.jpg

“L’altro giorno è venuto da me [Laura, professoressa di lettere a Torino] un padre, una persona perbene e benestante. Mi prende da parte, con tono da confessionale. «Ieri a cena è successa una cosa terribile. Mio figlio mi ha mandato affanculo, e io non ho saputo reagire. Cosa devo fare?» Laura abbozza una risposta, prova <a> dire quel che pensa: «Ma scusi, suo padre cosa avrebbe fatto?». Lui si inalbera: «Ah no, lei mi sta invitando a dare una sberla a mio figlio, questo non posso accettarlo». E allora continua a farti mandare affanculo, ha pensato Laura. Ma non lo ha detto. Lo ha salutato cortesemente, con un sorriso. Gli insegnanti arrivano fino a un certo punto, poi tocca anche agli altri, a quelli che stanno fuori.”

Torniamo ad occuparci di scuola dopo vari mesi, in un momento in cui, come tutti sanno, questo ambito fondamentale per la riproduzione e per la progettazione della società vive uno dei picchi negativi di una lunga, lunghissima ‘congiuntura’ critica. Lo facciamo attraverso Mal di scuola (Milano 2007), un libro scritto da un giornalista del “Corriere della Sera”, Marco Imarisio.
I. racconta dodici vicende che hanno per protagonisti soprattutto insegnanti di scuole superiori di varie città italiane, cui si aggiungono anche un dirigente scolastico, una maestra delle elementari e un educatore. Le loro storie sono alternate, come in un contrappunto, da brevi resoconti di ispezioni scolastiche che descrivono situazioni particolarmente negative.

I. ritiene che la scuola e gli insegnanti siano strumenti privilegiati per comprendere lo stato di salute del nostro paese. Se la scuola secondo tutti i suoi principali protagonisti (insegnanti, allievi, genitori) sta male, anche l’Italia sta male; anzi, secondo alcune testimonianze, è da fuori che il malessere è penetrato nelle aule.
Quali sono le cause dei gravi malanni che affliggono la scuola italiana? Dalle parole degli insegnanti si può ricavare una catena di fattori negativi, a cominciare dalla perdita di interesse degli allievi, dalla loro apatia nei confronti dell’attività scolastica. Tale atteggiamento è connesso per gli insegnanti con il venir meno di alcuni valori tradizionali, a sua volta intrecciato con le difficoltà affrontate dalle famiglie e dalle altre agenzie educative. Un quadro in cui si inserisce inoltre il consumo sempre più alto di droga e di alcol, manifestazione quanto mai chiara del disagio giovanile, cui la scuola deve dare risposte educative e non repressive.
I problemi certo non finiscono qui. Anche il precariato, che coinvolge migliaia di persone, risulta essere un male per tutta la scuola e non solo per i lavoratori che lo vivono sulla propria pelle. Infatti, ai precari vengono solitamente affidate le situazioni più difficili, quelle cioè che i professori di ruolo o meglio messi in graduatoria possono permettersi di evitare. Così, esattamente al contrario di ciò che sarebbe auspicabile, i professori più esperti non sono presenti nelle cosiddette ‘scuole a rischio’; là sono invece i precari, che peraltro non possono garantire quella continuità didattica in grado di diminuire il rischio di abbandono dei ragazzi per problemi familiari e sociali.
Tra questi ultimi c’è quello dell’integrazione dei figli degli immigrati. Da una delle testimonianze raccolte da I. emerge un aspetto interessante e poco noto. Come tutti sanno, questi nuovi allievi richiedono un grande impegno sia per colmare le inevitabili lacune linguistiche, sia per favorire una buona integrazione con i compagni. Ma qui mi piace mettere in evidenza come non pochi di loro abbiano un’immagine più alta dell’istituzione scolastica e delle sue funzioni rispetto a quella degli italiani. Potrebbero essere addirittura loro a garantire una spinta verso il miglioramento e verso una maggiore meritocrazia che, sempre secondo questa insegnante, i ragazzi italiani sembrano invece rifiutare a favore di un appiattimento generalizzato.
Questa concezione svilita della scuola, manifestata sempre più spesso dai ragazzi, deriva in parte dagli atteggiamenti dei genitori, che hanno avviato un duro conflitto con gli insegnanti; il loro patto implicito, durato per molto tempo, è venuto meno per l’attacco che i primi hanno portato alle competenze e al ruolo sociale dei secondi. Tuttavia, sono paradossalmente proprio i genitori che richiedono agli insegnanti di surrogare le loro mancanze in ambito educativo nei confronti dei figli.
Se la delegittimazione dei contendenti è reciproca, sono però gli insegnanti a pagare il prezzo più alto nella considerazione sociale. Le conseguenze più gravi di tale svalutazione sono la demotivazione e il disorientamento, cioè una perdita di senso nell’esercizio professionale, che si ripercuote a sua volta sui ragazzi.
Se il depotenziamento degli insegnanti è ormai un fenomeno percepito da tutti, più difficile è determinare le sue cause: non sempre gli stessi protagonisti sembrano infatti avere le idee chiare al riguardo. Ad es. è difficile imputare l’eliminazione degli esami di riparazione – un errore evidente, prodotto dalla riforma D’Onofrio nel 1995 – allo spirito anti-autoritario del 1968; come spesso è accaduto negli ultimi 40 anni, si tratta di un’interpretazione che si appropria abusivamente di uno spazio democratico aperto dalla rivoluzione culturale degli anni ’60 (anche nella scuola) per definirlo negativamente. Non bisogna infatti nascondersi che gli esami di riparazione sono stati soprattutto aboliti per compiacere i genitori-elettori che non volevano avere fastidi (e spese) durante le vacanze estive.
Insomma, anche in seguito a queste riforme pensate spesso non per la scuola ma per il ‘mondo esterno’ ad essa, la posizione dell’insegnante si è notevolmente indebolita: la sua autorità istituzionale, che gli permetteva di preservare il rispetto delle regole e della legalità è venuto meno; solo l’autorevolezza personale consente a fatica la gestione di situazioni difficili a livello disciplinare, che sono sempre più diffuse.
Non è strano dunque che tanti insegnanti siano ormai scoraggiati; anche i migliori e più esperti, che, se è possibile, fuggono verso la pensione. Altri fanno della scuola il loro Vietnam personale, il luogo di una lotta senza quartiere agli allievi, nei confronti dei quali si è abbandonato ogni sforzo di comunicazione. Altri ancora, come quelli presentati da I., si impegnano invece responsabilmente, mettendosi a disposizione degli alunni; hanno ancora l’umiltà di continuare a studiare; sono capaci di inventarsi ruoli diversi o stili differenti per destare e mantenere viva l’attenzione di ragazzi spesso lontani, ma non irraggiungibili. Tuttavia, l’impressione che si ricava dalla lettura del libro come dall’esperienza quotidiana è che essi siano tenacemente aggrappati ad una parete scoscesa e abbiano bisogno che qualcuno cali presto una corda per aiutarli a salire, altrimenti potrebbero mollare.

