Il triangolo che non c’è: riprogettare la scuola
“All’interno del dibattito pubblico sulla scuola, c’è chi ritiene di sapere, senza ombra di dubbio, che cosa essa sia e da questa certezza, acriticamente assunta, ricava meccanicamente gli obiettivi ed i compiti che le devono essere assegnati ed i contenuti che deve erogare nelle diverse tappe del suo sviluppo e nelle sue differenti articolazioniâ€. A partire, invece, da una visione problematica due esperti, Vittorio Campione e Silvano Tagliagambe, indagano il significato del fare scuola oggi, sulla base di un approfondimento condotto costantemente su un duplice binario: da una parte (1) l’analisi dei risultati acquisiti dalla ricerca internazionale sui processi di apprendimento, unita alla riflessione sulle migliori esperienze di insegnamento, e dall’altra (2) l’esame dei processi organizzativi e degli indirizzi politici che governano il sistema educativo. Da queste riflessioni viene fuori un quadro in cui i diversi temi convergono in domande cruciali e ineludibili sull’attuale organizzazione scolastica, per rispondere alle quali vengono proposti spunti tesi a sollecitare il pensiero critico dei lettori e a stimolarne l’autonoma valutazione.
Saper fare la scuola: il triangolo che non c’è (Torino 2008) è un saggio scritto da Vittorio Campione e Silvano Tagliagambe, filosofi ed esperti di sistemi educativi. Il primo è stato segretario del ministro della Pubblica Istruzione dal 1996 al 2000, mentre il secondo ha fatto parte delle commissioni istituite dal Ministero della Pubblica Istruzione per la riforma dei cicli scolastici e l’individuazione dei saperi essenziali nel biennio 1997-98 e nel 2001.
C. e T. riflettono sul livello – purtroppo non elevato – della scuola italiana di oggi. Essi pongono soprattutto l’accento sul fatto che la scuola non è più semplicemente il luogo dove si apprende, ma quello in cui si dà significato a ciò che si è appreso altrove. Inoltre, sottolineano che l’attuale società della conoscenza richiede ai giovani competenze elevatissime in plurimi campi del sapere, competenze che la scuola non garantisce. Gli autori si chiedono dunque se gli insegnanti siano pronti ad affrontare un cambiamento, che appare necessario, e preparati a formare gli allievi in una scuola davvero dinamica, in grado non solo di seguire ed accompagnare le trasformazioni sociali, ma anche di progettarle ed anticiparle.
C. e T. si pongono innanzi tutto il problema della mancata qualità della scuola nel nostro paese. Le analisi e le valutazioni dello stato del sistema dell’istruzione in Italia concordano su un complessivo quadro di debolezza, accentuatosi negli ultimi anni, all’interno del quale si sottolinea: la limitata presenza delle nuove tecnologie nelle scuole, l’ancor più limitato uso di queste nelle attività didattiche ed il loro confinamento in specifici laboratori e specifici orari.
Non solo. La scuola è lineare, testuale e cattedratica: le programmazioni disciplinari, i metodi e gli strumenti didattici di cui i docenti si servono non sono più adeguati a soddisfare né le esigenze dei numerosi allievi stranieri presenti nei diversi istituti, né quelle degli allievi italiani, per i quali ormai, com’è evidente, la scuola è un ambiente molto distante dalla vita quotidiana.
Ed ancora: manca la compenetrazione tra i vari campi del sapere. In questo senso la scuola continua da un lato (1) ad assegnare alla sola cultura classica il ruolo di formatrice della classe dirigente, relegando la cultura scientifico-tecnologica ad un ruolo subalterno, e dall’altro (2) a sfornare diplomati nei più svariati indirizzi, i quali non posseggono le competenze richieste dall’attuale società della conoscenza e la capacità di applicarle nel mondo del lavoro.
È possibile uscire da questa situazione per rendere la scuola conforme alle esigenze di un paese moderno? Secondo gli autori di questo saggio, sì. Alcune delle idee proposte da C. e T. sono davvero innovative, per quanto di difficile applicazione.
