Siamo tutti africani

origini.jpg“Gli ultimi risultati della paleontologia e della genetica non lasciano spazio a dubbi: siamo una specie africana, siamo tutti discendenti di un unico gruppo, probabilmente piccolo, che intorno a 50.000 anni fa ha lasciato l’Africa orientale spingendosi in Eurasia e poi nelle Americhe. Nel farlo i nostri antenati si sono sovrapposti alle specie umane extra-africane, cioè all’uomo di Neandertal in Europa e all’homo erectus in Asia, portandole in pochi millenni all’estinzione. Già, perché prima di allora i tre continenti erano abitati da tre o forse quattro forme umane molto diverse, tanto da giustificare la classificazione in specie diverse.” La ricerca scientifica “ci permette oggi di ricostruire molto meglio la storia evolutiva dell’umanità, e ha spiegato definitivamente perché nessuno è mai riuscito a mettersi d’accordo su un catalogo di razze umane. La grande maggioranza delle varianti del DNA è cosmopolita, cioè presente, con frequenze diverse, in tutti i continenti.”

Ci occupiamo direttamente della questione del razzismo dopo averla già sfiorata in altri post e lo facciamo attraverso un libro recentemente pubblicato da un docente di genetica dell’Università di Ferrara, Guido Barbujani, e da un giornalista, Pietro Cheli: Sono razzista, ma sto cercando di smettere (Roma-Bari 2008).Partendo dalla descrizione di alcuni recenti episodi di cronaca che hanno avuto grande risalto nei media e hanno suscitato reazioni razzistiche, i due autori affermano che le razze non esistono come entità biologiche, anche se agiscono come fattori di costruzione delle identità individuali e comunitarie.