Da docente in formazione, capisco l’urgenza di un investimento sulle motivazioni degli insegnanti; un investimento che non deve essere solo materiale, ma anche morale e sociale: esso può essere effettivamente compiuto solo dall’élite politica attraverso una chiara riforma delle istituzioni scolastiche che riesca a comunicare efficacemente la loro rilevanza vitale per tutti.
Si possono certo avere idee diverse sulla scuola, ma l’importante è esprimerle chiaramente, cosicché i cittadini possano scegliere. Al contrario, il significato delle decisioni prese nei mesi scorsi risulta sostanzialmente poco esplicito; e la percezione un po’ confusa – ma tutt’altro che sbagliata, a mio avviso – che molti interessati hanno avuto è che, al di là dei singoli aspetti dei provvedimenti, si vuole meno scuola.
O meglio, meno scuola pubblica. Per fare un esempio di cui non si è discusso molto, per lo meno nei mezzi di informazione, nei provvedimenti approntati in questi mesi si prospettano – la situazione è infatti ancora fluida – due ore di italiano in meno alle scuole medie al fine di tagliare delle cattedre. Ora questo non avverrà nelle scuole private. Dunque, se è necessario, come tutti denunciano, potenziare le competenze linguistiche dei ragazzi, lo potranno fare concretamente meglio solo quelli i cui genitori pagheranno. E così la scuola, invece di attenuare le differenze sociali di partenza tra gli allievi, le accrescerà.
Mi permetto di ricordare però quello che si diceva all’inizio: nella scuola si delinea anche il futuro della nostra società. Nel trambusto scolastico di questi tempi ho molto spesso interpretato i provvedimenti presi in questo ambito alla luce dei risultati di un rapporto OCSE (Growing Unequal), che vede il nostro paese piazzato al sesto posto per le disuguaglianze sociali tra ricchi e poveri, con un divario che è nettamente aumentato dagli anni ‘80. Il progetto che sta dietro questi recenti provvedimenti sembra proprio assecondare questa tendenza.
Nei prossimi post avremo occasione di tornare su alcune questioni qui solo accennate: l’eredità distorta del ’68 e il problema della ‘forbice’ che si allarga tra ricchi e poveri, con le conseguenze economiche e sociali che tutti abbiamo quotidianamente di fronte.

E. R.

Tags: , , ,

Leave a Reply

You must be logged in to post a comment.