È ormai necessario progettare nuovi ambienti di apprendimento all’interno dei quali gli allievi possano lavorare ad attività di apprendimento guidato e di problem solving, aiutandosi reciprocamente ed avvalendosi di una varietà di strumenti e risorse informatiche (un computer con collegamento ad internet per ogni alunno, lavagna multimediale…).
È opportuno inoltre pensare ad un mutamento organizzativo ed alla ristrutturazione dello spazio e del tempo: ciò significa modificare l’orario scolastico, in modo che una parte sia obbligatoria e l’altra opzionale, e superare il tabù dell’unità della classe al fine di comporre classi aperte e gruppi di livello, all’interno dei quali favorire la socializzazione, ridurre la frammentazione disciplinare e valorizzare le competenze dei singoli.
Ciò che gli autori considerano però fondamentale è la formazione di insegnanti che non siano solo depositari e trasmettitori dei saperi, ma che sappiano guidare processi di costruzione delle conoscenze finalizzati all’acquisizione di competenze. C. e T. ritengono che le loro proposte possano essere realizzate solo se alla scuola viene assicurata una reale autonomia, che le consenta di decidere attraverso quali metodi e strumenti pervenire alla realizzazione degli obiettivi generali stabiliti dal governo.
La proposta di C. e T. è rivolta a tutti coloro (dirigenti, docenti, studenti o genitori) che desiderano sapere come si potrebbe costruire una scuola nuova, moderna, capace di accompagnare i cambiamenti sociali in conformità alle esigenze del paese.
La scuola italiana attualmente non funziona e questa realtà risulta evidente soprattutto per coloro che vi lavorano come insegnanti e che amano il proprio mestiere. Il malfunzionamento di questa istituzione fondamentale si palesa nell’atteggiamento degli allievi: essi percepiscono infatti la scuola come qualcosa di molto lontano dalla loro vita, mostrandosi poco interessati per la maggior parte delle discipline. Molti giovani non riescono a comprendere il motivo dello studio e dunque non studiano: per queste ragioni hanno collezionato insuccessi scolastici, un pessimo piazzamento negli ultimi test Ocse-Pisa (Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico – Programme for International Student Assessment) e risultati poco soddisfacenti nelle prove I.N.VAL.S.I. (Istituto Nazionale per la Valutazione del Sistema Educativo di Istruzione e di Formazione) degli esami di stato di licenza media (2008).
Di fronte ad una situazione così drammatica, le soluzioni proposte dagli autori del saggio sarebbero sicuramente efficaci, se non fosse per il fatto che alcuni fattori “forti†si oppongono alla loro attuazione. In primo luogo, le scuole non dispongono delle risorse economiche per dotarsi non solo di un computer per ogni allievo, ma neppure di un’aula informatica per più classi; e, laddove ci sono i computer, non di rado mancano insegnanti dotati delle competenze informatiche necessarie per usarli al meglio con i ragazzi.
Per quanto riguarda la ristrutturazione dello spazio e del tempo scolastico, essa incontrerebbe senz’altro l’opposizione dei docenti. Essi dovrebbero trattenersi a scuola, senz’altro quasi gratuitamente, per un tempo molto superiore a quello che vi trascorrono adesso. Inoltre, sono sempre molto legati alla ‘propria classe’ e, dunque, poco propensi ad accettare l’idea delle classi aperte, delle “commistioniâ€.
Infine, sembra molto arduo reperire insegnanti disposti a rinunciare al proprio ruolo di depositari e trasmettitori del sapere per diventare (1) guide dei processi di costruzione delle conoscenze e (2) aperti alla possibilità di studiare discipline diverse da quelle in cui sono specializzati per ampliare le proprie conoscenze.
In sostanza, i fattori “fortiâ€, che si oppongono alla possibilità di migliorare la scuola in Italia, sono riconducibili ad orientamenti politici conservatori, che hanno alte priorità economiche rispetto all’innalzamento della formazione del cittadino. Nell’attuale realtà , poi, una realtà cioè in cui il Ministero della Pubblica Istruzione non solo non ha intenzione di stanziare fondi per la scuola pubblica, ma ne taglia le risorse, pensare ad un serio rinnovamento della scuola sembra davvero un’utopia.
Simona C.
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