Alcuni politici, soprattutto a livello locale, hanno approfittato delle ondate emotive conseguenti a questi episodi per compiere dichiarazioni razzistiche o di valore analogo, come – per fare un esempio che ha suscitato grande scalpore – quella di un consigliere che ha proposto di impiegare i metodi di rappresaglia delle SS contro gli immigrati. Gli autori ritengono che tali comportamenti politici non siano banali, ma rispondano invece a strategie comunicative complesse; dunque non ci si può limitare ad una contrapposizione frontale, ma bisogna cercare di comprendere il perché di un atteggiamento che mira a riscuotere (e riscuote) consensi. Ma nella nostra società non si rileva soltanto questo preoccupante fenomeno fatto di molte dichiarazioni sguaiatamente razziste e di poche (ma crescenti) manifestazioni di violenza a danni degli immigrati. È infatti molto diffuso un razzismo morbido, che ad una superficiale tolleranza accompagna poi una demarcazione netta dei confini con i gruppi diversi, che si può tradurre facilmente in atteggiamenti discriminatori. Questi si generano a partire dai pregiudizi, che, come abbiamo visto nel post sull’intercultura (Educare all’intercultura), sono processi conoscitivi finalizzati ad orientare in maniera quasi automatica le routine quotidiane. Tali procedure ‘economiche’ di conoscenza per l’azione, che spesso vanno sotto il nome complessivo di buon senso, hanno dunque una certa utilità, ma mostrano non di rado tutti i loro limiti e le loro ambiguità, in particolare quando sono messi a confronto con situazioni nuove o complesse.Contrastare le semplificate distinzioni prodotte dai pregiudizi, non vuol dire peraltro affermare che siamo tutti uguali. Le differenze sono infatti costitutive degli individui: esse sono in parte genetiche e in parte culturali. E sono soprattutto quest’ultime che solitamente ingenerano gli atteggiamenti razzistici, con cui si tende cioè ad attribuire certe caratteristiche comportamentali di un singolo (ad es. un criminale albanese) ad un determinato gruppo definito su base biologica e territoriale (tutti gli albanesi). Tuttavia, non esistono nella specie umana gruppi distinti biologicamente e territorialmente: le differenze sfumano infatti una nell’altra senza evidenti discontinuità e ciò è il risultato dei costanti contatti intercorsi tra gli uomini lungo decine di migliaia di anni. Si tratta di un fenomeno definito variabilità discordante, che spiega poi perché i numerosi cataloghi delle razze umane siano così diversi l’uno dall’altro: essi ne individuano infatti di volta in volta da 3 fino 200. C’è insomma un totale disaccordo sul numero delle razze perché, secondo gli autori, non è una realtà rilevabile da un punto di vista scientifico. Le ricerche hanno mostrato chiaramente che i geni forniscono delle condizioni molteplici di possibilità che si realizzano poi concretamente nell’interazione con l’ambiente. Nonostante il fatto che queste conclusioni siano fondate e ampiamente condivise, si assiste purtroppo ad un ritorno del concetto di razza anche nei lavori scientifici: alcuni di essi mostrano gravi limiti (come nel caso delle ricerche del giovane e brillante ricercatore sino-americano Bruce Lahn sulla microcefalina); altri, invece, si basano su vere e proprie falsificazioni (come nel caso di Cyril Burt). Tuttavia, per quanto queste ricerche che reintroducevano distinzioni razziali siano state fortemente criticate, esse hanno esercitato (ed esercitano) una notevole influenza.Ciò accade perché il concetto di razza incontra un orizzonte di attesa favorevole nei valori diffusi nell’opinione pubblica, come mostra ad es. la dichiarazione razzista rilasciata da James Watson, uno degli scopritori dell’elica del DNA: secondo il premio Nobel per la medicina i neri sarebbero meno intelligenti dei bianchi ed è per questo motivo che fallirebbero le politiche di aiuto in Africa.Queste posizioni erronee pseudoscientifiche – Stiglitz e altri avrebbero ben altre idee sul fallimento delle politiche sociali in Africa – rifluiscono in testi di divulgazione che hanno degli impliciti obiettivi politici di indirizzo conservatore. Il loro fine non è solo quello di preservare lo status quo, ma quello di imporre agli immigrati, nella migliore delle ipotesi, un’alternativa netta tra assimilazione o esclusione, senza prospettare invece la via dell’integrazione. Questo programma è strettamente associato ad una difesa dei privilegi di alcune fasce sociali determinate, tanto che gli autori individuano in queste tendenze razziste una parte di una più generale guerra condotta oggi dai ricchi contro i poveri. La questione del razzismo, cioè della credenza in una superiorità biologica su un altro gruppo, si traduce concretamente in una questione di diritti, che non devono essere allora uguali per tutti. E questo vale non solo per gli immigrati, ma anche per altri gruppi della società.

Si tratta insomma di un altro aspetto di quella più generale reazione di chiusura di fronte alla complessificazione della società, che abbiamo già avuto modo di incontrare più volte nei post precedenti. Le nostre comunità si sono notevolmente trasformate e articolate e ciò richiede una risposta da parte dei suoi membri e in particolare delle sue élite, che non può consistere semplicemente nel recuperare vecchi schemi o modelli.In questo senso ho avuto già modo di criticare una tendenza sempre più diffusa nel nostro paese, a mio avviso estremamente pericolosa: quella a costruire una democrazia identitaria, che si legittima su alcuni simboli della nazione come l’inno e la bandiera. Questa tendenza, promossa in particolare nell’ultimo decennio, porta a casi come quello – citato nel libro – del sindaco che fa cantare l’inno di Mameli prima delle sedute consiliari. La forza di questo simbolo identitario non è solo positiva, ma agisce decisamente anche per negativo nei confronti di chi sempre più spesso fa parte delle nostre comunità, ma non si può riconoscere in quell’inno.Essere “pronti alla morte” per la patria – disposizione che mi sembra stupidamente anacronistica – e assistere quotidianamente attraverso i media a manifestazioni razziste costituiscono un mix estremamente pericoloso. In particolare per le nuove generazioni, sugli atteggiamenti futuri dei quali i due autori si interrogano.

E. R.

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